Interview: NoN
E’ post-wave-punk oscuro e catartico quello dei fiorentini NoN, che in questi giorni hanno pubblicato (via I Dischi Del Minollo/Garage Records) il loro nuovo album Sancta Sanctorum. Tutte le buone impressioni che avevamo ricevuto dall’esordio sono confermate, mentre la band ci trascina sempre più in un mondo claustrofobico e rabbioso, che necessita di un buon “pelo sullo stomaco” da parte dell’ascoltatore per essere compreso e condiviso. La chiacchierata con i ragazzi ci sembrava assolutamente doverosa e non possiamo che ringraziarli per la grande disponibilità…
Ciao ragazzi, come state, da dove ci scrivete?
Ciao, stiamo molto bene, ti scriviamo dalle colline qui sopra Firenze, dove abbiamo la sala prove che è un po’ il nostro quartier generale.
Due anni dal precedente album. Immagino il tour e i concerti per promuoverlo e poi l’inizio della scrittura di questo nuovo disco. Avete trovato anche il tempo per “riposarvi”,se mi passate il termine, o per concentrarvi su cose extra-musicali?
I concerti dopo l’uscita di Sacra Massa alla fine non sono stati pochi, considerando che ci muoviamo da soli, senza booking o tour manager. Ma non si può parlare di tour vero e proprio, ché di solito per tour s’intende una serie di date concentrate in un periodo più o meno breve. Quindi in realtà il nuovo disco è stato scritto nei periodi in cui non suonavamo fuori, nell’arco di un anno circa. A noi preme molto rimanere concentrati su quello che facciamo, non siamo interessati a riposarci in questo senso. Per il resto direi che siamo obbligati ad affrontare le cose extra-musicali che si presentano quotidianamente, come fa ogni altra persona, musicista o meno.
Sacra Massa viveva di umori, testi e sensazioni plumbee, oscure, ossessive e pregnanti. Non si riusciva a trovare una luce. La vostra visione non è cambiata in questo disco, anzi forse l’oscurità è diventata ancora più senza speranza (i testi di Bukowski Piange o di Tutto Il Mondo Sotto Un Sasso, ad esempio, mi mettono i brividi). Sbaglio?
Credo sia importante avere un pensiero forte che caratterizzi un processo, un percorso da affrontare, come stiamo facendo dal primo disco e come desideriamo continuare a fare.
L’oscurità che raccontiamo nelle nostre canzoni è un punto di partenza. Da lì partiamo in cerca di luce.
Un suono più pieno, ampio, rabbioso, capace di abbracciarci a tutto tondo e forse per questo in grado di lasciare segni ancora più marcati: dove avete lavorato sopratutto per spostare un po’ il tiro rispetto al primo disco?
Non si è trattato tanto di spostare il tiro quanto di avere a che fare con un numero maggiore di composizioni. E neanche tutte sono finite su Sancta Sanctorum, addirittura è rimasto fuori materiale che comunque abbiamo registrato in studio. Di conseguenza una varietà più ampia di canzoni ti offre una più ampia scelta di soluzioni. Abbiamo lavorato minuziosamente su ogni canzone, abbiamo dato a tutte la stessa importanza, anche a quelle rimaste poi fuori. Diciamo che sapevamo esattamente cosa volevamo ma abbiamo lavorato e sperimentato tantissimo per scoprire come ottenerlo. La nostra fortuna è che in studio lavoriamo con una persona stupenda, con la quale ci confrontiamo continuamente, che è Leo Magnolfi, il quale è il primo a sbattersi per cercare la strada più giusta per concretizzare un’idea.
Ci credi che il testo di Sostanza mi riposta alle visioni fisiche e legate alla carne di Cronenberg?
A me fa pensare a Francis Bacon, quindi direi che ci siamo. Però dovresti chiedere a Luca Barachetti (Bancale, Barachetti/Ruggeri) è lui l’autore del testo, che noi troviamo stupendo, ed ospite vocale del disco. Insieme a Alice Chiari che invece ha suonato il violoncello magnificamente in tre brani.
L’idea di riproporre Come L’ombra da dove nasce?
Dalla visione de Il Conformista di Bernardo Bertolucci. Arriva questo pezzo meraviglioso sui titoli di coda ed io ci perdo la testa, ho deciso subito che dovevamo rifarlo. Non hai idea delle innumerevoli versioni a cui lo abbiamo sottoposto prima di prendere la forma che è finita su Sancta Sanctorum.
Post-punk, dark, noise, i punti fermi del vostro sound sono questi. Elementi che ci riportano indietro con la mente. Pensate di essere “fuori dal tempo”, musicalmente parlando? (Non è una critica ovviamente).
Non lo so. Penso che fare musica fuori dal tempo sia una cosa a cui ambire. Lo troverei un complimento bellissimo rivolto a quello che facciamo, davvero, sarei felicissimo mi si dicesse che la nostra musica è fuori dal tempo! Ma non credo tu intendessi questo. Riferito ai generi che citi ti dirò che a noi i generi non interessano, non ci sentiamo di appartenere a qualcosa di definito, non siamo certo i paladini della musica dark come qualcuno può pensare, ma addirittura nessuno di noi è o è mai stato un dark, e credo di sapere di cosa sto parlando perché qui a Firenze il movimento dark è tuttora molto diffuso. Quello che facciamo noi, in questo momento, è semplicemente l’espressione più pura che siamo riusciti a concretizzare in musica di noi stessi, del nostro vissuto, musicale ed extra-musicale. Nient’altro.
In Reti e Pareti dimostrate che per colpire nel segno non serve essere “cattivi” e lavorare duro di ritmica e chitarre, ma anche muovendosi in modo sottile e oscuro si può provocare forte inquietudine…
Sì, anzi credo che sia anche più interessante lavorare di sottrazione e riuscire mantenere una certa intensità. Lo facevano alla grande gli ultimi Talk Talk, uno dei gruppi che preferiamo in assoluto, loro non erano esattamente una band dark.
Grazie ancora per la veloce chiacchierata ragazzi, con quale canzone (vostra o di altri) potremmo chiudere, magari spiegandomi il perché di una determinata scelta?
Grazie a te per averci concesso questa intervista che potremo chiudere con l’ascolto di La strada nel bosco cantata da Luciano Tajoli, che ultimamente sta girando molto sul mio giradischi e magari potrebbe diventare la prossima cover che faranno i NoN, chissà…



