Roccia Ruvida: 1000Streets

I cliché del nuovo soul, del jazz, del funk e del pop internazionale sono evidenti ma sono anche la chiave di volta per un collettivo che dimostra quanto ancora paga l’energia pulita dello stare assieme per generare suoni e melodie. Parliamo con la 1000 Streets’ Orchestra, parliamo con un collettivo di oltre 55 individualità differenti, di estrazione, di derive artistiche, di nazionalità. Parliamo di “Electro Way”, un disco poliedrico, intenso, ben definito dentro i confini di una musica che, ad aver ancora la capacità di restare attenti e affamati, regala dettagli imprevedibili e fuori ogni previsione. Come sempre cerco di stuzzicarne critica e denuncia e loro sanno come raccogliere e come giocarsi la partita. In fondo la sfida di rendere fruibile ai più un linguaggio spesso di nicchia, è un punto di arrivo nobile per chi all’arte chiede e demanda il ruolo dell’unione. Insomma, prima ancora che un disco di glamour e di gusto, sembra diventare una vera e propria bandiera sociale.

È inevitabile avere mille rimandi ai cliché del nuovo soul, del funk etc… niente di nuovo sotto al sole. Beh sinceramente, dopo aver messo su un progetto di così tante persone, così tante collaborazioni, così tante ispirazioni, mi sarei atteso una ricerca e un’originalità decisamente più spinta invece che i soliti mood e le solite soluzioni già sentite…

Veniamo da un percorso swing, talvolta jazz, esperienza che ci ha consentito di spingerci in sperimentazione lasciando grande spazio ad improvvisazione. La sfida è stata prendere quel bagaglio e renderlo fruibile ad un pubblico più ampio. L’ascolto risulta fluido e “semplice”, ma se si fa attenzione ai dettagli di arrangiamenti e produzione, si possono scorgere tante belle soprese.

Perché non fare un disco in italiano? Altro cliché che sempre torna… almeno in questo potevate distinguervi…

Siamo un collettivo per certi versi multietnico, con artisti italiani, croati e dominicani, perché non sfruttare al massimo questa opportunità?

La nostra terra natale è inoltre nota per l’incrocio di culture e nazionalità, fare un album in inglese e spagnolo è sicuramente il nostro modo più autentico di esprimerci e credo che l’autenticità sia il punto fondamentale per una produzione musicale.

Che poi diventa un controsenso anche con il vostro moniker: tante strade possibili però ascoltando il lavoro, smagliature a parte, la strada scelta per il suono e le sue soluzioni sembra una soltanto. Che ne dite?

Il nome 1000Streets è nato molto prima di “Electro Way”, titolo che fa riferimento proprio alla nostra strada elettronica, al nostro modo di fare musica coinvolgendo l’elettronica. Anche qui, le 1000 strade artistiche si possono apprezzare nei particolari, nell’album c’è lo Swing classico, il Pop, l’Electro swing, il Rap, il Lo-Fi, il Neo Soul. Crediamo sia molto importante cercare di raggruppare tutte le nostre influenze e i nostri generi preferiti e incanalarne in un nuovo sound, un percorso che con Electro Way abbiamo solo iniziato.

E ancora: in questa enorme crisi che viviamo, Covid e restrizioni a parte, un progetto a firma di un collettivo numeroso (collaborazioni e interventi a parte che li si supera l’assurdo), che ragione d’esistere ha? Ormai i live sono quasi estinti, i soldi non sono più investiti in tal senso… e voi vi presentate in una formazione così “costosa”? Qual è la ratio?

È una formazione che ha una marea di possibilità, è versatile e adatta a tante occasioni. L’impegno di energie è sicuramente immenso, ma la resa e l’impatto di una formazione numerosa sono sicuramente impareggiabili.

Beh come sempre abbassiamo l’ascia di guerra per la chiusa dell’intervista. “Electro Way”, proprio per le ragioni che prima fintamente mettevo sotto “accusa”, davvero merita l’encomio non solo di celebrare un genere e di edulcorarlo, ma anche di restituire alla musica il vero valore umano che merita. Trovo che il suono digitale in questo disco diventi assai umanizzato, umano, concreto. Un disco che merita attenzione anche per questo aspetto. Ed è vero che la pandemia è proprio in quell’aspetto che ha procurato i danni peggiori. Voi come avete reagito e che soluzioni avete in mente per salvare un disco come questo?

L’aspetto umano è sicuramente in primo piano, realizzare un lavoro come questo ci ha regalato molta energia e spero che questo passi anche a chi lo ascolta. Contro ogni aspettativa, è ancora possibile riunire un gruppo così grande, stando certamente attenti a non mettere nessuno in pericolo. Ci sono soluzioni, grazie anche alla tecnologia, che permettono di riunire molti musicisti senza necessariamente incorrere in assembramenti potenzialmente molto pericolosi in questo periodo. Per il futuro siamo pronti ad adattarci, come successo l’estate scorsa, possiamo portare dal vivo l’orchestra al completo nelle situazioni più adatte e una versione più compatta nelle occasioni di necessità.

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