Interview: Dots

Hangin On A Black Hole è il primo album vero e proprio dei Dots ed è stata, a nostro avviso, una delle migliori uscite dello scorso anno in Italia: la band mantovana, dopo alcuni anni di inattività, è ritornata con un sound che varia tra il punk e il funky, regalando ottime sensazioni e facendo divertire chi ascolta. Noi di Indie-Roccia.it abbiamo intercettato il cantante Marco Garavaldi per parlare del disco, delle imminenti date (tra cui quella al Covo Club di Bologna), delle influenze, delle loro origini e di tanto altro. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Marco, grazie per il tempo che ci stai dedicando e benvenuto sulle pagine di Indie-Roccia.it. Prima di tutto puoi raccontare ai nostri lettori quando, dove e come avete iniziato a suonare insieme?
Grazie a te. Noi come Dots nasciamo nel 2006 nel momento in cui io, a diciassette o diciotto anni ho comprato una batteria giocattolo a 80 euro a mio fratello Alessandro (batteria) su E-bay. Mi ero comprato una chitarra elettrica e avevo bisogno di qualcuno che suonasse la batteria. Da lì in poi si sono alternate alcune persone all’interno della band fino a quando abbiamo conosciuto Andrea (chitarra). Da lì, nel 2007, sono nati i Dots, almeno il nucleo centrale, che è lo stesso anche oggi, cioè io, Andrea e Alessandro. Ora con noi c’è anche Paolo, che suona il basso. Abbiamo avuto periodi di inattività, alti e bassi, ma di base siamo sempre stati noi.

Come mi stavi dicendo, avete avuto dei periodi di inattività: vi posso chiedere perché avete deciso di ritornare e come mai avete deciso di riproporvi dopo un po’ di anni di silenzio?
L’idea è nata dalla voglia di tornare a fare cose insieme, perchè, dopo il 2008 / 2009, in cui avevamo pubblicato un paio di 7” e avevamo fatto un tour negli Stati Uniti, che ci eravamo organizzati da soli, la vita, i lavori e impegni vari ci avevano allontanato un po’. Un paio di anni fa c’è stata l’occasione e la voglia di riprovarci e ora siamo tornati completamente operativi e, se hai bisogno di qualcuno che suoni nel salotto di casa tua domani sera, mi basta fare tre telefonate, riempire il baule con gli amplificatori e arriviamo!

Anche se dura solo poco più di un quarto d’ora, Hangin On A Black Hole, è il vostro primo full-length vero e proprio.
Esatto, è il nostro primo full-length. Siamo molto orgogliosi di averlo fatto e ringraziamo Depression House Records per aver creduto in noi. E’ l’etichetta del nostro amico Scoia, il cantante degli Hallelujah, una noise-rock band italiana che ha fatto parlare parecchio di sé negli ultimi anni. E’ un disco molto breve perché una delle cose che ci ha sempre caratterizzato è stato il dono della sintesi. Noi siamo molto fedeli alla struttura delle canzoni punk-hardcore, dirette e senza troppi sproloqui o sbandate che la tirano per le lunghe. In genere le nostre canzoni durano un minuto e mezzo, arrivano diritte al sodo e, non fai in tempo a capire cosa sta succedendo, che sono già finite.

Quanto siete cambiati a livello di sonorità? Voi, come musisti, per quanto siate stati fermi come Dots, avete avuto comunque altre esperienze che vi abbiano potuto far crescere e maturare?
Siamo tutti migliorati a suonare. L’unico che non è migliorato sono io e infatti non suono più alcuno strumento. Mio fratello Alessandro, da quando gli arrivò uno scatolone con una batteria nel 2006, è migliorato parecchio, adesso ha ventiquattro anni ed è un signor batterista. Andrea dal basso si è spostato alla chitarra e fa i numeri, mentre Paolo è un ottimo bassista e, anche se viene da generi molto più duri – lui suona anche negli Antares, che sono gli alfieri del rock and roll indipendente italiano, per come la vedo io – però si è trovato bene con noi. E’ anche lui mantovano, di Castel D’Ario. Adesso vogliamo provare a sperimentare perché siamo stufi di chi decide di fare un genere, seguirlo e rimanere sempre lì. Noi vogliamo guardare oltre e, con un approccio molto genuino, cerchiamo di tirare fuori un suono a cavallo tra il punk-rock, che è da dove veniamo, e il funky, che è dove proviamo ad arrivare. E’ una cosa che è nata da una prova ubriaca, in cui da punk-rocker provavamo a imitare James Brown: da lì ci siamo presi bene e abbiamo costruito un disco e la band è rinata e adesso non ci ferma più nessuno.

Come ho scritto anche nella mia recensione, nel vostro disco ci sono anche influenze hip-hop e funky, oltre al vostro amore per il punk e per il garage.
Assolutamente sì. I Beastie Boys, in un certo senso, hanno fatto un percorso simile venti anni fa: anche loro erano nati come una band punk-hardcore, ma, con l’arrivo dell’hip-hop e del rap a New York, hanno virato. Anche di loro, però, non si può parlare di una band hip-hop pura. Hanno mescolato tutto quello che volevano e come volevano e, anche se non sono la nostra ispirazione principale, noi ci vogliamo comportare esattamente come loro. Non c’è alcun limite ai suoni, a quello che facciamo e faremo.

Parlavamo dei Beastie Boys. Oltre a loro, senza per forza fare una ricerca troppo approfondita, quali sono state le vostre principali influenze, per questo vostro primo album?
Non ci ispiriamo a nessuna band in particolare, però, se dovessi trovare delle influenze, direi che vanno dalle nostre solide basi e conoscenze di punk-hardcore, punk ’77 e compilation Kill By Death – per voler prendere un giro abbastanza lungo – a quello che è lo schifo che puoi sentire per radio nella quotidianità. Noi cerchiamo di farci ispirare dal trash, dalla vera spazzatura della televisione, della radio e tirarci fuori qualcosa di buono, scrivendo pezzi con tantissimo groove, che facciano ballare la gente. In questo Andrea è un vero e proprio mago: lui si occupa delle linee di chitarra e basso. Le canzoni le scrive tutte Andrea, poi magari io aggiungo il testo e con la band riusciamo a fare un live come oggi non riesce a far nessuno, soprattutto in Italia con tutti quei ragazzi che cercano di imitare le band americane. Noi non scimiottiamo nessuno, noi siamo scimmie. (ridiamo)

Mi hai appena detto che scrivi tu i testi: ti volevo chiedere di che cosa parlano e soprattutto, quando gli hai scritti, da cosa ti sei fatto ispirare.
Anche in questo caso dal trash, dalla TV spazzatura e da quello che pensiamo che non vada bene nella scena musicale italiana. Non conosco nemmeno i nomi delle band o dei musicisti, ma parlo di tutte quelle persone che adesso fanno un misto tra pop e hip-hop con l’autotune. Noi ci ispiriamo a quello, però strutturiamo delle canzoni che riteniamo punk, ispirandoci allo schifo, cercando di aggiungere più groove e più funk che possiamo e questo è il risultato. C’è sempre una nota polemica verso la scena musicale italiana perché purtroppo noi abbiamo notato la differenza rispetto ad anni fa. Fino al 2008 o poco più suonavamo, poi per anni non abbiamo più fatto nulla e, quando abbiamo ricominciato, ci siamo accorti all’istante che era molto più difficile trovare posti in cui suonare, che i concerti sono pagati sempre meno e che i gusti della gente sono sempre più standardizzati. Se vuoi formare una band in Italia, la devi fare molto simile a un genere o a un gruppo, possibilmente inglese o americano, se vuoi che qualcuno ti ascolti. Se, invece, vuoi provare una tua strada, allora non dare nulla per scontato perché c’è da mangiare tantissima rabbia e bisogna essere molto convinti di ciò che si vuole fare, soprattutto se non vuoi arrufianarti chi ha in mano la musica dal vivo. L’unica cosa in cui possiamo sperare è il ricambio generazionale. Quello che mi fa disperare è che ho l’impressione che il cambio generazionale faccia cadere di male in peggio, ma probabilmente dicevano la stessa cosa negli anni ’70, quando è nato il punk, per cui lunga vita al ricambio generazionale, purché arrivino dei giovani, che ai concerti siamo sempre più vecchi.

Parlando, invece, del titolo del disco, Hangin On A Black Hole, da dove proviene e quale significato ha?
Hangin On A Black Hole vorrebbe dire letteralmente “penzolando sopra a un buco nero”, che è la nostra situazione. Noi sopravviviamo, nel senso che le nostre vite non sono né il top, ma nemmeno così brutte. Tiriamo avanti, cercando di ottenere il massimo da ogni situazione, ma consapevoli che il baratro è sempre lì che ti aspetta ed è un attimo essere risucchiati da un maledetto buco nero.

Parlando del vostro artwork, chi è che lo ha disegnato?
La copertina l’ha creata Sara, che è la mia ragazza, L’ha disegnata su un foglio di carta con una penna. E ha consumato un paio di penne. Questa domanda mi fa venire in mente un’altra cosa, che è la nostra totale devozione verso il Do It Yourself. Noi non crediamo in nessun partito politico, in nessuna religione, l’unica cosa in cui crediamo è l’etica DIY. I Dots, da quando ho comprato la batteria a mio fratello su E-bay nel 2006 a quando sono andato venerdì scorso nello studio di Andrea a registrare le voci per i nuovi pezzi, hanno sempre fatto tutto da soli, in modo indipendente, senza sentire ragioni. Non abbiamo mai registrato in uno studio che non fosse quello di Andrea, il Fat Bit a Bergantino, in provincia di Rovigo. La prima band che ha registrato siamo stati proprio noi, ci ha sempre registrato lui, abbiamo sempre fatto tutto in casa, anche le grafiche. Quando dobbiamo promuovere i concerti o altro, Alessandro, che é un discreto writer, spesso si occupa lui dei volantini. Abbiamo anche fatto le t-shirt e, siccome siamo contrari a questo trend delle gente che compra più le magliette che i dischi, vi invitiamo a comprare la nostra, dove trovate scritto “Buy the fucking record” per spiegare che bisogna mettere in ordine le priorità. Tornando alla copertina, tutto quello che facciamo è home-made o family-made, visto che l’ha creata Sara.

Stavi dicendo poco fa che hai appena registrato delle parti vocali: come stanno procedendo i lavori? Quali direzioni state pensando di prendere?
I lavori stanno andando bene e credo che, arrivati a primavera, avremo abbastanza materiale per pubblicare o un singolone o un album, ma dobbiamo vedere. Sicuramente un singolo arriverà. Non abbiamo ancora deciso se autoprodurcelo o farcelo produrre, però noi andiamo avanti a scrivere canzoni, a provare e a suonare in giro il più possibile. Adesso abbiamo in programma qualche concerto, iniziando con la data di venerdì 16 al Covo Club di Bologna.

Stavo proprio per chiederti delle prossime date: che cosa vi aspettate? In particolare ti chiedevo proprio di quella del Covo, che è comunque un locale storico nella scena indipendente, non solo qui in Emilia, ma anche in tutta l’Italia.
Al Covo ricordo serate storiche. Ci sono due sale, ricordo che dieci anni fa una delle due si riempiva sempre di dark e new-waver e noi, che siamo sempre stati dei ragazzi piuttosto irrequieti, andavamo a seminare il panico. Spero che non si ricordino le nostre facce perché sono le stesse che buttavano fuori dieci anni fa per motivi che preferisco non raccontare! (ridiamo)

Avete pubblicato il vostro album, sia su cassetta che su vinile, che sono due formati che sono ritornati piuttosto in voga negli ultimi tempi in tutto il mondo. Non so se hai letto qualche settimana fa, ma le vendite delle cassette negli Stati Uniti nell’ultimo anno sono aumentate del 35%, che mi pare un buon numero. Cosa ne pensate di questi due formati? Vi piacciono?
Abbiamo fatto le cassette per un motivo prettamente economico: se ti autoproduci una cassetta, spendi molto poco. Quindi credo che la cassetta sia uno strumento molto cheap che permette alle band che si vogliono promuovere di avere qualcosa da vendere ai concerti, senza doversi fare i debiti, come se si dovesse produrre un 45 giri o un LP. Credo comunque che anche un cd abbia costi piuttosto simili, ma abbiamo preferito la cassetta perché, andando ai concerti, vedevamo che la gente è molto appasionata a quel formato.

Hai qualche band interessante, italiana o straniera, da suggerire ai nostri lettori?
Prima di tutto gli Yonic South, che ho visto di recente a Bergamo all’Associazione Libero Pensiero e mi hanno molto impressionato. Ci sono poi questi ragazzi molto giovani di Arco che si chiamano Horrible Snack, che mi pare abbiano molto da dire. Ti volevo segnalare inoltre una band power-pop di Mantova e Bergamo, i Three House Society. Loro non si promuovo molto, ma sono parecchio validi: purtroppo bisogna accontentarsi di band mediocri, che hanno le spinte dalle agenzie. Loro non scendono a compromessi e purtroppo han pagato lo scotto di questa cosa.

Purtroppo oggi capita spesso che conti più avere l’agenzia giusta, che ti faccia scrivere le recensioni, le news e i live-report o che ti faccia fare le interviste.
Noi stiamo cercando di gestire da soli questo aspetto, ma è veramente pesante. L’unica cosa che vogliamo fare è chiuderci in sala prove e andare in giro a far concerti e non fare niente altro, ma è indispensabile farsi conoscere.

Un’ultima domanda prima di lasciarti andare: puoi scegliere una vostra canzone da usare come colonna sonora di questa intervista?
Direi Figure It Out, che vuol dire “io ho già capito” perché spero che, dopo aver letto questa intervista, voi abbiate già capito, che appena lasciate le pagine di indie-roccia, vi dovete recare sulle pagine di Bandcamp e, una volta ascoltata la musica su Bandcamp, dovete recarvi nella sezione “compra il disco” e pagare quei pochi euro che servono per portarvi a casa questo Sacro Graal del punk-funk italiano che è “Hanging On A Black Hole”. Ringrazio indie-roccia, ringrazio Antonio e ringrazio anche a te che stai leggendo per l’acquisto del nostro disco. Hai fatto una scelta ottima. Potevi prendere l’ultimo disco di Jovanotti e invece hai comprato il nostro e il karma ti premierà per questo. Bravo!

Grazie mille.

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