Interview: IOSONOUNCANE

DIE è stato il nostro primo (e finora unico) 10 dell’anno ed quantomeno inutile dire che ci è piaciuto moltissimo. Un disco originale e completamente avulso da ogni altro schema presente nella musica italiana.

Abbiamo sentito Jacopo per scoprire qualcosa in più sulla sua creatura e sul percorso che dopo un lungo silenzio l’ha portata alla luce.

Indie-Roccia: Ciao Jacopo, DIE ha un sound pazzesco, ci racconti di come lo hai sviluppato?

Jacopo: È stato un lavoro molto lungo attraverso fasi differenti. Dall’autunno 2012 a quello 2013 ho lavorato in solitudine su arrangiamenti e singoli suoni. E dal gennaio 2014, per circa un anno, ho lavorato con Bruno Germano nel suo studio bolognese. Insieme abbiamo trattato tutto il materiale registrato da me, registrato da capo alcuni strumenti, inciso percussioni, voci, sezione fiati. Il mix ha richiesto un mese intero, circa 5 giorni a brano. Ho sempre avuto un’idea chiarissima del suono che DIE avrebbe dovuto avere, ma senza l’apporto tecnico di Bruno non sarei stato in grado di ottenerlo pienamente.

I-R: Di cosa parla DIE?

J: Parla dei pensieri di un uomo e una donna nello stesso istante, lui in mezzo al mare, lei sulla riva. Parla della loro paura della morte, parla di qualcosa che accade in una frazione di secondo nelle loro teste. Questa è la trama, il pretesto narrativo.

I-R: Quanto è stato importante per te il rapporto con la tua terra di origine nel tuo personale modo di fare musica?

J: Credo parecchio, ma è un aspetto che non riesco a isolare dagli altri. Detto ciò, la mia terra di origine ha un ruolo fondamentale poiché ha formato il mio sguardo e il mio rapporto istintivo con la vita e la morte. In DIE, per tutta una serie di ragioni, ho inserito e rielaborato il canto tradizionale sardo, per cui questa radice è più evidente.

I-R: Il materiale che hai raccolto per DIE era finalizzato a questo disco o c’è dell’altro, non utilizzato, che userai come base per un nuovo lavoro?

J: Scelgo le bozze da completare in funzione dell’architettura complessiva del disco, del suo equilibrio interno, di un’atmosfera globale. Durante la scrittura di DIE ho accumulato tantissimo materiale, decine e decine di possibili brani. Il materiale inutilizzato, però, è ancora lì, incompiuto; completo solamente i brani che mi sono necessari, per cui sostanzialmente non esistono inediti di Iosonouncane.

I-R: Mentre scrivi e componi sei concentrato unicamente su quello che fai o ascolti anche altro? (Se sì, è per trovare nuovi spunti o per evadere?)

J: No, durante la fase di scrittura (che poi per me equivale a quella d’arrangiamento e registrazione) no. Ascolto molti dischi nella fase precedente, o quanto meno questo è quello che ho fatto prima di DIE.

I-R: Cosa è cambiato nella tua musica da La Macarena su Roma a DIE?

J: Direi che è cambiato soprattutto il ruolo della componente musicale nell’equilibrio del progetto. Mi sono rimpossessato della mia vera natura, della mia indole, della mia idea: musica e parole hanno lo stesso identico peso e sono inscindibili. Questo era poco chiaro ne La macarena su Roma, disco in cui la componente lirica prevaricava quella musicale.

I-R: Il tuo primo album ci sembra più cantautorale, mentre in DIE la melodia sembra dominare. Il fatto che proprio questa melodia lasci il segno in chi ti ascolta, può essere visto come un appiattimento del panorama italiano proprio in ambito cantautorale?

J: Non so sinceramente rispondere.

I-R: Nei tuoi live, almeno negli ultimi, c’è una separazione netta dalla parte i cui usi le tue macchine a quella in cui sei alla chitarra, in genere per i bis. Si tratta di una soluzione che userai anche in futuro?

J: È un soluzione sostanzialmente tecnica, necessaria. Dopo un’esecuzione integrale di DIE solo Il Corpo Del Reato regge il passo, ed è un brano che per ragioni sentimentali amo fare con la sola chitarra. In futuro riformulerò sicuramente il live e la scaletta, per cui questa separazione potrebbe non esser più così netta.

I-R: Iosonouncane è una one man band?

J: Io mi vedo più come il direttore di un’orchestra che assemblo di volta in volta in modo differente e con elementi differenti.

I-R: Hai mai pensato di creare una ‘Iosonouncane band’ o ti trovo bene così?

J: Lo farò, credo fra non molto, ma unicamente per l’esecuzione live. Io sono l’autore, l’arrangiatore, il direttore dei lavori, il timoniere.

I-R: Hai già collaborato con grandi artisti come Stefano Bollani e Mirko Guerrini. Dopo DIE ci sono musicisti che ti richiedono collaborazioni e in che modo vedresti una tua eventuale partecipazione a un progetto non tuo?

J: In questi anni ho ricevuto moltissime proposte di collaborazioni, ma le ho rifiutate quasi tutte. Decido di fare qualcosa con qualcuno solamente quando ritengo che il mio contributo possa andare oltre la classica timbratura del cartellino.

I-R: Di che colore è la tua musica?

J: Rosso.

I-R: Durante un tuo concerto (al Riverock festival) in uno scambio di battute con il pubblico ti ho sentito dire: «gli 883 sono un gruppo di destra perché conservatore ». Pensi che la musica riesca ancora a esprimere un messaggio politico?

J: No, non lo penso, e non credo nei messaggi, tanto meno quelli politici. Credo piuttosto che a posteriori – e solo a posteriori – un’opera possa avere un’incidenza culturale e quindi, conseguentemente, politica. Questo esclude l’idea di un messaggio da dare, a mio avviso ingenua e retorica. Comunque quella sugli 883 era una boutade, tutto qua. Non ricordo nemmeno perché l’ho detto – per quanto io lo pensi.

I-R: Oltre al tuo modo di fare musica, cosa è cambiato in Jacopo Incani da La Macarena su Roma a oggi?

J: Più chili, meno capelli.

I-R: Nel tuo futuro vedi ancora il cantato in italiano o potresti passare all’inglese per estendere il tuo messaggio e il tuo pubblico?

J: Non saprei. Non sono legato all’italiano di per sé, ma è la lingua che conosco e che so armeggiare ampiamente. L’idea di cantare in inglese, invece, non mi attira, e in ogni caso ora come ora non ne sarei capace. Potrei scrivere in sardo o fare solo dischi strumentali. Tutto è possibile.

I-R: Chiudiamo con una battuta, dovremo aspettare altri cinque anni per un tuo nuovo album?

J: Temo di non poterlo escludere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.