Interview: Fulminacci

Oggi, 9 aprile 2019, alle ore 22.00, uscirà su Spotify La Vita Veramente, il debutto sulla lunga distanza di Fulminacci, pubblicato da Maciste Dischi. Siccome le vie della promozione musicale sono infinite, abbiamo saputo di poterlo incontrare poche ore dopo aver inviato le domande via mail, quindi questa trascrizione è un mix tra ciò che Filippo ha scritto e quello che ha detto a voce.

Prima, però, due parole sul repertorio del romano classe 1997. Il termine “urgenza” è spesso abusato quando si tratta di trovare parole che descrivano una proposta musicale, però riteniamo che sulla sua calzi a pennello. L’ascolto delle sue canzoni dà proprio l’impressione di qualcuno che abbia il bisogno fisico di buttare fuori senza filtri tutte le proprie intuizioni e i propri pensieri e veicolarli spontaneamente in forma di canzoni. A un certo punto, Fulminacci canta “e non abbiamo mai un’opinione vera, un’anima sincera, un’emozione pura”, e sembra che queste poche parole riassumano questa necessità di esprimerti di cui sopra. Tra l’altro, lo fa nelle title track del disco, e non sembra essere un caso.

Poi, però, si nota anche una certa attenzione nell’assemblare i brani dal punto di vista degli arrangiamenti, soprattutto dell’interazione tra i giri di chitarra e la parte ritmica. Per cui, spontaneità sì, ma non significa che non si debba stare attenti ai dettagli, anzi, se lo studio ha l’attitudine giusta la valorizza, questa spontaneità.

Detto tutto questo, ti chiedo: hai dei rituali, delle procedure che segui quando scrivi canzoni e quando le “confezioni”? Lavori solo in certe ore del giorno, o solo in certi luoghi? E ti concentri dicendoti che adesso devi scrivere una canzone o magari ti vengono proprio quando non ci pensi?

Grazie per la domanda, è molto interessante per me chiedermi questa cosa. In generale ho un unico rituale, ogni sera dopo cena vado nella mia stanza e mi metto a suonare la chitarra, poi passano delle ore ma spesso non succede niente e vado a dormire. Statisticamente parlando le volte in cui mi viene un’idea sono sempre momenti scomodi, o quando qualcuno mi sta parlando di una cosa importante o quando devo uscire di corsa e in quei momenti cerco sempre di appuntare in forma scritta e audio tutto quello che mi passa per la testa. Ogni tanto è capitato che mi sono imposto di scrivere ma quando faccio così c’è solo frustrazione. Non posso pretendere che esista un luogo e un momento quotidiano in cui arrivano le canzoni, appunto perché arrivano loro, non sono io che le vado a cercare. La ritualità è preziosa nel momento in cui riprendo l’idea e lavoro all’arrangiamento, e in quella fase arrivano le prime soddisfazioni perché ho per le mani qualcosa che può essere ascoltato, che non parla più solo la lingua della mia mente. È come con le relazioni importanti della vita, non decidi quando nascono e poi se vale la pena le coltivi ogni giorno con amore e impegno. Anche in fase di arrangiamento, comunque, all’inizio ho un approccio impressionista, anche perché, nella mia vita ideale, io scrivo e arrangio tutto nella stessa giornata, cosa che in realtà non è mai successa, perché inevitabilmente ho bisogno di tornarci sulle cose. Comunque, finora, nella mia limitata esperienza, meno ci metto e più sono contento del risultato.

Il fatto che tu ti faccia gli arrangiamenti da solo significa che sei un polistrumentista, parlami un po’ di come nasce la tua passione per la musica e l’idea di imparare a suonare diversi strumenti.
Ho iniziato a suonare la chitarra a 10 anni, ho preso qualche lezione di batteria, che mi ha aiutato molto per avere una visione d’insieme, e per il resto, con le tastiere ho un approccio inizialmente amatoriale e ora ho delle basi mie. Il mio strumento è la chitarra, la batteria la posso suonare, col basso mi ci trovo, e nei pezzi mi metto a suonare un po’ tutto proprio perché ho bisogno di avere la visione d’insieme. Anche se quello che registro è imperfetto, mi piace che sia completo, che ci sia la consapevolezza dello spazio, che si sappia quando suona un determinato strumento. Poi, sulla qualità del suono, interviene un produttore artistico, e nel mio caso Federico Nardelli e Giordano Colombo sono stati pazzeschi.

Volevo infatti chiederti com’è il rapporto coi produttori artistici, dato che le canzoni hanno già tutte queste idee tue.
Loro ci mettono intanto una competenza mostruosa, che va ben oltre la mia. Sono musicisti importanti, Giordano ha suonato la batteria nel disco e Federico parecchi strumenti. Io ho consegnato dei provini arrangiati con in testa l’idea che fossero esattamente così. Ovviamente ci sono dei limiti, magari di struttura, però, di base, io sono arrivato lì e il loro lavoro è stato quello di interpretare il mio ruolo, sono stati quasi degli attori. Io ho consegnato dei pezzi come volevo che fossero a dei professionisti, molto più bravi di me tecnicamente, e loro hanno eseguito perfettamente tutto, mettendoci anche la loro professionalità. Secondo me, abbiamo raggiunto un risultato perfetto, perché io ora ho esattamente quello che volevo. Sono stati davvero bravi. Per quanto riguarda gli altri musicisti che hanno suonato nel disco, ci sono perché lavorano nello studio in cui è stato registrato. Anche loro sono professionisti di altissimo livello e il nostro rapporto è stato esclusivamente lavorativo.

Sei partito dall’irruenza di Borghese In Borghese e sei arrivato, finora, all’introspezione di Una Sera, con in mezzo la menzionata title track che mi sembra si ponga a metà strada tra le altre due parlando proprio di irruenza e introspezione. Dalle altre sei canzoni cosa dobbiamo aspettarci? Intendo dire, il primo e il terzo singolo sono i due estremi del disco o ti sei spinto anche più in là in un senso o nell’altro?
La cosa di cui sono più felice è la varietà del mio disco, ogni pezzo ha la sua personalità, ma è anche vero che ciascun brano contiene tantissimo me (ho appena pensato che “tantissimo me” sarebbe stato una bella alternativa a La vita veramente ma ormai è troppo tardi) e per questa ragione garantisco che si tratta di un album sincero al 100%, anche  perché scritto senza sapere che sarebbe stato pubblicato. Irruenza (Borghese) e introspezione (Una Sera) sono i 2 estremi di contenuto, ma se devo anticipare qualcosa quando parlo della varietà di questo album faccio più riferimento allo stile. Devo dire che sei stato molto sagace nell’individuare questi due estremi, e secondo me lo sono soprattutto dal punto di vista del testo, anche se ovviamente ci sono anche palesi differenze stilistiche. Sono comunque riconducibili tutte e me, mi rappresentano al 100%. Su cosa aspettarsi dal resto delle canzoni, ce n’è una in cui c’è molto spazio per gli strumenti più elettronici, e su questa sono particolarmente curioso di cosa penseranno gli ascoltatori, e un altro paio sono dei veri e propri esperimenti rispetto al resto dell’album. In generale credo di non poter dire il genere che faccio, non c’è coerenza stilistica, ma c’è un altro tipo di coerenza, anche perché, per quanto riguarda i testi, si sente che sono tutti miei, li riconoscerei come miei anche se mi cancellassero la memoria.

Quando scrivi ti concentri prima sullo scheletro della canzone e poi pensi all’arrangiamento in un secondo momento, o anche quando sei solo voce e chitarra pensi già a come il pezzo deve suonare?
La seconda, capita che alcuni pezzi inizi a pensarli, ad esempio, mentre sto guidando, e già lì mi immagino come possono essere arrangiati, mentre canticchio un’ipotetica linea melodica vocale con un testo fake, che magari poi rimane quello, perché poi scopri che in realtà ci sta bene e riesce a dare un significato a tutto. Secondo me, se il testo arriva insieme alla melodia, è il massimo. Io, comunque, tendo a suonare la chitarra in un modo che possa essere il più comprensivo possibile dei vari strumenti, posso anche battere il tempo per immaginare come debba essere la batteria, batto coi piedi o uso il mio fiato, che mi dà una sensazione di pezzo compiuto e una personalità sonora specifica. Esistono dei pezzi che ho pensato solo chitarra e voce, ma sono tutti rimasti così nelle memo vocali del mio telefono, magari prenderanno una personalità in base a quello che mi succederà nella vita, o rimarranno chitarra e voce. Io cerco di scrivere sempre, ogni giorno che posso scrivo, ho un po’ di cose da parte, alcune ovviamente sono embrionali e non presentabili, però comunque mi piace sempre lavorare alla scrittura. Ho anche delle cose già arrangiate che magari non sono adatte per me in questo momento, alcune le ho proprio ripudiate umanamente, magari perché raccontano una cosa che con me non c’entra più, secondo me le canzoni devono raccontare umanamente chi sei, se io non sono più quella cosa, è meno divertente.

Hai subito voluto accompagnare i tuoi singoli a video che, secondo me, hanno le stesse caratteristiche di base delle canzoni, ovvero naturalezza e cura dei particolari. Vuoi dirmi qualcosa su questo aspetto della tua proposta?
Per me è molto importante la qualità dei videoclip, e penso che debbano essere fatti solo quando hanno davvero senso e motivo di esistere. Il mio manager e i Bendo che sono i ragazzi che si sono occupati dei primi 2 video hanno lavorato egregiamente. Sono riusciti a conoscermi attraverso le canzoni e dopo alcuni scambi di idee a rappresentarmi meglio di come io stesso autonomamente avrei saputo fare. Come la scrittura dei pezzi, l’ideazione dei video è di fondamentale importanza per esprimersi nel migliore dei modi. Io sono appassionato di videomaking, oltre che il cinema, e sto attento a qualunque video di qualunque artista che mi piace, anche perché vedo che oggi è fondamentale presentarsi con un video che sia coerente con il pezzo. Alcune canzoni che non mi piacevano hanno un video che, però, mi piace, e alla fine ho apprezzato anche la canzone, perché vedo quanta arte ha il video, quanta perfezione e gusto ci sono e allora mi rendo conto che anche nella canzone ci possono essere gli stessi pregi. Ci sono casi, però, in cui ritengo che un video non debba essere fatto, ad esempio nel mio terzo singolo, non l’ho fatto perché la canzone racconta di me che torno a casa in motorino sull’Aurelia la sera, e allora o prendo me a 18 anni in motorino e faccio tutto il video così, o altrimenti non ce la faccio a fare un video che non è vero. Quelli che ho fatto sono giusti, sono veri, rappresentano me in quel momento lì e si sposano bene con la canzone.

Sono già state fissate delle date live, cosa dobbiamo aspettarci da esse?
Ci divertiremo un sacco, ci sarà molto groove e tante location tra le più suggestive e prestigiose d’Italia. Poi l’estate è sempre l’estate. La band è fatta da musicisti bravissimi e giovani, pensa che il tastierista ha 19 anni, pensavo di essere il più piccolo, e invece… Sono tutti del St. Louis, un’accademia musicale di Roma tra le più prestigiose, sono bravissimi tecnicamente, hanno belle idee, sono freschi ed energici, non vedo l’ora di suonarci. Abbiamo già provato e si è già creata una bella energia, non vedo l’ora di salire sul palco.

Il disco esce di martedì, che è una cosa un po’ strana, visto che ormai escono tutti di venerdì. Hai contribuito a questa decisione? In generale, entri in questi aspetti o lasci fare tutto al management e all’etichetta?
Io non so come funzionano queste cose, il fatto che sia strano che esca di martedì per me è una novità, non sapevo che uscisse tutto di venerdì. Comunque, questa cosa mi piace, magari ha una visibilità differente, e magari la gente è contenta che esca un disco in un giorno infrasettimanale, quando di solito si è meno allegri che nel weekend.

Queste le prime date confermate:
16 aprile – Roma – Largo Venue
19 aprile – Torino – Off Topic
24 maggio – Milano – MI AMI
5 giugno – Bologna – Biografilm Park
16 giugno – Vicenza – From disco to disco weekender

9 luglio – Genova – Goa Boa

Foto di Sara Pellegrino

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