Interview – Nosylla
Nosylla (nome d’arte di Adriana Lariccia) è una di quelle artiste che ti colpiscono dritto in pancia: voce intensa, testi che sembrano pagine di diario e un’estetica che mescola malinconia e luci al neon. Classe 1998, di origini salentine e albanesi, Nosylla è un’anima pop-punk con un debole per l’introspezione. Oggi la incontriamo per parlare di “Antartide”, il suo nuovo singolo, un pezzo glaciale solo in apparenza, che racconta amori congelati ma ancora vivi sotto la superficie.
Cosa rappresenta per te “Antartide” e cosa speri che possa rappresentare per chi lo ascolterà?
“Per me Antartide rappresenta un luogo interiore: uno spazio di gelo e distanza, ma anche di resistenza e forza silenziosa. È il simbolo di quei momenti in cui ci si sente congelati, bloccati dalle parole che feriscono o dal silenzio che pesa, eppure dentro continua a bruciare un fuoco che non si spegne. Spero che per chi ascolta possa diventare uno specchio in cui ritrovarsi: un modo per riconoscere le proprie fragilità, ma anche la prova che, nonostante tutto, si può sopravvivere al freddo e trasformarlo in luce, e soprattutto riconoscere che non tutti i posti sono fatti per noi, riconoscere dove davvero si appartiene.”
Usi il gelo come metafora per raccontare un amore che resiste nonostante la distanza emotiva. In che modo questo concetto si riflette nella tua vita o nelle tue esperienze?
“Purtroppo è un tema che ho vissuto su pelle, come credo molta gente. Quello che faccio è semplicemente usare la musica come catarsi, un po’ come se scrivendo questo passato in musica dentro di me qualcosa viene ripulito, cicatrizzato. Nella mia storia, non è la protagonista che racconta ad avere il ghiaccio dentro, ma la controparte attiva che diventa la mela avvelenata. Così anche io, nel mio passato, sono stata avvelenata da un amore intossicante, ma nocivo. Ed è stato poi riconoscere davvero ciò che mi merito che mi ha fatta “riscaldare”. Ora so quello che davvero è fatto per me, ma nonostante ciò, non rinnego ciò che ho vissuto, perché mi ha solo aiutata a sopravvivere alle ere glaciali.”
Hai citato Magritte e Godard come riferimenti visivi e narrativi. Puoi dirci di più su come hai scelto questi riferimenti?
Vengo da un Liceo Artistico, la storia dell’arte era una delle mie materie preferite, e la cinematografia mi appassiona da sempre. Scrivendo questo pezzo l’idea di un amore bendato, in bianco e nero, frammentato, si è sempre fatta più forte. Le immagini del quadro di Magritte dei due amanti, le riprese di Godard, così come Fuoco e Ghiaccio di Frost, hanno preso vita nel mio copione mentale e si sono tutte sommate una all’altra. Aggiungiamoci la copertina ispirata al grande David Lynch e forse il cerchio prende forma e si chiude. Ha senso? Nella mia testa moltissimo, ed è una figata stratosferica! Se potessi farci un film, lo farei, per farvi vedere il mondo che ho nella mia piccola televisione mentale.”
E che rapporto hai invece con le poesie di Frost?
“Amo il modo in cui riesce a raccontare emozioni profonde attraverso immagini quotidiane, apparentemente semplici, ma che nascondono strati di significato. C’è sempre in lui un equilibrio tra natura e interiorità, tra silenzio e tensione emotiva, che trovo estremamente ispirante per la mia scrittura musicale. Leggere Frost è come entrare in un paesaggio che è allo stesso tempo esterno e interno: mi ricorda che le parole possono creare atmosfere, colori, sensazioni tattili e sonore, proprio come faccio io quando costruisco una canzone.”
Come continuerà il tuo percorso musicale?
“Continuo a scrivere, continuo a registrare. E da lì si vedrà! Io ed il mio produttore abbiamo tantissime idee e personalmente ho moltissima voglia di continuare a farvi ascoltare il mio mondo, anche farvelo vedere se possibile, toccare con mano, toccare con l’anima.”



