Interview: Sick Tamburo

Con una certa emozione ho parlato con Gian Maria Accusani, leader dei Sick Tamburo e dei Prozac+. Parlare con lui ha portato in mente l’ultima parte degli anni ’90, fine di un’era per me e forse anche per la musica italiana fatta in una certa maniera. In occasione dell’inizio del tour che porterà per tutta Italia il progetto Sick Tamburo (side project dei Prozac, che al momento sono solo in stand-by), ideato in coppia con Elisabetta Imelio (altro ‘terzo’ dei Prozac+) abbiamo parlato del passato e del presente della musica e di come sopravviverne.

Indie-Roccia.it: Hai il passamontagna?

Gian Maria Accusani: no no (ridiamo, ndi)

Ho visto che hanno cancellato un paio di date per neve…

Eh sì che ci vuoi fare la neve purtroppo non guarda in faccia a nessuno.

In che cosa si differenzia il progetto Sick Tamburo dai Prozac +?

Sono due cose completamente diverse, una non esclude l’altra. Ovviamente di base chi scrive e compone è sempre la stessa persona (lo stesso Gian Maria, ndi), quindi la cifra stilistica è la stessa ma musicalmente sono molto diversi.

Componi tutto tu?

Sì certo.

Hai dei riferimenti musicali precisi?

A livello conscio non mi rifaccio e non mi sono mai rifatto a nessuno. Ho sempre preferito fare musica che esulasse completamente da quello che ascoltavo. Inevitabilmente, inconsciamente esce tutto quello che hai ascoltato nella vita, magari cose ascoltate 20 anni fa, che rientrano in quello che poi scrivi. Non c’è un riferimento preciso. Guardo ai miei limiti e cerco di andare in quella direzione e questo aiuta a trovare delle soluzioni originali.

Il cantato di Elisabetta è molto originale, è stata una sorpresa per te?

Diciamo di sì, pur sapendo che fosse intonata ,non mi aspettavo venisse a chiedermi di cantare. Fondamentalmente è sempre stata una persona timida e cantare vuol dire far sparire la timidezza. Credo che questa sua scelta sia dovuta anche a questa sua esigenza personale. Questo mi ha sorpreso molto di più. Poi, visto il risultato molto convincente, la sorpresa è stata anche più grande (ride, ndi).

I live avranno tutta l’elettronica del disco o cercherai di rendere i brani più essenziali?

Cercherò di rendere quello che c’è su disco ma non completamente. Ad esempio su disco ci sono tante chitarre, difficilmente riproducibili live e anche la parte elettronica cercherà di essere fedele il più possibile. Il live avrà qualche piccolo cambiamento ma niente di veramente significativo.

I live sono comunque diversi da quelli dei Prozac +, a parte i pezzi, come struttura?

Certo, essendo gruppi diversi sarà molto diverso. Nonostante sia sempre io l’anima dei due gruppi, quindi ci sia la stessa la cifra stilistica, sono due mondi separati: la teatralità è molto più presente in questo progetto, ad esempio usiamo dei passamontagna e qualche coreografia legata ai pezzi.

Come risponde il pubblico? Anche con il primo disco avete trovato un seguito?

Se guardiamo il momento che sta vivendo la musica, molto diverso da quello di 15 anni fa, in cui i dischi non si vendono più, ai concerti va meno gente, la musica la si vuole avere gratis, a livello culturale è scesa ai gradini più bassi e che i Sick Tamburo sono un gruppo nuovo, nato nel 2009, i risultati sono stati ottimi. Non è facile uscire con un prodotto nuovo e subito andar bene. Certo il paragone con il mio vissuto è proprio diverso. Con i Prozac si vendevano 200.000 copie, ora sei contento se ne vendi 2.000. Comunque rapportato al momento storico sta andando benissimo. C’è da considerare che non facciamo pezzi dei Prozac e che cerchiamo di tenere in secondo piano chi siamo, quindi in un momento come questo siamo fortunati dato che riusciamo a fare 100 date in un anno.

Al Rivolta di Marghera, al festival dell’etichetta La Tempesta, di gente ce n’era parecchia.

Sì anche a vederci (hanno suonato di primo pomeriggio, ndi), c’era un sacco di gente, ma i Festival sono diversi, nessuno di quei gruppi che erano là ha mai un pubblico così numeroso come quello che si è trovato lì. Di sicuro questo festival ha una forza notevole ed è di grande aiuto a tutti i gruppi.

Parlando di ‘A.I.U.T.O.’, avete lavorato insieme ai brani o hai preparato tutto prima?

Io faccio tutto nel mio studio, quindi preparo tutto lì e il lavoro, a parte piccole cose, lo faccio di pari passo con la lavorazione del disco.

Che differenze ci sono rispetto al primo lavoro?

Per prima cosa io canto in alcuni brani, poi abbiamo scelto di avere molta più melodia nelle linee vocali. Nel primo lavoro avevamo puntato molto sulla marzialità della ritmica, che c’è ancora, ma con delle melodie nelle parti vocali. Alcuni pezzi non hanno la chitarra distorta, vedi il primo singolo (‘E So Che Sai Che Un Giorno’, ndi) altri sono più ricchi di suoni: c’è molta più legna da ardere. Questa è stata una scelta precisa, sia di essere più essenziali nel primo lavoro che arricchire nel secondo.

Parlami del video di ‘E So Che Sai Che Un Giorno’.

È girato da un regista, Stefano Poletti, che è sempre lo stesso di tutti i video dei Sick Tamburo. Stefano ha interpretato la canzone a suo modo. In realtà la canzone non tratta di ragazzini, come si vede dal video, ed in effetti è perfetto. In realtà la canzone parla di un fatto realmente accaduto ad una donna di mezza età, quindi proprio un’altra cosa.

È curioso come spesso le canzoni vengano interpretate in modo totalmente diverso.

È proprio così, spesso si leggono delle cose che neanche avevi pensato (sorride, ndi). Spesso si capisce quello che si vuol capire, ed è giusto così.

Come dicevi la musica è scesa di molti gradini sul piano culturale: è cambiata anche la professionalità delle persone? Parlo anche del lato pratico: service ai concerti, impianti…

Tutto è stato ridimensionato. Ad esempio, un mixer da palco non te lo dà quasi più nessuno. Ma si è ridimensionato anche nelle sciocchezze tipo il catering, 15 anni fa ci mangiavano 50 persone, ed era esagerato, ora ti fanno trovare due pacchetti di patatine (ride, ndi), ma va bene così, quando tutto è ridimensionato te lo aspetti. La cosa peggiore è il mondo della promozione, siamo ai minimi, non ci sono più gli spazi, è questo il vero peccato, non tanto che ci siano carenze tecniche. Avere pochi spazi per promuovere le proprie cose è la morte e questo accade nonostante ci sia ottima qualità delle proposte. Come fanno ad uscire i gruppi di qualità se non hanno spazi?

Certo c’è molta qualità in Italia, la vostra etichetta ‘La Tempesta’ con i suoi gruppi ne sono la testimonianza, ma ce ne sono altre , penso alla Ghost Records, Foolica, Trovarobato…

È questo il problema, ce ne sono molti e che lottano per una fetta di spazio piccolissima. Purtroppo la musica ha perso culturalmente interesse, al potenziale fruitore non interessa più la musica come 15 anni fa. Deve essere gratis e da ottenere con poca fatica. Ora gli interessi son altri: la tecnologia, il telefonino, i calciatori. La musica ha perso interesse.

Si riesce a vivere di solo musica in Italia?

Vivere veramente lo fanno in pochi, sopravvivere lo fai ma devi fare tante cose, però è un sopravvivere. Chi viveva di musica 15 anni fa ora è difficile che riesca a farlo ancora. Penso che l’80% delle persone che fanno musica facciano anche un altro lavoro.

Magari ti tocca fare compromessi a cui non avevi mai pensato…

Magari ci fossero! Ma non ci sono neanche quelli, non c’è possibilità, una volta forse! È ben peggio di così. Per guadagnare hai il tuo progetto, vai in giro a suonare, ti prendi due lire, fai i dischi e non guadagni niente: funziona così. Vivere di musica è difficile. Ma anche chi riesce a viverci non fa i soldoni perché non ci sono i soldoni.

Suonare all’estero, ti è mai capitato?

Con i Sick Tamburo non credo ci sia interesse. Non facendo tipica musica italiana, in italiano, non interessa a nessuno (ride, ndi). In realtà avremmo la possibilità di andare a suonare fuori dall’Italia ma poi per cosa? Per poi solo dire di essere andati? Gratis? Che ritorno ne potremmo avere? Niente.

Segui o ti piacciono altre band italiane?

I gruppi de La Tempesta li trovo molto validi, anche quelli che incontro andando in giro quando suoniamo. In Italia credo ci sia gente che fa buona musica, come ti dicevo, lo spazio è poco.

Cosa consiglieresti ad una persona che volesse fare il musicista?

Eh difficile, intanto di non essere in troppi (ride ndi), perché più sei più costi ci sono e cercare di fare le cose da soli, cercare di farle sentire a più persone possibile e credere in quello che si fa. Che poi è quello che ho sempre fatto io.

Ok Grazie mille ci vediamo a Magenta il 18.

Ok grazie a te , ci vediamo!

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