Interview: Giorgieness

Al telefono con Giorgia D’Eraclea abbiamo parlato di tutto, tra gli inizi, gli aspetti sonori e vocali del disco, l’affiatamento artistico in seno alla band e il modo in cui i vissuti dell’autrice si inseriscono nei testi.

Noi di Indie roccia abbiamo sempre sostenuto il Pending Lips, quindi volevo chiederti, se ci pensi ora, cosa ti viene in mente riguardo alla prima serata del contest alla quale hai partecipato. Io ero in giuria, e ricordo ancora che con gli altri ci guardavamo stupiti, per noi era proprio una cosa inaspettata.
Ripensare adesso al Pending ci rende ancora più convinti che sia una delle cose più belle che ci siano mai successe. Noi, soprattutto io, eravamo sempre un po’ dubbiosi sui contest, perché l’idea di quel tipo di giudizio non ci è mai piaciuta tanto. Quello, però, ci era sembrato davvero valido, e infatti è stato l’unico a cui ci siamo mai iscritti. Lì poi abbiamo conosciuto il nostro attuale manager, quindi per noi è stato proprio un momento bellissimo, lo ricordiamo con gioia e affetto e, per noi, è stato fondamentale. Durante la seconda serata è arrivato Carlo Garrè e ha detto “ciao, mi piace quello che fai, mi mandi il tuo demo?” e da lì è partito tutto, perché poi abbiamo iniziato a pensare ai singoli, al disco, sia al primo che al secondo, e ora siamo qui a parlarne. Per noi è stata una tappa fondamentale.

Pensando al tuo primo disco, ero convinto che fosse del 2015, e solo controllando ho visto che è dell’anno scorso. Certo, era uscito in primavera, quindi è passato un anno e mezzo in realtà. Comunque, la domanda che volevo farti è se le canzoni dei due dischi sono nate in momento diversi, o alcune canzoni di questo te le porti dietro dai momenti in cui nascevano quelle per il primo?
Il primo disco ha avuto quattro anni di gestazione, una gravidanza lunghissima, e forse proprio per quello abbiamo sentito il bisogno di farne subito un altro. Il primo disco è stato fermare delle cose che già c’erano, forse un paio ne ho scritto verso la fine, mentre le altre canzoni erano piuttosto vecchie, invece questo è quasi tutto nuovo. Solo Dimmi Dimmi Dimmi è vecchia, infatti è proprio la prima canzone a cui abbiamo lavorato e che abbiamo registrato. L’abbiamo poi staccata dal contesto del primo disco e recuperata per questo, e l’avevamo tenuta da parte perché già all’epoca ci era sembrata un punto su cui lavorare a livello di sound, perché era già diversa, anche come scrittura. Le altre canzoni le ho scritte tutte in meno di un anno, sono stata bloccata per tanto tempo, però ci tenevo, e avevo già un’idea sonora diversa. Ho vissuto tanto in quest’ultimo anno e avevo bisogno di scrivere un altro disco. Mi ci sono messa veramente da febbraio/marzo e l’ho finito proprio a ridosso delle registrazioni, a dire la verità le ultime due canzoni, che sono Essere Te e Mya, le ho scritte direttamente in studio, anzi no, una a casa e una in studio, però sono proprio nuove nuove nuove e non vediamo l’ora di farle dal vivo, perché rappresentano un vissuto super recente.

Presentando il disco, dici giustamente “meno rumore e più melodia”, e volevo chiederti se è un’idea che nasce già da prima di cominciare a registrare le canzoni, e tu mi hai appena detto di sì. Voi, dunque, non siete una band che ha in mano le tue canzoni e le suonate per vedere cosa viene fuori?
Il processo è un po’ diverso. La scrittura parla di vissuti miei personali ed è molto intima, e il disco è stato volutamente pre-prodotto solo da me e Davide (Lasala), e solo al termine delle pre-produzioni sono stati coinvolti gli altri. Questo perché avevo, appunto, avevo già quest’idea forte, e quando dico “meno rumore e più melodia”, intendo dire che ero arrivata a fare quei pezzi de La Giusta Distanza con un’urgenza di urlare certe cose, mentre andando avanti, ho capito che avevo più voglia di cantarle le cose, rimanendo comunque entro quello che è il mio ambito, ovvero il rock. È vero che abbiamo abbassato le chitarre ecc…, però rimane un prodotto che sicuramente ha qualcosa di pop, anche perché poi io ho studiato tanto le canzoni dei miei idoli, a livello proprio di linee vocali, di quelli che sono i miei idoli, come Sia o Beyoncé, quindi sicuramente qualche cosa di pop c’è, però la visceralità e la scelta di rimanere nel rock non è stata fatta perché dovevamo, ma perché è quello che sappiamo fare meglio.

Ma quindi adesso adatterai anche le canzoni vecchie, durante i live, a questa tua voglia di cantare invece che urlare?
No, quelle vecchie rimarranno quelle, anche perché il vantaggio di cantare cose che hai vissuto in modo così forte è che puoi cambiare tu, ma non cambia la sensazione che ti dà cantare quel pezzo e di quell’argomento. In realtà, abbiamo provato a fare le canzoni nuove live, soprattutto di recente alla Latteria Molloy, dove le abbiamo suonate quasi tutte, e direi che la nostra attitudine live rimane un po’ più pestata. Chi ci seguiva prima ed era contento del live così violento, non rimarrà spiazzato dal live nuovo, anche perché, sul disco sembra che ci siano dei synth e cose varie, ma al 90% sono chitarre distorte e bassi distorti, quindi è tutto super riproducibile, non ci sono batterie elettroniche, abbiamo lavorato tanto tanto di suoni e in questo Davide è stato davvero bravo, io avevo anche proposto di provare con delle batterie elettroniche, ma lui mi ha detto “dami fiducia” e, in effetti, con quello che è venuto fuori, di batterie elettroniche non ne avevamo bisogno.

Lui è molto bravo, anche sul disco di Kama ha fatto un bellissimo lavoro.
Io penso che con Davide ci siamo proprio trovati, non ricordo dove ho letto una cosa scritta sul disco nuovo che la mente e il braccio dei Giorgieness siamo io e lui, ed è bello che questa cosa venga fuori, perché è facile parlare solo di me, però con lui c’è proprio un bel sodalizio. Dico solo che in questo disco non ho nemmeno potuto esserci mentre veniva registrato, perché dovevo lavorare, ho proferito farlo prima che iniziasse il tour, quindi lavoravo 8 ore al giorno in un negozio, ero davvero distrutta quando uscivo da lì, e loro lavoravano in studio tutto il giorno. Io arrivavo, ascoltavo, ogni tanto non avevo nemmeno la testa per farlo, ma l’aver lavorato tanto in fase di pre-produzione mi ha dato la fiducia di dire “vai, registra il disco, e spacca i culi”.

So che da quando hai incontrato Carlo a quando avete registrato il primo disco, la lineup della band è cambiata, mentre ora, se non sbaglio, per questo secondo disco siete gli stessi rispetto al primo. Hai notato differenze tra l’avere una band che lavorava insieme per la prima volta a una che, invece, aveva già lavorato assieme? Un po’ mi hai raccontato parlando del sodalizio artistico con Davide.
Se la testa pensante è composta da me e Davide, è importante anche il rapporto tra me e Andrea (De Poi), che all’inizio, ad esempio anche al Pending, suonava la batteria e che invece ora è il bassista. Questa è un’altra di quelle cose per cui mi sento fortunata, perché io all’inizio facevo anche tutta la parte di comunicazione, trovare le date, sentire gente, però, senza Andrea che, banalmente, si è comprato la Multipla per andare in tour, organizzava gli spostamenti, perché io a livello gestionale sono una frana, non so come avrei fatto, e lui mi è sempre stato vicino. Lo stesso posso dire di Luca, che era il batterista dei Vanillina, che è il gruppo di Davide.

Loro esistono da tantissimi anni, credo di averli visti suonare prima dei Verdena al Rainbow nel 2002.
È molto probabile, perché loro sono molto amici.

Sono passati 15 anni…
Infatti Carlo fa la similitudine coi Garbage, ovvero due giovani e due meno giovani che si uniscono e riescono a creare qualcosa. Più che il disco, la cosa che ha fatto crescere tanto me è Andrea è l’aver lavorato con gente che lo faceva già da molto tempo. Già noi siamo persone coi piedi per terra, Carlo è anche lui una persona così, a noi può arrivare la notizia del secolo e noi rispondiamo con “OK, va bene”. Io, oltre a essere una persona così, ci tengo ad avere intorno altre persone di questo tipo, prima che un giorno mi monti la testa; se succede, le persone attorno a me devono sgonfiarmi e lavorare con Davide e Luca ti aiuta a capire cos’è il mestiere in questo ambito, soprattutto per noi che eravamo alla prima esperienza.

Una cosa che ho notato molto nel disco è un grande lavoro sul ritmo. Avete usato la parte ritmica non solo per tenere il tempo, ma anche per anche per dare una rifinitura in più al suono in generale.
Se fai rock, e abbassi le chitarre, non ti resta poi molto, intendo dire che non puoi buttare tutto solo sulla voce. Non volendo usare un Octopad, Luca si è costruito una serie di cose che non so nemmeno come si chiamino e che ricomprenderemo nella categoria delle percussioni, che hanno dato un suono molto particolare. Anche il basso è stato usato quasi come se fosse un synth. Poi io da subito mi sono trovata bene con Luca. Durante i live, non sempre senti perfettamente tutto mentre sei sul palco, e a me è capitato più volte di cantare sulla batteria, quindi per me Luca è una sicurezza, può caderci una bomba davanti e noi continuiamo a suonare dritti come treni, perché ci incastriamo bene. Già sul primo disco, in realtà, era stato fatto un certo tipo di lavoro voce-batteria, e questa volta, ancora di più, perché in certi casi le chitarre non vanno mai a sovrastare le voce, al massimo si prendono certi spazi, come in Dimmi Dimmi, o in generale quando la voce non c’è, ma in tanti altri momenti è importante il rapporto tra voce e sezione ritmica ed è bello che sia stato notato.

Abbiamo passato in rassegna tutti gli aspetti del disco, quindi ti chiedo se vuoi approfondire il discorso sulla tua voce, sulla voglia di cui parlavi prima di provare a fare cose diverse rispetto al passato.
La più grande soddisfazione che mi sono presa in questo disco è stata Mya, perché un po’ di gente mi continuava a ripetere per un anno che nel primo disco ho urlato e basta, e io so perfettamente di averlo fatto, ma so anche che quella era la cosa giusta da fare in quel momento e con quelle canzoni. Poi, un po’ ho approfondito la mia conoscenza del canto, e un po’ già sapevo di saper cantare e di non saper fare solo quella cosa lì, e ci tenevo che uscisse stavolta, ma non solo per il mio orgoglio personale, ma anche perché, su certe cose che ho scritto a livello di testi, ci sta molto meglio un modo di cantare diverso dal primo disco. Più si cresce, e più si capisce che non è vero che urlare fa capire meglio alle persone quello che vuoi dire: tante volte, dire le cose a bassa voce, o non dirle, o usare i vuoti e i pieni, serve di più, e per questo Mya è una grande soddisfazione, perché c’è una strofa super pulita e poi viene fuori Kurt Cobain nel ritornello.

Questa cosa vale in generale nella vita, non solo nella musica.
Infatti l’ho capito prima a livello di vita, poi l’ho applicata a livello di musica.

Dal punto di vista dei testi, si capisce, come mi hai anche già detto, che si parla molto di tuoi vissuti personali. Però ti chiedo questo: il tuo vissuto è stato messo solo nei concetti generali, coi dettagli che invece non rispecchiano necessariamente la realtà, oppure anche i dettagli sono reali? Tanto per citare un esempio che sembra aver colpito un po’ tutti, lui si è davvero tenuto i tuoi gatti?
Lo sapevo che avresti chiesto questo! Per assurdo, questo pezzo parla sempre di me, però perché in realtà io sono la stronza, per cui i miei gatti stanno benissimo e ne ho anche acquisito uno nuovo. La canzone è comunque un insieme di sfoghi che mi sono stati buttati addosso, è solo un mettermi in prima persona quando ero dall’altra parte. Tutto il resto, per me è stato super terapeutico, perché qualunque cosa dico è strettamente personale, la cosa che ho cercato di fare è non dare troppe coordinate, per cui sono partita dai miei vissuti per parlare di cose più ampie, come ad esempio in Vecchi e in Fotocamera.

Però, ad esempio, e se vuoi puoi non rispondermi, la persona che ti cercava ancora nonostante sappia che così ti fa del male, e tu ci vai perché non sai resistere, esiste?
Esiste dal primo disco, anche se la cosa è felicemente superata. Il “tu” a cui mi riferisco ogni tanto è sempre la stessa persona, che è diventata da centro della vita a qualcuno a cui racconto delle cose in un modo in cui non riesco a raccontarle a nessun altro, che poi è assurdo, visto che le scrivo nelle canzoni. Immaginare di parlare con questa determinata persona mi aiuta a svuotare determinati concetti perché mi dico “sicuramente questa persona capisce”.

Per concludere, finora sono fuori una decina di date, quando arriva un bel listone di 50 date con cui siamo tutti contenti?
Lo stiamo aspettando anche noi, ma non vi preoccupate, che ne abbiamo ancora un po’ da parte. Probabilmente usciranno un po’ alla volta e non tutte insieme, però comunque arrivano, che noi non riusciamo a stare a casa il fine settiman, per cui ci faremo mandare un po’ ovunque.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *