Roccia Ruvida: Federico Sirianni

Ecco il vero scopo di questa piccola rubrica. Ecco le interviste che meritano di essere lette prima di tante altre. E per citare noti adagi ampiamente celebrati in questa avventura di Roccia Ruvida: non esistono stupide domande, esistono solo stupide risposte. Dunque, girando la frittata: non esistono grandi domande, esistono solo grandi risposte. E che Federico Sirianni sia un’anima alta lo sapevamo… che alto sia anche questo nuovo disco dal titolo “Maqroll” è un qualcosa che si sta dimostrando da se, ad ogni passaggio che fa. Alla semplicità delle mie spine, ha risposto con eleganza e preziosa intelligenza, giocando con quelle stesse spine perché, in angolatura diversa, sembrassero poi fiori di campo. Ed ecco che diviene prezioso e finalmente sincero il rivelarsi per quel che si è, senza indossare le maschere. E senza maschere, si dura fatica a trovar forte la pelle e le proprie parole. Nell’intervista che segue capirete che cosa ho voluto dire… o voi che ancora restate su questa terra ad aver testa buona per pensare in autonomia!!!

La canzone d’autore. Siamo nel 2021 e ormai nessuno ha più la capacità di stare dietro a troppe parole, ai flussi di coscienza cantautorali… pensa che ormai anche il vocabolario di parole è divenuto scarno e scheletrico in luogo di abbreviazioni. Poi il suono: anche qui siamo di fronte ad una sintesi di stili e di omologazione del format. Dunque un disco complesso e ricco di cultura come il tuo, davvero ha la presunzione di parlare al pubblico di oggi che non sia fatto di aristocratici del sapere o dai pavoni che del sapere cinguettano soltanto per darsi arie?

C’è un vantaggio comune ai cantautori molto mainstream e a quelli poco mainstream: la possibilità di fare ciò che si vuole e si ha in testa, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Ovviamente faccio parte della seconda categoria, ma la grande sorpresa di “Maqroll” è stata la bella e inaspettata accoglienza di un pubblico oltre la mia consolidata nicchia. E, di questo nuovo pubblico, buona parte è di recente generazione. Ciò significa che un certo tipo di proposta, di parola e di suono, non è riservata solo agli aristocratici del sapere o ai pavoni cinguettanti, ma è possibile anche per un mondo contemporaneo il cui linguaggio, è vero, si è ristretto o comunque è mutato molto rispetto alle modalità di un uomo del Novecento come io sono. Ma, malcitando Conan Doyle, se escludi l’impossibile, anche l’improbabile diventa possibile. E nel mio caso sta accadendo proprio questo.

E poi questo disco accompagnato da un libretto. Anche il CD ha fatto il suo tempo… al limite perché non farlo in vinile. E visto che i crediti non li legge nessuno, perché addirittura fare un libretto? Insomma ti stuzzico per capire una cosa: cosa spinge un artista di oggi a parlare una lingua che non è più quella del popolo? Ecco l’emblema dell’incollocabilità, se vuoi…

Sono d’accordo. E sono anche d’accordo che siamo agli sgoccioli dell’era del cd, mentre i libri invece godono ancora di buona salute. È per questo che, al posto di un normale booklet, ho voluto accompagnare il disco con un vero e proprio volume, un’antologia dell’incollocabilità con racconti e poesie di amici scrittori come Guido Catalano, Remo Rapino, Vincenzo Costantino Cinaski, Bruno Morchio, Enrico Remmert e molti altri: per offrire a chi s’imbarca in questo nostro viaggio più modalità di fruizione, dall’ascolto alla lettura. Per quel che riguarda il vinile, è molto possibile che produrremo una tiratura limitata, magari nel periodo di Natale.

Altra cosa assurda: spotify. Dunque Federico Sirianni fa questo mestiere eppure, dopo tanto sudare anche da un punto di vista economico (credo io, come lo credo per tutti noi in fondo), mi regala totalmente tutto grazie ai canali digitali. E poi parliamo di lavoro… vero? E che dimensione e posto dai a questo gigantesco controsenso verso cui mi batto sempre?

La penso come te, inizialmente non volevo mettere “Maqroll” su Spotify. Poi etichetta e ufficio stampa hanno ritenuto che dovesse esserci e alla fine mi sono adeguato. Detto ciò, i miei appassionati restano quasi tutti “feticisti” dell’oggetto, qualunque esso sia, per cui le mie vendite non sono intaccate dalla presenza digitale. Ma, in linea di principio, sono d’accordo con le tue considerazioni.

E voglio insistere su questo tema perché in fondo nessuno lo tocca mai. Siete davvero incollocabili perché gli artisti non parlano la lingua della società, perché l’arte è bistrattata da tutte le istituzioni… o perché siete voi artisti i primi a bistrattarla in luogo di una bulimia di scena? Non sai quanti ne ho visti che in piazza professano la morale del genuino e poi farebbero qualsiasi cosa per avere la loro faccia in televisione. Compreso svendere il proprio lavoro…

È vero, ne parlavo proprio qualche giorno fa con Vinicio Marchioni a un festival letterario di cui eravamo ospiti. Oltre alla questione dell’incollocabilità, esiste un problema di incomunicabilità con le istituzioni che, però, sovente, parte proprio dall’artista. Dare per scontato che le istituzioni riconoscano un valore che riteniamo di esserci guadagnati dopo anni di esperienze e di mestiere e ci lusinghino dandoci le chiavi della città, è un atteggiamento un poco presuntuoso e che non funziona. Per cui, sicuramente, da una parte c’è un approccio da modificare, dall’altra sarebbe però bello che la percezione del nostro lavoro non fosse sempre e solo quella “dei nostri artisti che ci fanno tanto divertire”, per citare una celebre frase recente.

Tutti ci lamentiamo ad esempio che durante il covid sono stati chiusi i teatri ma non i centri commerciali. Ma qualcuno si è fermato a chiedersi l’indotto di lavoro che c’è dietro un teatro? Lo ha per caso poi paragonato a quello di un centro commerciale? E infine: invece di lamentarsi di una cosa del genere (cosa peraltro che io condanno come tutti voi), ci siamo chiesti se e quando torneremo ad educare il popolo ad andare a teatro invece che gareggiare in società con cellulari all’ultima moda e/o vestiti trend per coccolare il mood?

Se poniamo la questione soltanto in termini di indotto o peggio, di fatturato, non posso che essere d’accordo. Ma un teatro e un centro commerciale sono due cose molto diverse. E l’arte (perdona la semplificazione del termine, ma è per capirci) non può essere trattata allo stesso modo di un prodotto dell’Ikea, per dire, anche se certi design svedesi mi piacciono molto. Quello che ci ha fatto incazzare è la contraddizione della situazione: in quel periodo le statistiche dicevano che, a livello di contagi, i luoghi della cultura erano i meno pericolosi proprio in termini di numeri eppure erano gli unici chiusi. Nel secondo lockdown il mondo della cultura e dello spettacolo è l’unico a essere rimasto completamente fermo. Su questo bisogna darci una spiegazione: se la spiegazione è legata agli indotti e ai fatturati me ne faccio una ragione, ma almeno lo si ammetta onestamente. Sul tema dell’educazione al teatro o a qualunque forma espressiva, sfondi una porta aperta: per farti un esempio io sono ormai diversi anni che, grazie a un progetto della regione Liguria, racconto i grandi cantautori nelle scuole superiori liguri. Bisognerebbe che episodi come questo fossero più diffusi. Speriamo.

Tantissimo lavoro dietro questo disco, tantissima ricerca… e poi un video “compilativo” senza contenuto originale. Perché? Mancavano soldi o mancavano idee?

I soldi mancano sempre, l’idea invece mi sembrava molto bella e molto azzeccata. Le immagini che ci ha gentilmente permesso di utilizzare la Fondazione dell’Archivio Ansaldo di Genova sono rarissimi spezzoni di vita di mare di inizio Novecento che, montate da Andrea T su una canzone come “La ballata dell’acqua”, riescono a dare, nella loro apparente spensieratezza e allegria, un senso di tensione o di qualcosa di tremendo che sta per accadere. A me è piaciuto molto, ma ovviamente è un’opinione personale.

Beh direi che può bastare. Non so cosa ne pensi tu e cosa ne pensa la gente ma io trovo che “Maqroll” sia una di quelle opere che oggi diano un senso alla voglia di cercare nuova musica. In questo mare sconfinato di finti idoli anche celebrati da ogni parte, “Maqroll” significa tanto sul piano della bellezza, della ricerca e dell’arte di un cantautore. Elettronica, il suono del futuro che non macchia le parole e che mai prende il posto della verità. La ragione classica sa narrare da vero poeta. Ti chiedo soltanto una cosa: non hai paura che alla fin della fiera i veri incollocabili siamo noi altri, il tuo ed il vostro pubblico, che ci stiamo omologando al grande commercio? Come a dire: gli artisti e a chi coltiva la spiritualità della propria esistenza hanno una vera possibilità di salvezza…?

Intanto ti ringrazio per le belle parole, mi fanno davvero piacere. Io penso che la “salvezza” ognuno debba costruirsela ogni giorno, passo dopo passo, parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, attesa dopo attesa, naufragio dopo naufragio. Mutis utilizza un termine preciso per indicare quello che tu definisci il “coltivare la spiritualità della propria esistenza”, ovvero “disperanza”, una forma di superamento del disincanto, etica e lontana da ogni cinismo, in cui ogni lieve conquista dello spirito rappresenta una forma di bellezza e sorpresa.

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