Roccia Ruvida: Giuseppe D’Alonzo
Ed io prendo e rispondo alla sua domanda che è: quanta abnegazione, passione, pazzia e creatività ci vuole per continuare a fare musica alla vecchia maniera e credere nelle proprie idee in questo contesto in cui si ha la certezza matematica di non poter mai sfondare?
Tanta, tantissima, forse in dosi fuori dalla normale portata umana. Quella che segue è una delle migliori interviste che abbiamo avuto l’occasione di fare, forse una delle poche volte in cui l’artista di turno ha davvero preso gli spigoli facili delle domande per sputare acido e rabbia rigenerante contro la società che viviamo. Gli artisti servono anche a questo. “Strane forme di complicità” è il nuovo disco di Giuseppe D’Alonzo, nuovo capitolo che continua ad ospitare canzoni in italiano. Radici profonde e di grandi scuole passate, prima ancora che nello stile le ritrovo dentro l’umana profondità di chi, per devozione alla vita stessa, ha deciso di essere un Artista a prescindere dalle innumerevoli quanto prevedibili negazioni che ormai sono etichettate come normalità: quelle stesse negazioni che gli impediscono di percorrere la strada maestra, quella dovuta, quella ormai occupata dal vil denaro delle multinazionali. Ci vuole abnegazione e passione, ci vuole pazzia… ci vuole che si torni ad essere uomini e non solo macchine di produzione.
Di nuovo il pop, di nuovo la canzone d’autore, di nuovo il passato – soprattutto – a determinare forme e confini. Ma il futuro? Non era vero che gli artisti sono quelli che parlano del tempo che vivono e che vivranno?
A prescindere dall’involucro musicale con cui è presentato il cd o il singolo estratto in questione, credo di aver trattato temi davvero attuali e di rilievo sociale con l’occhio di uno che non ha più vent’anni ma è ancora giovane per immaginare un futuro e descriverlo così come lo intravede…
Sull’involucro, così come per i contenuti esprimo sempre quello che i miei sentimenti mi propongono di volta in volta, ci sono periodi in cui sono più blues, altri più rock, altri più pop cantautorale… questo è il mio terreno e ci sono affezionato, è la mia estrazione e credo di essere abbastanza riconoscibile nel mio stile musicale, in sintesi sono io, non sono quello che il contesto vorrebbe che io fossi…
D’altronde un ragazzino che in terza media portava una tesina sul blues, la schiavitù, il lavoro nei campi di cotone, Martin Luther King, l’America etc… non poteva che fare questa fine.
Amo molto anche il Rap degli Usa, soprattutto quello dei primi anni, lo vedo come una normale evoluzione del blues dal punto di vista sociale, non strettamente musicale.
Qualcuno disse “Basta fare gli artisti. C’è mancanza di fornai”. Ma non pensi che ormai fare dischi, fare gli “artisti” sia una vera forma di omologazione?
Guarda, in parte, ma molto in parte, la penso come te. Sul fatto che tutti si possono avventurare su questo terreno musicale, e produrre per poi non essere ascoltati da nessuno, certo è proprio così.
Ma cosa ci ha portato fin qui? Come mai non ci sono più talent scout delle etichette discografiche che portano Bob Dylan a firmare il suo primo contratto solo per l’emozione che gli aveva trasmesso la sua ruvida e, a quei tempi, primitiva musica?
Oppure chi, oggi, avrebbe portato Hendrix a Londra intuendo che sarebbe sbocciato in una città in cui a scoppio ritardato avevano scoperto il Blues di Muddy Waters e compagni?
Dov’è la Chess Records di turno che portava a Chicago autodidatti (per i canoni odierni) della chitarra a registrare pezzi che ancora oggi ispirano la nostra musica e ancora oggi studiamo?
Ma la domanda ancor più triste è: quanti talenti stiamo perdendo per strada? E ancor peggio: il talento è un valore oggi o è visto come un elemento perturbativo?
È troppo complicato aspettare che all’Eric Clapton di turno arrivi l’ispirazione per scrivere “Layla”, meglio creare noi il prodotto, non interessa com’è, l’importante è che risponda ai canoni imposti e via, sarà un successo.
Per fare musica come si faceva una volta oggi in Italia si è spesso costretti ad imparare un altro mestiere, anche il fornaio, per vivere e alimentare la propria passione musicale. È incredibile ma è così, ma io sono sicuro che da queste situazioni così complesse può nascere qualcosa di davvero bello, ecco perché ci credo come tanti altri miei colleghi. Da cosa è nato il blues? Dalla sofferenza nei campi di cotone, e da cosa è nato il RAP? Dal degrado dei quartieri poveri delle metropoli Americane. Non di certo da musicisti formati, ma da talenti che tramutavano il loro dolore, il loro disagio, la loro rabbia, in qualcosa di veramente unico e profondo, magie a cui oggi non assistiamo più. Lavoravano, spacciavano, facevano di tutto per mantenere vivo il loro sogno musicale e continuare a scrivere. Ecco perché quella musica ti cattura l’anima, perché è intrisa di emozioni vere, ed ecco perché è stata una vera e propria rivoluzione che ha portato a tutto quello che oggi conosciamo della musica moderna.
Oggi il successo di un brano o di un artista è deciso a tavolino, non è molto più comodo così? È più comodo per tutti, tranne per l’utente finale, che adeguandosi al contesto utilizza la musica in modo completamente atipico. Oggi non è più l’etichetta che gira intorno all’artista, l’artista è un operaio della musica.
Proprio per questo motivo ti faccio io una domanda: quanta abnegazione, passione, pazzia e creatività ci vuole per continuare a fare musica alla vecchia maniera e credere nelle proprie idee in questo contesto in cui si ha la certezza matematica di non poter mai sfondare? Questo è l’artista secondo me, la storia è piena di artisti che hanno prodotto un’infinità di opere lasciandoci un’eredità importante, magari scoperta, magari no. Tanti artisti passeggeri non ne fanno uno che produce con continuità negli anni esprimendo una linea di pensiero artistico che rappresenta l’impronta della sua anima. Ecco perché io stimo molto chi persevera nel produrre opere, a prescindere dal gusto, potrebbero nascondere qualcosa di importante per l’umanità o solo la voglia in sé di esprimere il proprio pensiero. Tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita le lettere a Theo di Van Gogh.
Che poi non ti sembra che tutti questi dischi abbiano davvero poco da dire se non all’artista e al suo ristretto giro di vite? Io che ascolto “Strane forme di complicità”, cosa pensi possa trovarci dentro che racconti la mia vita?
Io credo invece che il problema non è solo chi ascolta le canzoni, ma come oggi vengono ascoltate, ovvero non più “sentite”. Se una canzone è un’espressione di un’emozione autentica qualcosa da dire ce l’ha di sicuro, ma appunto, a chi?
Su “Strane forme” non posso essere io a dirlo, chi l’ascolta credo possa trovare una parte di sé, oppure no. Questo brano non racconta una storia ma mette a nudo quello che siamo e quello che potremmo diventare, in modo diretto a tratti allegorico, sempre però dal mio punto di vista di osservatore qualunque, non da operaio dell’industria discografica ma diciamo così da libero professionista a p.iva per completare l’analogia con il mondo del lavoro…ma io, parlando di “Strane forme”, parlerei della sezione ritmica, del main riff, non è un brano per nulla scontato da ideare per chi ancora compone suonando la chitarra e non un pc… ed è questo il punto, il brano non si pensa, esce dalla pancia e trova la sua strada sullo strumento.
Sono queste le domande a cui amerei rispondere, ma la musica e la creatività non è proprio più al primo posto… così come sono passati di moda i sentimenti, le emozioni, siamo tutti induriti da questa società… se ci pensate non è forse questo un approssimarsi alle macchine? Non stiamo forse realizzando quello che molti visionari hanno immaginato decenni fa?
Un passo alla volta, lentamente ma inesorabilmente stiamo perdendo la nostra umanità…

E quindi secondo te, oggi la canzone, che peso sociale ha? Oppure, come pensano molti, ormai è solo un oggetto estetico per le mode e i media?
Esatto, come dicevo poc’anzi l’utente finale ne fa un utilizzo improprio perché gli viene proposto in modo improprio. È tutto il significato di arte e creatività che è stato svilito e ridotto a un qualcosa di finito, passeggero, non infinito, non fatto per durare nel tempo, in linea con il consumismo sfrenato di quest’epoca. Trovatemi un brano di questo periodo storico che rimarrà nei nostri cuori e nei cuori dei nostri figli per sempre, che potrebbe essere inviato nello spazio come cifra della nostra evoluzione… secondo me conviene continuare ad inviare Bach, Louis Armstrong e la grande musica degli anni ‘60, ’70 e’80 fermandoci lì, per non mostrare i chiari segni di una avvilente involuzione artistico/musicale nonché sociale. Chiaramente parlo prettamente dello scenario Italiano, non che quello statunitense e inglese sia molto differente, ma almeno hanno ancora grandi Band come i Radiohead in inghilterra e ancora tanto rock, blues, Folk e Country negli Usa, per gli intenditori naturalmente, non tanto per il grande mercato.
Abbassando l’ascia di guerra come sempre. Tornando seri e devoti alla missione. “Strane forme di complicità” manifesta tanto disagio e nostalgia, mi arriva un velo sottile di rammarico anche… un disco che si rende elegantemente prezioso per un ascolto adulto. Ecco: ritengo che l’ascolto di certi dischi debba essere adulto. Forse anche l’ascolto deve avere maturità… e con l’ascolto deve instaurarsi una complicità che oggi assume forme assai strane purtroppo. Che ne pensi?
Otto secondi, e qui cito un libro di Lisa Iotti, meno di un pesce rosso (con tutto il rispetto per il pesce) è il tempo medio dopo il quale la nostra mente perde la concentrazione e vaga da un’altra parte. Nell’era dell’iperconnessione e della dipendenza dagli smartphone non riusciamo più a tenere la concentrazione su nulla, figuriamoci sulla trama di una canzone…
Come possono persone sensibili, riflessive, profonde non essere a disagio in un mondo che sta facendo della superficialità il baluardo del progresso, del cambiamento, dell’evoluzione. Non credo che la superficialità ci aiuterà a vivere felici nel nuovo mondo a trazione green e a energia, acqua e materie prime razionate che ci aspetta.
Credo invece che la nostra salvezza sarà proprio il ritorno ai sentimenti, al profondo.
Bisogna toccare il fondo per risalire e io spero ancora che questo possa accadere, e se accadrà, andremo disperatamente alla ricerca di chi in questi anni bui ha continuato ad alimentare quella fiamma, non per mestiere ma per passione, facendo in modo che non si spegnesse, e ricostruiremo un tessuto artistico culturale anche superiore a quello rinascimentale. Per questo noi pazzi, alieni, continuiamo a scrivere, perché un giorno, lontano che esso sia, qualcuno forse riprenderà il discorso da qui…



