Interview: Leva
Leva è il progetto solista di Leonardo Cannatella, ex membro dei Bestrass. È passato un po’ di tempo dalla sua ultima intervista, ma più di recente abbiamo avuto il piacere di vederlo dal vivo al Tank_Serbatoio culturale di Bologna (qui il report). Lo scorso 8 marzo è uscito il suo nuovo disco Adrift e quindi lo abbiamo contattato per approfondire questo suo ultimo lavoro. Buona lettura!
Ciao Leo! Bentornato sulle nostre pagine!
Ciao Gilda e Indie Roccia! Grazie per questo spazio prezioso!
Lo scorso 8 marzo è uscito Adrift, il tuo nuovo album. Vuoi raccontarci com’è nato?
Non ricordo il momento specifico in cui ho deciso di scrivere questo disco, penso di essermene reso conto mentre ci stavo già dentro, come avviene sempre.
Tra i vari impegni della settimana cerco sempre di ritagliarmi delle manciate di tempo per buttare giù qualcosa sotto forma di melodie e testo. Poi succede che dopo un po’ di mesi quel ‘qualcosa’ diventa ‘molte cose’ , e sempre più definite.
Se nei periodi successivi alla stesura, suonandole, mi emozionano ancora, corro a registrarle. Se dopo averle registrate, mi emozionano nuovamente, allora ci faccio un disco. Così è nato ‘Adrift”.
Parliamo del titolo: Adrift significa “Alla deriva”. Leva è alla deriva? In generale? In questo disco? E noi lo siamo? Alla deriva di cosa? E soprattutto perchè?
Qui chiunque può interpretare a modo proprio.
Leva, come altri progetti musicali indipendenti che nascono dal basso, corre sempre il rischio di andare alla deriva. In questo periodo storico gli artisti si trovano in un mare in tempesta, ed è facile arenarsi. A tratti sembra una ruota per criceti.
È ormai più che evidente che non bastano solo volontà e/o capacità per stare a galla all’ interno del mercato musicale.
Per dirne alcune, essere nel posto giusto al momento giusto, oppure essere allineati al trend del momento. Poi servono soldi da investire in pubblicità, soldi da investire nella strumentazione, soldi per le registrazioni, per gli spostamenti, per le prove con la band, per stampare merchandising e dischi, soldi per fare poi altri soldi che servono per vivere.
È un sistema che tende a sfinirti per poi portarti alla deriva. Non è una risposta felice, ma rappresenta realmente questo momento storico.
Alcuni sono stati prima sfiancati e poi arenati, per rimanere in tema di ‘derive’. Penso questo discorso valga anche per altri settori, non solo la musica .
Direi che in questo disco ci sono dei riferimenti a più tipi di derive. C’è la deriva sentimentale (MASKULINE, DO YOU LOVE ME?), individuale (FAKE, CLUMSY FALLS) quella spirituale (NGNG, REBIRTH), sociale (FEAR), e pure quella economica (CITIES’ CANCER).
Nei lavori precedenti di Leva c’erano brani cantati in italiano, in questo invece usi solo la lingua inglese. A cosa è dovuta questa scelta?
Scrivo ancora in italiano, ma per un discorso puramente casuale credo che alcuni di quei brani non avrebbero avuto alcuna armonia con quelli in inglese. Non per la lingua in sé, ma per l’intenzione.
Senza nascondermi dietro a un dito riconosco che diventa più facile arrivare ad un pubblico più ampio e variegato se dai la precedenza alla lingua inglese. Questo si collega bene anche al discorso di prima: se non arrivi a un pubblico più grande rispetto alla propria nicchia, rischi di arenarti e di scomparire facilmente. Specie per quelli che si autoproducono, che si occupano di tutto, dalla scrittura alle registrazioni, dalla stampa alla distribuzione, dal creare contenuti social al cercare le date per i concerti o alla realizzazione di un videoclip.
Ho trovato questo disco molto introspettivo, da ascoltare con calma e goderne con lentezza. Ogni traccia sembra racchiudere una malinconia intrinseca, una quiete profonda e meditativa, penso a Do you love me o al singolo Dirt and Dust, anche se non mancano momenti di agitazione ed irrequietezza come in Rebirth. Cosa ne pensi?
Ogni canzone ha avuto decisamente un proprio input, la sua scintilla sul momento, ma poi ci sono delle emozioni di fondo che mi accompagnano constantemente nella vita e che penso si possono ritrovare in tutti i lavori precedenti a questo.
Realmente penso sia un disco molto emotivo, con picchi di tensione e irrequietezza come avverti tu, certo, ma al contrario dei dischi precedenti (inclusi quelli fatti ai tempi dei Bestrass), forse è stato più facile esprimerli.
Nello specifico, in ‘Adrift’ , ho sentito di aver avuto più spazio e controllo.
Sono molto soddisfatto per il suoni e del mixaggio che abbiamo fatto, cosa che non avviene spesso. Forse è il primo disco che sento di apprezzare tanto anche come ascoltatore. Spesso rispondere a una domanda sulle emozioni partendo da un discorso tecnico di equalizzazioni e mixaggio, può far sembrare tutto un po’ freddo e riduttivo, ma non è così. Riuscire a dare l’equilibrio perfetto che mette d’accordo le regole in fase di mixaggio e le tue emozioni da scrittore/esecutore è un’arte. E quando ci si riesce (nel mio caso con l’aiuto di una figura importante quale mio fonico Alberto Irrera) è una gioia.
Quali sono gli stati d’animo che caratterizzano questo disco?
Un mix di tante cose Inquietudine, urgenza, noia, solitudine….stati d’animo che viviamo probabilmente un po’ tutti.
Tre aggettivi per descrivere Adrift.
Mi hanno detto:
Sospeso
Introspettivo
Serafico (sarà vero?)
Grazie Leo, salutiamoci con una canzone!
Death in Vegas – Scorpio Rising



