Interview – Pierpaolo Lauriola

Fuori da pochissimo il disco Canzoni scritte sui muri, il terzo album del cantautore Pierpaolo Lauriola (classe 1975), un disco che parla di certezze e di fragilità e di cui abbiamo parlato direttamente con lui in questa intervista.

Ciao Pierpaolo, hai scritto davvero le tue canzoni sui muri? Non lo sai che è vietato?
Solo in senso metaforico, naturalmente. Ma la tua domanda è molto divertente.

Canzoni Scritte Sui Muri sembra in qualche modo voler essere un manifesto generazionale, con valenza più universale che personale. Come nasce un disco del genere, e cosa vorrebbe comunicare?
Questo disco è l’ultimo di una trilogia che ho dedicato ai grandi temi della vita. Tutto è cominciato quando ho ripreso in mano una vecchia musicassetta con un demo che avevo inciso nel 1994 e l’ho rielaborato. Così è nato Polvere. (scritto con il punto finale). Il tema principale era il tempo inteso come nascita e l’evolversi dell’individuo, quello di L’ego, il secondo album, la crescita e lo sviluppo della propria personalità, Canzoni scritte sui muri ha invece come tema la trasformazione. È sui muri che spesso si scrivono le dichiarazioni di protesta, le dichiarazioni d’amore e le riflessioni sulla vita o l’arte dei graffiti. In questo disco c’è molto del mio modo di essere. Le storie narrate hanno origine nella quotidianità, sono storie di tutti.

Ci parli della tua esperienza con il carcere minorile Beccaria?
Con i ragazzi detenuti ho partecipato ad uno speciale concerto all’interno del Teatro del carcere Beccaria che per l’occasione è stato aperto al pubblico. I ragazzi hanno cantato canzoni rap e hip-hop, ed io canzoni del mio repertorio; ho ascoltato attentamente i loro testi ed ho scoperto una potenza di linguaggio incredibile che mi ha emozionato. Spero che ognuno di loro possa trovare la propria strada, alla fine del processo rieducativo, magari proprio continuando a seguire la passione per la musica facendola diventare un lavoro.

Hai una bella carriera musicale alle spalle, e ti sei indubbiamente visto passare molte scene e correnti musicali. Qualcosa che ti ha colpito particolarmente o che rimpiangi?
Quello che più mi ha colpito è come cambia in fretta il modo di ascoltare musica. Quando ho iniziato io c’erano ancora i vinili e cominciava l’era dei CD. Poi è arrivato internet ed è cominciata l’era del download fino ad arrivare ad oggi e allo streaming. Forse rimpiango un certo modo di ascoltare musica, quando ci si dedicava completamente ad un intero album, leggendone i testi e analizzando l’opera nell’insieme.

La domanda che non ti ho fatto ma che avrei dovuto farti?
Puoi chiedermi, qual è la canzone del disco più indie-roccia?

Ti reggo al ballo le mani. Questo è il pezzo più vicino alle sonorità di Fabrizio De André, con una melodia che ricorda Disamistade. Il protagonista è un uomo solo in una stanza d’attesa che immagina il suo personale ballo con la mamma. Con questo ballo le chiede perdono per tutto il tempo in cui è stato assente.

Vi ringrazio dell’intervista e vi faccio i miei complimenti per la vostra webzine.

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