Interview – Dade city days

E’ passato un po’ di tempo dall’uscita di Free drink, il secondo disco dei Dade city days (Nesc’i Dischi, 2019). Lo avevamo recensito sulle nostre pagine, e ci era piaciuto molto! Con l’arrivo dell’estate ci sembrava giusto recuperare un po’ di leggerezza e di freschezza, e Free Drink è proprio l’ascolto giusto. E ci è sembrata cosa buona e giusta contattare il gruppo per approfondire meglio questa loro ultima uscita. Buona lettura!

Free drink si distingue dal disco di esordio. Nonostante il mood malinconico, il disco appare suona molto leggero. Vi sentiti più leggeri? Come è nato il disco?
A differenza di “VHS” che era sicuramente più immediato nell’esecuzione, “Free Drink” è stato preceduto da un percorso lungo, più ponderato, avevamo la necessità di sperimentare qualcosa di diverso senza ricalcare quello che avevamo già fatto. Ci piaceva l’idea di togliere un po’ di quelle nubi che avevano contraddistinto il primo lavoro, anche la stessa cripticità dei testi, volevamo qualcosa di più diretto, di più facile ascolto, anche se ci siamo resi conto che questa leggerezza di cui parli anche tu è paradossalmente più complessa da ottenere suonando. Le sfumature si sentono maggiormente, e basta poco per far svoltare un pezzo verso questa o quella direzione. È stato un disco che è stato prima pensato e poi suonato, l’opposto quindi di “VHS” che era nato fondamentalmente improvvisando in sala prove.


A proposito di cambiamenti, le tracce hanno una maggiore attitudine pop, nei suoni, nel cantato, nei testi. E’ stata una evoluzione naturale? Una scelta meditata per allargare il vostro pubblico?
Non crediamo nelle scelte votate all’ampliare il pubblico o meno, ci sono band e progetti che amiamo tanto e che sono andati spesso controcorrente, e hanno cercato sempre di essere coerenti con la propria vena artistica. Volevamo suonare quello che in realtà era per noi naturale. Abbiamo iniziato questo percorso tempo fa, questo progetto er nato con l’idea di uno shoegaze particolare, misto a darkwave e ambientazioni psichedeliche ma ricalcare quel percorso sarebbe stata una forzatura. Avevamo bisogno di ambientazioni più ariose, più spensierate anche se a tratti malinconiche, e volevamo rendere il tutto più facile da ricordare, da cantare anche con una chitarra acustica senza troppa fatica. I brani sono partiti proprio con questa idea, Andy è partito da una linea base, fatta il più delle volte cn la chitarra acustica, poi venivano aggiunti la voce e il testo e il resto veniva costruito intorno. I suoni e le parti elettroniche sono stati curati minuziosamente in studio, in sala prove prima di incidere il disco abbiamo imparato a gestire questo nuovo approccio, stando attenti ad ogni piccola sfumatura, già una pennata più energica o una mano più pesante sui piatti cambiava il mood. Questo processo è stato importante sia per prepararci ai live sia per prendere coscienza di quello che stavamo facendo.


Questa evoluzione è stata condivisa da tutti i membri della band?
Le scelte vengono sempre condivise tra di noi, fare un secondo disco fotocopia del primo non avrebbe avuto senso, e in tutta onestà sarebbe stato difficile anche in chiave creativa, avevamo già sperimentato quei suoni e cercando di seguire “VHS” ritrovavamo nelle nuove idee in realtà refusi di brani già scritti o idee già scartate. Avevamo molte più idee puntando verso strade non ancora battute, dovevamo solo scegliere la direzione e l’impronta.


Un aneddoto divertente durante la registrazione.
Credo che l’episodio più significativo di questo percorso sia stato il cambio di studio per le riprese a una manciata di settimane dall’incisione del disco. Siamo entrati in studio a luglio e fino a fine maggio eravamo già in accordo con uno studio qui vicino. Eravamo però determinati ad ottenere un certo tipo di suono e volevamo che fosse fatto tutto il possibile per ottenerlo, e così all’ultimo abbiamo cambiato idea. Siamo partiti per Roma, verso uno studio mai visto, 2 settimane con sessioni di 12 ore al giorno intervallate da tramezzini, caffè, pranzi al Carrefour e l’ansia di controllare la macchina (una Volvo degli anni 90) che veniva mollata al mattino nei parcheggi più assurdi. Una full immersion insomma, e più passavano i giorni e più eravamo consapevoli che la strada era quella giusta. Ah ecco, a dicembre mentre chiudevamo il mixaggio al Mono Studio di Milano incontrammo Diodato che incideva il disco che ha poi portato a Sanremo.


Cosa ascoltavate durante la realizzazione del disco? Quali sono stati i gruppi che vi hanno influenzato di più.
In realtà non abbiamo cambiato i nostri gusti, io (Andy) e Mara in quel periodo seguivamo l’ascesa dei Canova, ma anche Cigarettes After sex, Beach House, gli Slowdive con il loro ultimo disco. Michele è sempre rimasto fedele al suo mood anni 80, è una specie di garanzia 🙂


Il pezzo a cui siete più affezionati e quello più rappresentativo del nuovo disco.
“Astro Pop” sicuramente. In realtà è stato il primo pezzo ad essere scritto, anche se si chiamava “Showgaze”, un misto tra Shoegaze e Showbiz dei Muse. Non ricordo più tutte le versioni che abbiamo di quel pezzo, abbiamo cambiato più volte l’approccio e la melodia della voce, della chitarra, della batteria ma Il mood era sempre quello di un pezzo pop spensierato. A seconda di come evolvevano il disco e gli altri brani “Astro Pop” cambiava forma e suoni allineandosi al resto. “Long Island” invece è stato il pezzo che ha messo fine alla sperimentazione: dopo averlo scritto era chiaro che il disco sarebbe girato intorno a quell’immaginario. Era il pezzo più rappresentativo. Quindi sì, sono i due pezzi a cui siamo più affezionati.


Tre aggettivi che secondo voi riassumono l’essenza di Free drink.
Malinconico, spensierato, diretto. Insomma come l’evolversi di una serata in un locale. Si entra tristi ma con la gente, gli amici e gli incontri ci si ripiglia.


Progetti, programmi futuri?
Siamo riusciti a fare 8 live prima che il Covid bloccasse tutto quanto, sappiamo quanto sarà difficile ripartire, anche perché molti locali e molti amici fanno fatica a capire come si farà a tornare suonare dal vivo. Quello che speriamo è che si possa ricominciare presto, siamo stati in pausa per troppo tempo, è giusto tornare a vivere tutti insieme di nuovo.


Lasciamoci con una canzone.
Vorremmo offrirti un “Mai Tai”, e una chiusura in un locale qualsiasi, purché pieno di gente spensierata!


In bocca al lupo ragazzi !

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