Interview – Henry Beckett

Esce venerdì 25 febbraio 2022 “A boy needs to grow”, il nuovo singolo di Henry Beckett e primo capitolo in attesa di un album di debutto (che seguirà l’EP Heights del 2017). Con un immaginario a metà tra le influenze di Kerouac e le atmosfere à la Into The Wild, “A Boy Needs To Grow” racconta un momento della vita in cui si avverte la pressione del dover scegliere tra due strade radicalmente diverse. Da una parte la strada del sognatore che, pur di realizzare i propri desideri, rischia. Dall’altra, la strada di chi, nonostante l’amarezza, sarebbe disposto a rinunciarvi per abbracciare un pensiero più pragmatico e razionale. Fino a questo bivio i due percorsi parevano poter proseguire per sempre parallelamente.

Tuttavia, osservando con più attenzione, si intravede il punto in cui potrebbero definitivamente separarsi. A questo punto è facile rimanere bloccati. Mossi dall’apparente esigenza di una maggiore sicurezza, il percorso più concreto sembrerebbe essere il più corretto da intraprendere. C’è, però, chi avverte la necessità di concedersi maggior tempo per rimanere ancorato ai propri sogni, con la convinzione che potrebbero essere vissuti appieno e concretizzati grazie alla maturità acquisita negli anni. Forse, quindi, il tempo di sognare non è ancora terminato. Forse non lo sarà mai.

Ecco cosa ci ha raccontato!

– Quali sono le tue influenze musicali? Qualcosa che proprio non ci aspetteremmo? 

Vengo principalmente dal mondo cantautorale americano, quello radicato nelle musiche di Bruce Springsteen o di Neil Young, e dell’alternative rock. A 15 anni ho scoperto quello che sarebbe stato da lì in poi il mio principale artista di riferimento: Ryan Adams. È stato soprattutto grazie alle sue canzoni che ho iniziato a scrivere le mie. Altri artisti che mi hanno influenzato facendomi immaginare viaggi on the road in paesaggi sconfinati sono stati Jonathan Wilson, The War On Drugs, gli Half Moon Run, Lana Del Rey e molti altri. Porto dentro di me parecchi degli ascolti di mio padre, che era un grande appassionato di musica e in particolare dei Dire Straits. A tutto ciò accosto un certo amore per il pop di Harry Styles o di James Bay. Un paio di ascolti che probabilmente non si direbbero essere nella mia libreria sono Marilyn Manson e i Rage Against The Machine, non tanto come fonte di ispirazione, ma più perché, ogni tanto, quanno ce vo ce vo. 

A boy needs to grow è un brano autobiografico? E in che misura? 

Tutti i miei testi hanno una forte nota autobiografica. “A Boy Needs To Grow” è un mio personale invito a legittimarmi i sogni legati al mondo artistico, sia quello musicale che quello recitativo. L’ho scritto in un periodo in cui non mi sentivo più a mio agio nel continuare il percorso post-universitario previsto dai miei studi di psicologia. Avevo bisogno di darmi le giuste chance in ciò che più mi fa stare bene. È iniziato così il processo che mi ha portato a produrre un album di 9 brani di cui sono molto orgoglioso. L’inizio della pandemia ha paradossalmente dato un ulteriore incentivo in questo senso, spingendomi con forte entusiasmo a iscrivermi ad una accademia di recitazione che sto attualmente frequentando. Nonostante il testo parli molto di me, spero che possa trasmettere un simile impulso a chi si trova in bilico tra la scelta di seguire i propri desideri o quella di abbandonarli.

– Domanda ostica, ma forse necessaria. Perchè l’inglese? 

Non lo nasconderò, ma è la domanda che più mi viene fatta! Per me la lingua cantata è come uno strumento. Tra la lingua italiana e quella inglese scelgo lo “strumento inglese”. È quello in cui riesco più a trovare i miei suoni e la mia dimensione. È dove mi esprimo meglio, sentendomi più a casa e a mio agio. Sono consapevole che questo mi crea non pochi ostacoli, ma io scrivo per provare queste sensazioni e quindi sono sereno con la mia scelta. 

– Che è accaduto dal 2017 ad oggi? 

Ne sono successe veramente tante! Per prima cosa ho terminato i miei studi universitari di psicologia. Dopodiché ho iniziato, assieme a Max Elli, la produzione del mio primo album di cui state ascoltando il primo singolo. Sarò per sempre grato a Max per aver regalato la sua magia alle mie canzoni! Ho poi incontrato un chitarrista che stimo enormemente, Antonio Cirigliano. Con lui ho preparato un live in duo semiacustico che ho avuto la fortuna di portare a qualche data prima della pandemia. Purtroppo, il Covid ha incidentato la strada che stavo costruendo, ma la mia reazione è stata quella di iscrivermi ad un’accademia di recitazione: avevo bisogno di abbracciare qualsiasi cosa che mi facesse trovare un senso nel contesto in cui abbiamo iniziato a vivere tutti. Nel mentre ho dovuto affrontare la perdita di mio padre, che ha da sempre creduto in me e in quello che mi appassiona. Ciò mi rende oggi ancora più emozionato nel condividere quello che ho creato in questo lungo tempo, perché mi permette di dedicare ogni suo frutto a lui.

– Quale domanda avrei assolutamente dovuto farti e non ti ho fatto? Quale invece la risposta?

Visto che oltre alla musica la mia seconda passione è la recitazione e il cinema, mi chiederei “Quale film racconta più di te?” Senza alcun dubbio “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.

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