Interview – The Spoiled

The Spoiled è il progetto di Giovanni Santolla e Parasite è il suo disco d‘esordio, uscito pochi mesi fa per l’etichetta francese Manic Depression Records. L’album, preceduto da Ironshell Ep (Manic Depression Records, 2016), ci ha colpito positivamente e, dunque, abbiamo deciso di contattare Giovanni via mail per porgli qualche domanda.

 

Il tuo recente passato ti vede al basso con in Ready, Set, Fall, band hardcore metal di Torino. Quest’anno invece debutti col tuo progetto The Spoiled, che abbraccia sonorità decisamente diverse. Come è nato questo progetto?

Ciao Gilda, ti ringrazio davvero per questa intervista e mando un saluto a tutti i lettori di “Indie-Roccia”. La mia volontà di intraprendere un cammino completamente diverso rispetto a quello della mia band precedente è stato dettato principalmente dalla mia voglia di sperimentare altre atmosfere, più introspettive e più vicine alla mia indole. Nonostante sia rimasto in ottimi rapporti con gli altri ragazzi e abbia fatto moltissime esperienze sia in Italia che all’estero, non mi sono mai pienamente sentito a mio agio con quel genere musicale, proprio perché a differenza loro venivo da un background musicale diverso. Parallelamente alla nascita della band nel 2010 ho cominciato dunque a scrivere e registrare musica per i fatti miei, come semplice valvola di sfogo, senza la benché minima intenzione di pubblicare un giorno quel materiale. Dopo anni di bozze, di numerosi pezzi scartati e dopo lo scioglimento della mia ex band ho deciso di riprendere in mano alcuni vecchi pezzi e di scriverne di nuovi, con una maggiore determinazione, grazie soprattutto ad una persona che mi ha incoraggiato molto e che è stata un’ascoltatrice molto paziente e obiettiva.

Concepire testi e musica individualmente può essere difficile per chi è stato abituato a suonare all’interno di un gruppo. Hai incontrato delle difficoltà nella fase di ideazione ed in quella di realizzazione del disco? Oppure tutto è avvenuto in maniera spontanea e naturale?

Le fasi di ideazione e di realizzazione del disco sono state del tutto spontanee e naturali proprio perché Parasite rappresenta pienamente la mia condizione psicologica in determinato momento della mia vita e la voglia di superarlo indenne. Volevo mettermi alle spalle un periodo non particolarmente sereno e avevo anche bisogno di esprimere quello che non ho invece mai potuto esprimere nella mia vecchia band. Le uniche difficoltà sono state costituite dall’essenzialità dei mezzi con i quali sono stato costretto a lavorare, praticamente a costo zero, nella mia stanza da letto (laptop, tastiera midi, basso e chitarra) e dal mio eccessivo perfezionismo che mi ha portato ad infinite modifiche ai brani che non mi sembravano mai all’altezza di un disco da pubblicare per una casa discografica come la Manic Depression Records. E se riascolto il disco adesso, a distanza di poco tempo, vorrei già cambiar tutto (ad esempio poter avere a disposizione la strumentazione di uno studio vero, dei suoni analogici, ecc).

All’inizio di questo 2016 usciva Ironshell Ep per la Manic Depression Records e pochi mesi dopo Parasite per la medesima etichetta. L’impressione che ho avuto è che nell’Ep i suoni sono duri, violenti, asfissianti e l’atmosfera che si respira è costantemente tesa. Parasite ripropone queste atmosfere, ma ho trovato anche degli episodi più distesi, in cui la tensione si allenta seppur temporaneamente, penso a brani come I am void, When sheep stop dreaming…

La scelta di inserire nell’EP prevalentemente pezzi duri, cupi e claustrofobici è stata dettata dalla mia idea di creare un prodotto il più possibile compatto e d’impatto. Volevo che l’atmosfera che pervade i miei pezzi arrivasse nel modo più diretto possibile, senza fronzoli. Per Parasite invece ho pensato che ci volesse un clima più eterogeneo, dilatato, che permettesse all’ascoltatore di essere prima colpito da suoni minacciosi e subito dopo quasi “allietato” da momenti più rilassati, seppur anch’essi inquieti. La varietà nella scaletta dei brani è stata anche dettata dalla volontà di non pubblicare un disco in cui tutti i pezzi si somigliassero fra loro. Penso sia abbastanza facile andare a colpo sicuro, proponendo quello che l’ascoltatore tradizionalista vuol ascoltare senza variare mai la formula, senza provare a mettersi in gioco (correndo il rischio di fare un buco nell’acqua). Detto ciò, non ritengo nel modo più assoluto di proporre della musica innovativa e sono fin troppo evidenti le mie influenze, il mio obiettivo però è quello di trasmettere attraverso queste atmosfere le mie inquietudini, i miei demoni, a chiunque abbia voglia e tempo da dedicarmi.

Ho letto che la tua musica trae ispirazione dalla letteratura decadente e dalle pellicole horror. Ti va di approfondire questo aspetto?

Certamente. I miei testi risentono molto delle letture di Poe, Baudelaire, Wilde. Ritengo notevole l’introspezione che soprattutto Poe effettua nelle sue opere, amo come riesca a scavare nei meandri dell’animo umano e a descrivere in modo efficace i pensieri più oscuri, le angosce, le malattie mentali, il senso di colpa, la follia. Tutto il concetto dietro Parasite rappresenta proprio il viaggio nella psiche di un uomo che si trova intrappolato in un labirinto nella sua mente, un mondo popolato da demoni, da figure misteriose che cercano di trascinarlo verso il basso illudendolo di trovare sollievo nell’abisso. L’unica sua salvezza è rappresentata da una figura lontana, una figura luminosa, idealizzata quasi come le donne presenti nelle opere di Poe, nella quale il protagonista di questo “racconto” trova conforto. Resta però il dubbio se anche questa figura sia frutto della sua immaginazione, se invece rappresenti il malinconico ricordo di un’esperienza passata nel quale cullarsi senza volersi svegliare oppure la volontà di andare avanti, superando definitivamente questo limbo immerso nella nebbia nel quale si alternano atroci sofferenze e momenti di calma apparente. Fondamentale per lo sviluppo di queste mie idee è stata dunque anche la visione di un certo tipo di pellicole di autori come John Carpenter, David Cronenberg, David Lynch, Takashi Miike, Hideo Nakata e Takashi Shimizu. Ammetto di essere un cinefilo incallito e di passare molto tempo davanti allo schermo, il mio sogno segreto sarebbe quello di poter diventare un giorno un compositore di colonne sonore per film di questo genere, visto il mio grande interesse a comporre musica che ricrei un certo tipo di atmosfera.

Quali sono le tue principali influenze musicali? Quali ascolti invece hanno ispirato Parasite?

Fra gli artisti che mi hanno influenzato maggiormente ci sono Trent Reznor, Akira Yamaoka, Roger Waters, Robert Smith, Brian Eno, John Carpenter, Angelo Badalamenti. Relativamente invece agli album che ho ascoltato di continuo durante la scrittura di Parasite, la lista è abbastanza lunga e variegata: Angel Guts dei Xiu Xiu, Deeper dei The Soft Moon, Cherish the Light Years di Cold Cave, Always Then dei The KVB, Conditions of My Parole dei Puscifer, Silent Hill 2 OST di Akira Yamaoka, Lost Themes di John Carpenter, Abyss di Chelsea Wolfe, II dei Crystal Castles, Immunity di Jon Hopkins, Immolate Yourself dei Telefon Tel Aviv, Tunnel Blanket dei This Will Destroy You, il self-titled album dei Viet Cong (ora The Preoccupations) e il self-titled EP degli How to Destroy Angels, Koi No Yokan dei Deftones, Souvenirs d’un Autre Monde degli Alcest, The Mantle degli Agalloch, Ultraviolence di Lana Del Rey, Kid A e Amnesiac dei Radiohead, Untitled dei Sigur Ros, Lost di Trentemøller, Atarashi Ni Tsu no Tanjou dei 2 8 1 4, Restless Idylls dei Tropic of Cancer, Urban Hymns dei The Verve, Sonno di Alessandro Cortini, Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts degli M83. Poi, andando sul classico, Low e Station to Station di Bowie, Animals dei Pink Floyd, Closer dei Joy Division, Pornography e Disintegration dei The Cure, Die Zeichnungen Des Patienten O.T. degli Einstürzende Neubauten, Brighter Than a Thousand Suns dei Killing Joke, The Hurting e Songs From the Big Chair dei Tears For Fears, The Downward Spiral, The Fragile, Ghosts I-IV e Still dei NIN, Apollo di Brian Eno.

L’Ep ed il disco sono prodotti dall’etichetta francese Manic Depression Records (che produce gruppi post punk, dark wave e affini, tra cui anche molti italiani, come Winter Severity Index e Date at Midnight). Hai avuto difficoltà a trovare una label in Italia che supportasse il tuo lavoro? O è stata una tua scelta quella di rivolgerti all’estero?

Per quanto riguarda il mio percorso per trovare una label che mi distribuisse il disco, devo dire che sono stato molto fortunato. Nell’agosto del 2015 ho caricato sul mio profilo Soundcloud una versione demo di Wish House che ha catturato l’attenzione di Lionel della Manic Depression Records. Dopo un rapido scambio di mail mi ha proposto di inviargli altro materiale e ne è stato piacevolmente colpito; per me è stato un onore visto il roster di tutto rispetto dell’etichetta e la nutrita schiera di artisti italiani validissimi. Non lo ringrazierò mai abbastanza per la fiducia incondizionata che ha dimostrato nei miei confronti e per l’estrema disponibilità e gentilezza. Perciò non si è trattato di una mia scelta mirata quella di rivolgermi all’estero, semplicemente di una fortunata coincidenza. Supporto in ogni caso con forza il lavoro che fanno le etichette italiane in uno stato, il nostro, nel quale è davvero difficile dare la giusta visibilità ad un genere che merita sicuramente una maggiore attenzione.

Come vedi la scena post punk italiana (ammesso che esista)?

Devo ammettere a malincuore che relativamente alla scena post punk italiana sono molto ignorante, avendo suonato per parecchi anni in un altro ambito musicale. Noto però che c’è un grande fermento di band che propongono ottima musica, tra le quali Ash Code, Winter Severity Index, Geometric Vision, Schonwald, M!R!M! (che ora però vive a Londra). Anche nella mia Puglia sto scoprendo con piacere artisti molto interessanti come Terminal Front, Razorline, A Copy For Collapse, The Whip Hand, proposte molto diverse fra loro ma ugualmente degne di nota. Sono invece molto insofferente relativamente al fenomeno delle cover band e al fatto che quasi sempre abbiano un cachet superiore alle band che propongono musica originale. Ritengo che questo modo di far musica rispecchi pienamente l’indole conservatrice del nostro paese, la paura di proporre qualcosa di nuovo. Non me la sento però di puntare il dito contro chi fa questa scelta perché molto spesso è dettata proprio dalla scarsa attenzione dello stato italiano nei confronti della musica e della cultura in generale. Certo è che nelle cover band vi sono quasi sempre musicisti davvero bravi ed è un peccato veder sprecato questo talento.

Hai in programma date in Italia? E all’estero?

Per il momento The Spoiled resta relegato in ambito studio, dopo 5 anni di tour con la mia vecchia band ho preferito focalizzarmi soprattutto su composizione e scrittura piuttosto che alla riproposizione del materiale dal vivo. Mi piace fare le cose per bene e quindi vorrei prendermi il mio tempo prima di organizzare un liveset decente. Credo che però a breve comincerò ad avvertire la nostalgia del palco e la voglia di fare un’esperienza del tutto nuova con questo progetto.

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