Interview – Gionta

Oggi siamo qui per presentarvi Gionta (al secolo Antonio Francesco Daga), artista di Alghero che ha da poco pubblicato Eyes of a desperate soul, secondo disco della sua carriera musicale ma il primo album ad essere pubblicato con il suo attuale nome d’arte. Eyes of a desperate soul è una raccolta di nove brani che hanno fin da subito attirato la nostra attenzione per il suo unico mix di generi che presi singolarmente sembrerebbero aver ben poco in comune: dalla dub al raggae, dal pop al cantautorato, dall’elettronica al tribale, Gionta non si fa mancare nulla!

L’abbiamo intervistato per conoscere meglio il suo progetto musicale e la sua visione artistica.

Ciao e benvenuto su Indie-Roccia! Il tuo precedente nome d’arte era Antonio F, mentre adesso hai scelto di chiamarti Gionta. Ci hai spiegato che hai cambiato nome per interiorizzare e accettare il tuo passato, è stata “una maniera romantica di prendere il cognome che non ho mai avuto e che dovrei in realtà possedere”. Ti va di parlarci un po’ di questo tuo viaggio interiore?

Ciao e grazie a voi innanzitutto! Sì, racconto questo viaggio partendo proprio dal 2019, quando usciva il mio primo EP Space Monkeys. Avevo qualcosa da dire e lo dovevo fare a tutti i costi, così, preso dall’emozione di tutti quei nuovi stimoli, decisi di chiamarmi Antonio F, senza pensarci troppo, e di “partire” per un viaggio, in quel caso specifico, esteriore ed immaginario al di fuori del pianeta. Ho viaggiato all’esterno di tutto ciò che riguardava le vicende umane, per arrivare ad analizzare invece la parte umana interiore, quella più profonda, con Eyes of a desperate soul quest’anno. L’ho fatto cambiando nome al mio progetto, nella maniera più romantica possibile utilizzando quello che era il cognome appartenuto al mio papà (che è mancato quando avevo 8 anni) e che, per svariate vicende, non ho mai potuto avere (porto infatti, con orgoglio, il cognome di mia madre. Ora è come averli entrambi).

Parliamo invece del tuo background musicale. Come ti sei avvicinato alla musica e quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato?

A mia madre piaceva sentire le musicassette. Sin da quando sono nato, in casa si ascoltavano (e tuttora si ascoltano) gli U2, band che lei ha sempre adorato. Ricordo che ascoltavo Alex Baroni, Carmen Consoli, Neri Per Caso, Frankie hi-nrg… ma anche Patty Smith o tutta la new wave anni ’80 fino ad arrivare alla musica elettronica più moderna. Fra i 12/13 anni ho iniziato invece ad esibirmi in contesti hard rock. Ricordo ancora che la primissima canzone cantata su un palco con un pubblico davanti fu Paranoid dei Balck Sabbath conosciuti grazie al compagno di mia madre. Poi, siccome sono appassionato di serie TV, con l’arrivo della serie “Supernatural”, mi sono avvicinato agli AC/DC e da lì in poi sono arrivati anche gli Iron Maiden, i miei adorati Led Zeppelin e, ancora, tutta la corrente Glam Rock che andava dai Guns ‘n’ Roses agli Aerosmith. Non disdegnavo (e non disdegno assolutamente) Reggae, soul e funky music. Adoro i Pearl Jam (ho un passo della loro “Black” tatuato sul braccio) ed ho sempre ascoltato e cantato volentieri molti brani appartenenti alla corrente grunge originaria di Seattle (Nirvana, Soundgarden, Mad Season, ecc…) e tutto ciò che ne è arrivato in seguito. Fra i miei ascolti non può mancare inoltre il cantautorato classico italiano (dal 2013 porto avanti un progetto strettamente legato alla musica cantautoriale assieme al mio amico e chitarrista Fabrizio Zara). Negli ultimi anni mi sono invece avvicinato al Trip Hop con formazioni come Massive Attack e Alt-J

Eyes of a desperate soul è un disco che attira l’attenzione per il modo in cui fonde vari generi: c’è molta elettronica, ma anche qualche elemento di cantautorato, ci sono influenze pop, ma è facile riconoscere anche un po’ di rock classico… hai voglia di raccontarci la genesi di questo tuo progetto? Come è nata l’idea, come hai portato avanti la sua lavorazione, quanto tempo ci hai messo ad ultimarlo…?

Quest’album, come dicevamo prima, parla di tutto ciò che riguarda le sensazioni interiori dell’animo umano contestualizzate nella tematica principale trattata che è il contrasto: si parla di sensazioni legate ai miei periodi di depressione; di delusioni e sentimenti legati ad alcune persone che passano nelle nostre vite e lasciano comunque qualcosa; si parla di mancanza di comunicazione interpersonale e difficoltà nell’ottenerla… ma si parla anche di dolcezza, spiritualità, mente libera e libertà d’animo più in generale. C’è spesso e volentieri contrasto anche fra musica e parole. L’idea è partita, come ogni idea musicale della mia vita, dalla mia cameretta mentre riflettevo profondamente su me stesso e sul mio percorso come persona in generale. Ho iniziato quindi a scrivere i testi. Le melodie arrivavano in testa quasi da sole. Prima della produzione di Matyah (Mattia Uldanck) le canzoni erano composte solo da parti vocali in loop che andavano a creare gli accordi, mi veniva dunque facile canticchiare e memorizzare delle melodie che suonassero discretamente assieme alle parole del testo per poi andarle a registrare con la mia loop station. Per quanto riguarda le influenze, come già detto sopra, il background musicale non è mancato di certo e ne sono felice perché ho avuto modo di esprimerlo e legarlo alle tematiche trattate all’interno dell’album. Voglio assolutamente citare i Muse, che sono tra i miei gruppi preferiti, per quanto riguarda le mie influenze sulla vocalità perché sono sempre stato tanto affascinato dalle tecniche canore di Bellamy. Fra stesura testi, composizione, registrazione e lavori finali di mix e mastering c’è voluto più di un anno. Per registrazione, pre-produzioni, mix e master ci sono voluti quasi cinque mesi da sommare ai mesi precedenti di stesura e composizione.

Cosa ci dici invece della copertina del singolo? A primo impatto ricorda un dipinto impressionista. Come dobbiamo leggerla?

La copertina nasce da una foto scattata da Mattia Uldanck (Matyah) venuta sfocata per errore che inizialmente si pensava di scartare. Appena è arrivata alla mia vista però ne sono stato rapito. L’ho collegata al nome dell’album (che avevo deciso in precedenza allo scatto) Eyes of a desperate soul. Ho subito immaginato che ciò che si vede nella copertina possa essere l’immagine della mia stessa anima vista da me stesso e da chi mi circonda. Un’anima a volte ignorata, calpestata, persino distrutta… ma sempre lì, pronta a farsi notare, a ricevere e soprattutto donare affetto, a reagire.

Quali sono, secondo te, i pro e i contro della scena musicale italiana?

Dunque… Domanda per niente facile!

Mi viene solamente da dire che, in Italia, c’è il “sottobosco” della scena indipendente che brulica seriamente di veri talenti ma che non ha, a parer mio, abbastanza attenzione da parte delle major. Trovo proprio ci sia un sistema di talent scouting abbastanza sbagliato. È vero che si parla di “industria musicale”, però non riesco davvero a capacitarmi di come anche in questo settore si stia andando sempre più a pensare solo alla produzione in quantità come in qualsiasi altra industria di settore non artistico.

Ci racconti qualche aneddoto divertente legato ad uno tuo live?

Nel live di presentazione nella mia città (Alghero) del mio primo EP Space Monkeys, nel 2019, durante il primo spettacolo (erano stati divisi in due spettacoli per via della capienza del posto), mi esibivo su una mia versione totalmente vocale fatta con la loop station del brano Get Lucky dei Daft Punk. Arrivato alla fine della canzone, non mi ero accorto che, durante l’ennesimo check prima di iniziare, avevo lasciato scoperta una presa di corrente con relativo interruttore. Preso dall’adrenalina del momento, sono andato a fare dei movimenti fisici che seguivano la musica (senza controllo, come spesso mi accade quando canto trasportato dalla melodia) e che mi hanno inavvertitamente portato ad arrestare totalmente la mia strumentazione mentre mi esibivo. Così, tutto un tratto! La fortuna è che la corrente è saltata praticamente a ritmo e faceva sembrare il tutto un finale di canzone voluto. Io mi sono lasciato scappare un: “eh va beh, the show must go on” con sorrisetto nervoso anche se dentro morivo lentamente. Per fortuna la situazione è stata gestita abbastanza bene da me che, generalmente sono molto emotivo e, se mi fossi lasciato trasportare da quell’emozione negativa, avrei mandato sicuramente all’aria tutto il resto di quello spettacolo ed anche di quello che sarebbe venuto dopo. Per fortuna non andò così!

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