Intervista – CELESTE
Abbiamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa di “UNIVERSO (Artemisia)”, il disco d’esordio di Simone Furlani alias Celeste, cantautore veronese al debutto sì, ma con una consapevolezza che si fa godere attraverso le trame sospese tra sogno e realtà di un EP che certamente ha qualcosa da dire: sinergie tra punk e mainstream, tra bedroom pop e sinth-wave che trova sbocco in una scrittura in crescita, che merita certamente la nostra fiducia. Ecco perché abbiamo deciso di fare qualche domanda all’artista, per saperne di più su ciò che il ragazzo veneto ha da dire.
Ciao Simone, benvenuto su Indieroccia. Allora, partiamo dall’inizio: quali sono i motivi che ti hanno spinto a chiamarti “Celeste”.
Probabilmente dalla necessità di leggerezza. Concretamente parlando il nome Celeste non è collegato a nessuna storia del passato ma, concettualmente, racchiude quello che per me è un intero universo da esplorare e poi, tramite la musica, raccontare a chi mi ascolta. Questo universo è tanto interiore quanto del mondo che ci circonda, costituito dunque dai sogni e insicurezze personali, ma anche dalle emozioni che scaturiscono da chi e ciò ha fatto, o sta facendo parte, della mia vita. Celeste, dunque, rappresenta tutto questo.
Come comincia il tuo rapporto con la musica? Ti va di raccontarti il tuo primo approccio con le sette (che poi sono tredici) note?
Il mio primo approccio con la musica risale al 2014 quando, insieme ad alcuni amici che rappavano, decido di sedermi dietro al computer e, in modo estremamente rudimentale e casuale, occuparmi della parte di “mix e master”. Il primo e vero contatto però con il mondo della scrittura avvenne nell’estate 2018 in seguito alla breve, intensa e travagliata storia d’amore con Elena, ragazza russa in vacanza a Verona. È proprio per e grazie a lei che scrissi il mio primo singolo in inglese.
Due singoli prima di un EP che a suo modo sembra avere forti basi letterarie, pur nella chiave pop che determina il tutto. E’ così?
Vorrei mentirti al riguardo, ma purtroppo no. Me ne vergogno ma sono sempre stato un pessimo lettore, per non dire che proprio non lo sono mai stato. Fortunatamente, un po’ per fame di cultura e un po’ per migliorare la mia scrittura e ampliare il mio vocabolario, negli ultimi 2-3 mesi le cose sono radicalmente cambiate.
“Artemisia”, oltre ad essere uno dei singoli, è anche la protagonista metaforica e reale di questo EP. Cosa rappresenta per te, “Artemisia”? Chi è, questa presenza angelica che si aggira attraverso i cinque pezzi dell’EP?
Artemisia è una ragazza realmente esistita la quale mi ha dato tantissimo artisticamente parlando e, come ogni drama story che si rispetti, pochissimo da una prospettiva puramente sentimentale: ovviamente io ho fatto di quella piccola concessione amorosa poi il viaggio che voi ora potete sentire. Artemisia per me rappresenta un percorso particolarmente tortuoso, ma anche una figura nella quale sono presenti tutte le donne che in qualche modo hanno fatto, e che faranno parte, della mia vita.
Tra i brani, ci ha molto colpito “18 anni”, sarà per quel piglio post-punk che ci ha ricordato la nostra voglia adolescenziale di spaccare il mondo. Cosa rimane del Celeste diciottenne, in quello che sei ora?
Moltissime cose. Per quanto quest’anno saranno 25, dentro di me ho sempre la voglia di fare e i sogni di un diciottenne. Ora vivo da solo e, indipendentemente da questo, sono una persona molto matura: se non fosse però per quel lato ancora adolescenziale probabilmente la mia musica sarebbe rimasta in eterno a prendere polvere sotto il letto.
Dicci quali sono le tre cose più importanti dell’ “Universo” di Simone.
La natura, con le sue mille sfaccettature, per me costante rifugio e luogo felice; la musica, non però come l’ho vissuta fino ad ora, ma totalmente svincolata dalle pressioni e delle aspettative che mi auto prefiggo e creata esclusivamente per il piacere di farla; infine, l’amore nel senso lato del termine, non quindi quello per una singola ragazza, ma per ogni cosa e persona che ci circonda dunque, indirettamente, ti direi anche delle sane e stimolanti relazioni interpersonali.



