Scusate il ritardo: dicembre 2017

Portare avanti una webzine amatoriale di musica indipendente non è assolutamente facile. Lo si deve fare nel tempo libero, nei ritagli di tempo dopo il lavoro o lo studio, e lo si fa unicamente per passione. È capitato dunque – e continuerà a capitare specie in realtà come le nostre – che durante il corso dell’anno si siano trascurati dischi particolarmente ben riusciti per pura mancanza di tempo. Con questo articolo cerchiamo dunque di rimediare ad alcune nostre mancanze, consapevoli del fatto che molto è ancora da fare.

di Riccardo Cavrioli, Raffaele Concollato e Stefano Bartolotta

ELETTRONOIR – Suzu (Goldmine Records)
E’ forte e coinvolgente l’uso dell’elettronica in questo disco degli Elettronoir, il quinto del loro percorso musicale. Vogliono raccontare “l’umanità ai tempi della disumanizzazione” ed ecco allora ritmi e pulsioni synthetiche, oscure, martelli che picchiano nella nostra testa mentre pulsioni new wave instillano melodie mai banali e tutt’altro che scontate, capaci di essere rabbiose brucianti tanto quanto passare poi a momenti magnificamente raccolti e quasi romantici, pur nel pallido e freddo sole di un’umanita alla deriva. Un concept album su questi temi poteva sfociare in banalità assortite, ma gli Elettronoir dimostrano di avere potenzialità e intelligenza tali per non perdersi, anzi, la loro analisi è toccante e coinvolgente. Bravi! (Riccardo Cavrioli)
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DAVYS – This Is Where I Leave You (Autoproduzione)
Con tutto rispetto per Jacopo Cislaghi, la sua precedente band Red Rosters non mi aveva mai detto più di tanto. Ora sotto il nome di Davys il nostro s’imbarca sulle coordinate di una piacevole navigazione all’insegna dell’indie pop-rock con forte senso della melodia e del ritornello ben costruito. Capacità innovativa prossima allo zero e attenzione dell’ascoltatore che a tratti cala per canzoni dal pilota automatico fin troppo accentuato. Bene come inizio, ma ci attendiamo di più in futuro. (Riccardo Cavrioli)
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FRANCESCO D’ACRI – Il principio di Archimede (autoprodotto)
Una legge da cui non si può sfuggire, questo fin dal titolo ci vuole dire Francesco D’Acri. Il principio di Archimede arriva a due anni da Over The Covers personalissimo tributo a un pugno di eroi del cantautore milanese. Questo nuovo lavoro di inediti invece è costellato da ottimi arrangiamenti, spesso di spessore e raffinati. D’Acri mette insieme tutti i pezzi della sua anima per unirli in una serie di brani che raccontano il suo modo di vedere e vivere il mondo. In ogni brano si possono intuire le varie influenze che l’autore ha nelle sue corde: si passa da uno Springsteen sussurrato a Nick Drake fino ai grandi cantautori italiani. Il trittico finale di Provaci Tu, Se bastasse e Ricorderai racchiude un po’ tutto quello che si è sentito prima: tre stili, tre riferimenti e tre argomenti differenti che nello spazio di dodici minuti ci ricordano che nella vita per quanto si cerchi di andare in basso ci sarà sempre qualcosa che ci spingerà verso l’alto e sta a noi riuscire a sfruttarla. Forse l’unica rimostranza da fare a questo disco è la mancanza di un vero stile personale, la troppa carne al fuoco rischia di far perdere il senso d’insieme brani ma peccare d’ecclettismo non è poi così grave (Raffaele Concollato)
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LESIGARETTE – La Musica Non Serve A Niente (N’Etichetta)
Secondo album per il duo romano, che si muove efficacemente tra un’impronta garage e quell’indie-pop nato dagli XTC e che aveva rivisto un periodo di rinascita nei primi anni 00 con band come Futureheads e Field Music. Suono pèrettamente elettrico, andamento che gode di uno strano ma funzionale equilibrio tra il nervoso e lo scanzonato, melodie di buona qualità, testi adatti all’impianto musicale e una buona varietà nonostante i confini stilistici volutamente ristretti. Funziona tutto, insomma, e l’unica cosa che convince poco è il nome, ma la musica c’è, eccome (Stefano Bartolotta)
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GIULIA’S MOTHER – Here (INRI)
Max Casacci ai posti di comando in fase di produzione. Non pensiate che qui ci sia da ballare o farsi quattro salti. Tutt’altro. Chitarre folk malinconiche e spazi ampi e dilatati, con piccoli momenti in cui i nostri prendono fiato e coraggio per accelerare, ma come per dare uno sfogo a questo climax emotivo e vocale che hanno saputo creare fino a quel momento. Un vero e proprio mondo pastorale, evocato con gusto e senso dell’armonia, quello dei due ragazzi torinesi che toccano non solo le corde delle chitarre con gentilezza, ma anche quelle dell’animo. Intensi, davvero intensi. (Riccardo Cavrioli)
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BARACK – Lose the Map, Find your Soul (Prismopaco Records)
Lorenzo Clerici, in arte Barack, sa il fatto suo. Si muove su un terreno frequentatissimo, oggi giorno, come quello dell’indie-folk e già vi potrebbero venire in mente i nomi dei soliti big, (come Sufjan Stevens, Bon Iver o Damien Rice) a tal punto che la tentazione forte sarebbe quella di bocciare l’ennesimo ragazzo con la chitarra acustica, ma sarebbe un vero errore. Il buon Lorenzo ha gusto melodico e non si fa certo problemi ad arricchire i suoi brani con gustosi particolari “disturbanti”, che fanno pendere la bilancia quasi (sottolineo quasi) più verso l’indie-rock (mai particolarmente rumoroso, certo) che il folk (che non manca, certo). E questo è un pregio, perché il disco assume una sua forma più vitale ed elaborata, facendo anche l’occhiolino a passaggi più onirici. Una confezione ben curata quindi che permette a Barack di evitare di perdersi nel pericoloso sentiero del “niente di nuovo sotto il sole”. (Riccardo Cavrioli)
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