Roccia Ruvida: Daniele Fortunato

Bel modo elegante di evitare domande e di tenersi alla larga dalla punta delle spine. Ho giocato, come sempre faccio, con domande spigolose e oggi l’ho fatto con Daniele Fortunato, cantautore che ci regala un disco raffinato ed elegante dal titolo “Quel filo sottile”, lavoro di una semplicità che oggi sembra divenire merce rara in luogo di questi contenitori iper abusati di finta trasgressione. E dunque, per riprendere temi trattati qui sotto, che i distributori siano pagati in vil denaro o prendano percentuali sul raccolto, la differenza è inesistente. L’artista (o chi per lui, in un modo o nell’altro) sta semper PAGANDO un servizio che lo porterà, tra gli altri, su un contenitore in cui il suo LAVORO VALE 0!!! Io vado su Spotify e ascolto la musica di chiunque senza pagare un centesimo. E nessuno si lamenta di questo? Anzi paghiamo il servizio… in un modo o nell’altro. Però poi scendiamo in piazza quando ci dicono che la MUSICA NON È LAVORO, quando un virus ci impone restrizioni. Tutto vero e condivido a pieno… ma non pensiate sia un paradosso? E da questo paradosso, neanche Daniele Fortunato mi ha portato via. E comunque, certamente un disco come “Quel filo sottile” non porta niente di nuovo sotto questo sole. Ma provate a immaginarlo voi questo sole senza dischi come questo…

Ecco un nuovo disco, un nuovo cantautore, una voce tra mille, mila, milioni. Ma ha senso fare tutti questi dischi? Cosa c’è nel tuo disco che non trovo in milioni di altri identici al tuo?

Considerando che l’ultimo album in studio l’ho pubblicato otto anni fa, posso dirti che un po’ di pausa tra un’uscita e l’altra me la prendo. È vero, siamo in un’epoca di pubblicazioni massive, ma il pubblico (tutti noi) è in grado di scegliere, dalle prime note e atmosfere, se soffermarsi o meno su un brano. Per cui il problema è facilmente arginabile.

Perché sei cosciente vero che la tua proposta non è per niente diversa da quella di milioni di altri? Cosa mi rispondi?

Non migliore di altre, ma diversa, in questa momento storico… ne sono sicuro!

Hai anche tu l’impressione che queste canzoni, le tue come quelle di tutti, manchino di personalità? Hai l’impressione che siamo nell’era in cui, presa una canzone, puoi metterci su la voci di chiunque che va bene lo stesso?

Ehm, no, non ho queste impressioni! Ho ascoltato molti brani in questi anni ricchi di personalità, musicalità e vocalità intense. Bisogna scovarli e tenerseli stretti.

I tuoi riferimenti ovviamente sono del passato. Di nuovo questo bisogno di guardare dietro per “andare avanti”. Innovazione? Nuove idee? Nuove forme?

Ascolto quotidianamente nuove uscite. Ci sono centinaia di canzoni che esplorano come dici tu nuove forme, ma in realtà risultano identiche fra loro, linee melodiche piatte, poche progressioni armoniche intriganti , futuristici effetti sulle voci che ne appiattiscono l’espressività, oltre a falsarne l’ intonazione. Preferisco con tutta sincerità un approccio alla musica che rispecchia ciò che realmente sai proporre dal vivo.

Domanda delle domande. Se il musicista è un lavoro, se come tale va considerato (cosa di cui sono assolutamente sostenitore), allora perché tutti pagano per essere distribuiti dentro canali che poi rendono GRATIS il lavoro? Come dire: mi lamento se non paghi il mio cachet quando suono, perché sto lavorando ma io stesso, in prima persona, pago perché la mia musica venga fruita indefinitamente e gratuitamente. Non trovi sia un assurdo?

Personalmente non pago nessun servizio per caricare i miei brani. Il mio distributore percepisce una quota di royalties (sullo streaming e download). Come il distributore “fisico” viene pagato per portare gli album nei negozi, anche quello digitale, come attore della filiera, riceve un compenso. Analogo discorso anche per i diritti d’autore, ho sempre riscontrato trasparenza nei report e una puntuale ridistribuzione dei proventi da parte della società di colletting. Non è tutto gratuito e indefinito. Sicuramente sono compensi irrisori quando non sei un artista noto al pubblico, ma in un’epoca in cui con uno smartphone accedi a qualunque file, è già un buon adattamento.

E molti mi diranno: si ma la musica per me è un hobby. Ok. Ma siamo qui ad intervistarti, sei qui a calcare le scene di chi la fa per mestiere. Non trovi assurda questa mescolanza? Non penso che in sala operatoria ci sia un amante a tempo perso della chirurgia… e neanche mi aspetto di trovarlo dentro le riviste scientifiche…

Perdonami, ma il paragone con il chirurgo è tanto evocativo quanto fuorviante!

A infilare tutte le declinazioni della produzione musicale nello stesso contenitore, si rischia di generare conflitti fra tifoserie come già accade quotidianamente, per ogni questione, sui social network.

L’artista musicale non è rappresentato solo dal musicista turnista con studi accademici alle spalle, ma soprattutto da chi si occupa di scrittura ed interpretazione di canzoni, di capacità di raccontare storie ed emozionare. Ci sono motivi e circostanze che portano molti musicisti nel corso della propria vita, ad intraprendere studi e mestieri differenti per pagarsi l’affitto o il mutuo. Chi può esprimere un giudizio su ciò? Ci sono cantautori poco conosciuti, che scrivono canzoni più potenti e necessarie di tanti autori di hit professionisti e affermati. C’è anche chi è riuscito a vivere di sola musica perché supportato da una buona condizione economica; o chi si è aggrappato ad alcune cordate del settore sfruttando più le conoscenze che il talento. Quello che penso valga la pena sempre valutare è la qualità di una proposta, non il vissuto dell’artista.

A chiudere come sempre abbassiamo l’ascia di guerra. Daniele Fortunato e questo suo nuovo disco parlano di vita, di amore ma anche di distanze, parlano con parole semplici e scritture per niente evanescenti. Secondo te, in tutto questo futuro distopico che ci sommerge ogni giorno, la verità sta nelle origini delle cose? Si tornerà alla semplicità un giorno? Un po’ come dire: si tornerà a fare dischi voce e chitarre o con un piccolo ensemble come quello che suona dentro “Quel filo sottile”?

Io me lo auguro.Tornare essenziali (o continuare ad esserlo) permette di guardarsi dritto negli occhi, di ascoltare se stessi, anche spaventandosi, ma senza smarrirsi. Alleggerirsi da pesanti sovrastrutture anche nella produzione musicale può darci una spinta nel concentrarci di più sulla scelta delle parole, e sul come farle scivolare nel modo migliore sulla la musica che vive dentro di noi.

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