Interview – Boetti

Dopo l’esordio esplosivo di Psicomadre, il duo toscano torna a prendere a schiaffi la scena indipendente nazionale con un nuovo inno alla divergenza: litri di soda caustica e rock’n’roll scorrono nelle vene e nei pensieri di Golden Boy, il nuovo manifesto generazionale di Boetti, uscito lo scorso 11 settembre.

1) Boetti, un ritorno di fuoco con un singolo dalla spinta esplosiva dopo l’esordio – inizio giugno – con “Psicomadre”. Cosa è successo quest’estate, avete accumulato la giusta dose di dinamite e rabbia?

La maggiore spinta propulsiva, quella che ci fa letteralmente frizzare le mani, è il fatto di non poter ancora suonare dal vivo. Raramente ci era capitato di passare un’estate senza concerti, ma questa è solo repressione in potenza che si trasforma in maggiore voglia di spingere sull’acceleratore. Ci piace vivere intensamente, esagerando a volte con l’agonismo, anche se negli ultimi mesi abbiamo imparato a respirare e godere dei piccoli passi
quotidiani.

2) “Golden Boy” è un urlo liberatorio che sa di J’accuse, attraverso immagini capaci di fotografare un’intera generazione. Ma dietro la vostra rabbia, sembra a volte occhieggiare una qualche tenerezza quasi indulgente nei confronti delle lobotomie da cocktail bar. La colgo solo io, questa sensazione, oppure esiste realmente?

Le nostre canzoni sono sinonimo della nostra vita. Tutto quello che cantiamo l’abbiamo in qualche modo, più o meno direttamente, vissuto. Non scriveremmo mai un pezzo per escluderci da una circostanza o assolverci da un peccato. All’inizio la scelta del “noi” come punto di vista ci ha spaventati, perché temevamo che qualcuno potesse male interpretare il
messaggio. Poi ci siamo detti “Perché no? Alla fine siamo tutti golden boy”.

3) Ma il brano, in sé, da cosa nasce? Le immagini che disegnate sono precise, quasi fotografiche. C’è stato qualche episodio scatenante, ricordate la scintilla che ha fatto esplodere la polveriera?

La pignoleria con cui abbiamo dettagliatamente descritto gli atteggiamenti dei ragazzi d’oro è dovuta all’eterno ripetersi di quelle stesse scene durante ogni benmaledetto Sabato sera passato in “società”. Uscire in provincia vuol dire essere al contempo artefice e spettatore di un déjà-vu di facce, di luoghi, argomenti di discussione, dinamiche relazionali e/o associative, comportamenti proforma. La canzone, nata dalla repressione e le frustrazioni dovute a questi schemi, non vuole avere i toni di denuncia distaccata, piuttosto ammettere le colpe di ognuno di noi e invocare la necessità reale di una sveglia collettiva.

4) In qualche modo, c’è un collegamento tra la supplica di “Psicomadre” e l’invettiva di “Golden Boy”?

Non proprio. Anzi potremmo dire che sono due facce opposte della stessa medaglia, in quanto in “Psicomadre” ci si guarda dentro, mentre in “Golden boy” si guarda all’esterno. Fa comunque parte della stessa pratica conoscitiva. Da un lato capire il nostro modo quasi spirituale di vivere l’interiorità, dall’altro fare l’autopsia al cadavere del grande uomo massa
di cui siamo cellule.

5) Qual è la cosa più “Golden Boy” che Boetti abbia fatto nella sua vita?

Fare “vasche” inconcludenti in centro storico, dove l’attrazione non è data
dall’organizzazione di un evento (una mostra, un concerto etc.), ma dalla semplice presenza delle altre persone. Uscire per guardare e per essere guardati. Uscire in compagnia di amici e ritrovarsi sparpagliati a salutare semplici conoscenti con frasi di circostanza, tornare a casa nella tristezza delle nostre auto senza nemmeno aver chiesto “come stai?” a quello/a con cui avevamo fissato.

6) Anche la musica sembra in qualche modo seguire la via dell’annacquamento e le febbri del sabato sera: in fondo, tanti testi che ascoltiamo ogni giorno idolatrano e adorano quelle medesime situazioni che voi in “Golden Boy” attaccate alla giugulare.
In qualche modo, vi sentite “controcorrente” con un pensiero dominante (sempre che esista, e che abbia una forma precisa)?


Ci sentiremmo controcorrente rispetto al pensiero dominante, se solo il pensiero dominante avesse dei contenuti, al posto di tutta questa forma, davvero troppa, troppa forma. Scherzi a parte, prima di essere contro qualcosa, ci piace essere coerenti con noi stessi. Per questo in ogni cosa che scriviamo, compresa questa intervista, proviamo il più possibile ad essere
onesti. Sappiamo di non fare una musica che vuole a tutti i costi strizzare l’occhio al pubblico, ma non vogliamo neanche assumere pose o atteggiamenti artefatti che ci ritraggano come i duri della situazione. In breve, cerchiamo di dimenticarci della parol “io”.

7) E la vostra (nostra) generazione? C’è una via d’uscita da questo impasse?

Vivere in un acquario dove tutto è familiare, dove tutto è certezza immobile, gabbia dorata fatta di comodità e beni materiali, è uno stallo da cui si può uscire a patto di disintegrare il vetro con un martello e lasciare che i pesci si disperdano, liberi e finalmente insignificanti nell’oceano.

8) Salutateci, e regalateci un segreto.

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