Interview: Giorgio Ciccarelli
In occasione dell’uscita del suo nuovo album “A luci spente” per Vrec Music Label abbiamo intervistato Giorgio Ciccarelli, figura cardine e storica del nostro cantautorato. Sotto il risultato della nostra chiacchierata.
1) Ciao Giorgio, benvenuto ai nostri microfoni, inutile chiederti chi sei e come nasce la tua carriera perché in pochi ormai non ti conosceranno, quindi, come prima domanda vorremmo chiederti: che emozione si prova a ritornare con un nuovo disco dopo tanta esperienza e tanti dischi pubblicati?
Tornare con un nuovo disco dopo tanti anni di musica alle spalle è un’emozione complessa, stratificata. Non è l’euforia dell’esordio, né l’adrenalina di quando senti di dover dimostrare qualcosa. È qualcosa di più silenzioso, ma forse più intenso.
C’è una grande gratitudine per il fatto di poter ancora dire qualcosa che senti necessario, e allo stesso tempo una certa responsabilità: dopo tanti dischi sai che ogni uscita deve avere un senso reale, non può essere un gesto automatico. A luci spente arriva in un momento in cui sento di essere molto allineato con quello che sono oggi, come persona prima ancora che come musicista. Ed è una sensazione rara, che rende questo ritorno particolarmente significativo.
2) “A luci spente” è il titolo del nuovo disco ed il suo significato è sicuramente molto profondo ed intimo, infatti a luci spente possono nascere tantissime cose (soprattutto le più belle). Puoi raccontarci il perché della scelta di questo titolo?
Il titolo A luci spente è nato quasi subito, perché racchiudeva perfettamente il clima del disco. È un’espressione semplice, quotidiana, ma estremamente evocativa. A luci spente succedono molte cose: è il momento in cui ti spogli delle sovrastrutture, in cui non devi performare, non devi dimostrare niente.
Per me è anche una metafora del mio percorso: non sono mai stato attratto dalle luci della ribalta, ho sempre preferito lavorare nell’ombra, dentro i progetti, dentro la musica. A luci spente è il luogo dell’intimità, della vulnerabilità, ma anche dell’ascolto profondo. Ed è esattamente lo spazio in cui è nato questo disco, sia a livello sonoro che emotivo.
3) Cosa ha ispirato il tuo disco e quali influenze lo hanno attraversato? C’è probabilmente un ritorno alle origini alternative rock e meno elettroniche di “Niente demoni e dei”? Puoi dirci di più su questa scelta?
L’ispirazione del disco viene soprattutto da un’esigenza di verità. Non avevo voglia di nascondermi dietro produzioni complesse o scelte stilistiche che non mi appartenessero fino in fondo.
È vero, c’è un ritorno a un linguaggio più vicino all’alternative rock, meno elettronico rispetto a Niente demoni e dei. Non è stata una scelta ideologica, ma naturale. In quel periodo avevo bisogno di strumenti più “fisici”, di suoni che respirassero, di dinamiche più umane.
Le influenze ci sono, come sempre, ma sono filtrate da un’esperienza lunga: Nick Cave, Mark Lanegan, Lou Reed, certo, ma più che altro c’è la volontà di lasciar parlare le canzoni senza sovraccaricarle. Questo disco è figlio di un ascolto attento, non di una ricerca di stile.
4) Qual è l’elemento principale che differenzia questo disco dai precedenti secondo te?
L’elemento che più lo differenzia dai dischi precedenti è la totale assenza di mediazione. È il primo disco che scrivo, suono, arrangio e produco interamente da solo.
Questo ha cambiato profondamente il processo creativo: non c’era nessuno con cui confrontarsi se non me stesso, nessuno a cui delegare una scelta o un dubbio. Ogni decisione è diventata definitiva. Questo ha reso il disco più nudo, più esposto, ma anche più sincero.
Credo che A luci spente sia il mio lavoro più coerente, proprio perché nasce da una solitudine creativa accettata e attraversata fino in fondo.
5) Sei uno dei pochi artisti indipendenti che suona davvero tanto in giro, ti poniamo la stessa domanda che abbiamo fatto per i dischi, com’è ritornare su un palco dopo tanti chilometri macinati ed una carriera davvero importante?
Tornare su un palco, dopo tanti chilometri e tanti anni, è sempre un’esperienza forte. Il palco resta il luogo della verità: lì non puoi fingere, non puoi nasconderti.
Ogni concerto è diverso perché tu sei diverso. Oggi salgo sul palco con meno bisogno di dimostrare e con più voglia di condividere. Non mi interessa più “tenere” il pubblico, mi interessa creare uno spazio comune, anche fragile, anche imperfetto.
Suonare tanto è sempre stato parte del mio modo di intendere la musica: la gavetta non finisce mai, cambia solo forma. E credo che il rapporto diretto con le persone sia ancora la cosa più importante.
6) “Dovunque sia Ovunque vada” è un brano che non va via dalla testa pur non avendo un ritornello da hit radiofonica. Qual è il suo segreto? Come nasce il brano?
Dovunque sia ovunque vada funziona perché non cerca di funzionare. Non ha un ritornello tradizionale, non ha una struttura “furba”, ma ha una forte coerenza emotiva.
Il brano nasce in modo particolare: in questo caso è stato il testo di Tito Faraci a venire prima della musica. Quel testo conteneva già un movimento, una tensione verso qualcosa, una piccola apertura alla speranza.
Io ho cercato di accompagnare quel movimento senza enfatizzarlo troppo, inserendo anche una sezione d’archi — per la prima volta in una mia produzione — proprio per amplificare quella sensazione di respiro. Forse il suo segreto sta lì: non ti prende per mano, ma ti resta addosso.
7) Quali saranno i tuoi prossimi passi nel breve termine e nel lungo termine?
Nel breve termine l’idea è semplice: portare A luci spente dal vivo, farlo vivere sul palco, lasciarlo incontrare le persone. È lì che un disco trova davvero la sua forma definitiva.
Nel lungo termine non faccio programmi troppo rigidi. Ho imparato che le cose migliori nascono quando lasci spazio all’imprevisto. Sicuramente continuerò a scrivere, perché è qualcosa che non so e non voglio smettere di fare.
Se c’è una direzione, è quella della coerenza: continuare a fare musica solo quando ne sento davvero il bisogno, e solo nei modi che mi somigliano.
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