Scusate il ritardo: ottobre 2017

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

di Riccardo Cavrioli, Gilda Romeo, Stefano Bartolotta

LE FURIE – Il Futuro è nella testa (Gelsomina/Audioglobe, 2017)
Album numero due per questi ragazzi fiorentini che non smettono di tenere alta la qualità dei loro prodotti. Il futuro è nella testa, perché purtroppo gli Artisti Da Fast Food ce lo stanno oscurando assai e il calendario pare una corsa ad ostacoli, in mezzo a una realtà tutt’altro che felice. Però nella testa le cose belle le sappiamo ancora distinguere. In mezzo al rumore che ci circonda noi scegliamo ancora le belle canzoni, quelle che danno uno spaccato della realtà senza scadere nel patetico o nel troppo nostalgico, quelle che graffiano con le chitarre e il ritmo alto ma che sanno anche alzare il piede dall’accelleratore, senza mai dimenticare per strada la melodia e i ritornelli ottimamente studiati. Indie-rock fatto con cuore e testa: il futuro è luminoso ragazzi! (Riccardo Cavrioli)
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NON GIOVANNI – Stare Bene (Irma Records, 2017)
Il pugliese Giovanni Santese giunge al secondo album, e in queste dieci canzoni propone un electropop leggero, fresco e che ha tutta l’intenzione, come da titolo, di far stare bene l’ascoltatore. Nessuna pretesa di realizzare alcunché di innovativo, ma la voglia di mettere insieme melodie immediate, un suono basato su groove leggeri ma che sanno comunque infilarsi sotto la pelle dell’ascoltatore, e testi che cercano di descrivere con un linguaggio brioso ed efficace stati d’animo dati da situazioni di vita concrete. Le intenzioni vanno tutte a segno e il disco ha tutto per dare buonumore non grazie a banalità e furbizie assortite, ma proprio perché è sempre tutto perfettamente a fuoco dal primo all’ultimo secondo, con in più una buona varietà che aiuta a tenere sempre alta l’attenzione e intatta la voglia di battere il piedino. Un ascolto ideale per questa stagione, in cui l’estate è finita ma c’è ancora bel tempo come se fossimo a fine agosto (Stefano Bartolotta)
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INSTANT LAKE – Refractory (Wave Records, 2017)
Gli Instant Lake nascono all’inzio del 2015. Originariamente duo, la formazione diventa quartetto nello stesso anno, guadagnando l’attenzione della label brasiliana Wave Records, che pubblica il loro singolo d’esordio Caustero. Quest’anno invece esce il loro album di debutto – Refractory – per la medesima etichetta. Il loro sound affonda le radici nella new wave e nel post punk anni 80. Ennesima band che propone una formula già sperimentata? (già vi vedo lì, a pensare che tutto è stato detto e sentito, ormai da anni). Ebbene, se da un lato le soluzioni musicali e le architetture sonore non spiccano per innovatività, dall’altro i brani risultano sicuramente efficaci e diretti, riuscendo a catturare immediatamente l’ascoltatore, a cominciare dalla bellissima opener The wall of prophecy e dal brano di chiusura Marinai, cantato in italiano, estremamente suggestivo, che si differenzia dal resto dell’album (ricorda il più cupo Giovanni Lindo Ferretti). Quello che troverete in mezzo al disco? Avete elementi sufficienti per scoprirlo, no? Gli amanti del genere non se ne pentiranno (Gilda Romeo)
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ODIENS: Long Island Baby (Costello’s Records, 2017)
Gli Odiens nascono a Roma nel 2012 e arrivano oggi al secondo disco. Baustelle, Pulp, Carpacho, ma anche Patty Pravo (citata esplicitamente in Il Ragazzo Che Soffriva Ad Oltranza Questi sono i riferimenti delle nove canzoni, che riescono a non risultare come l’ennesimo clone dell’estetica di Bianconi & co, ma fanno ben risaltare, con soluzioni sempre intriganti, anche certe raffinatezze del pop d’autore britannico, atmosfere di una colonna sonora che unisce idealmente Sergio Leone e Tarantino e la forza della tradizione della canzone italiana. Troppo citazionismo? Forse, però che gran gusto, signori! Thelonius ricorda addirittura i milanesi Sebastian, e solo per avermeli fatti tornare in mente, io mi alzo ad applaudire questi ragazzi (Stefano Bartolotta)
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SQUID TO SQUEEZE – Dada Is Not Dead (New Model Label, 2017)
Jacopo Gobber se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, ma c’è, quindi deve essere nostro lo sforzo per entrare nel suo mondo, nella sua metodologia destrutturante, in apparenza, eppure così chiara e limpida. Perchè Jacopo è un fiume in piena mentre con il suo synth satura l’aria, mentre prende i suoni e li passa al setaccio, mettendoli in lavatrice e cambiandone completamente i colori, facendoci muovere alla moviola così come in una discoteca casalinga fatta di strobo anni ’80 assemblate con piacevolissimo guisto, abbagliandoci con la sua psichedelia che sembra trasformare i Beatles in un gruppo di pazzi freak (No Good Trying) e con il santino del maestro Barrett nel portafoglio. Situazioni visionarie e synthetiche, spartane a tratti, soniche in altre, che coinvolgono addirittura i J&MC che vedono la loro Just Like Honey spogliata delle chitarre per muoversi quasi su un binario da musichetta per bambini, azzardo vinto in modo beffardo da Jacopo, che proprio non ha paura di nulla. E fa bene (Riccardo Cavrioli)
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