Tropea @ Astoria, Torino, 25/01/2020

Le serate piene di gente, di quelle che entri all’Astoria e già non ti riesci a muovere, che ti giri e ci sono i Tropea stravaccati sulle poltrone in condizioni che non diresti che manca poco a che salgano sul palco per un concerto tra i migliori che probabilmente vedrò quest’anno. Perchè è sempre questa la forza dei Tropea, di essere quattro scappati di casa a cui non daresti una lira neanche per passare una serata (a meno che l’obiettivo non sia ubriacarsi davvero tanto), e poi eccoli lì, a conquistarsi il palco del Miami quest’estate, come se nulla fosse, a portarsi a casa live meravigliosi, anche se davanti a loro ci sono solo dieci persone (non è questo il caso, comunque, l’Astoria è a tratti soffocante).

Le piastrelle al muro che sembra di essere in un enorme bagno in cui è stata improvvisata una festa, le immancabili ragazzine che le sanno tutte, anche quelle uscite l’altro ieri, e le cantano tutte trascinandoci improvvisamente in una sorta di Primavera Sound invernale (che diciamocelo anche, dovrebbero farlo, dovrebbero farlo in Italia, e dovrebbero farlo con i Tropea). E’ una discoteca, durante una festa ad ispirazione anni Ottanta, è un muoversi ondeggiando su una spiaggia californiana, anche se siamo con i cappotti, si suda e si entra in un’altra dimensione, in questa sala sotterranea dell’Astoria, dove tutto è concesso e dove, soprattutto, non prendono i cellulari, e ci si innamora di tutti.

Le orecchie che ronzano, i volumi assordanti, quel sax birichino che ci fa muovere i fianchi. Funzionano, alla grande e, incredibilmente, soprattutto in italiano (segno che forse, non è così indispensabile combinare sonorità americane con la lingua inglese), uno dei concerti più coinvolgenti che ho visto nell’ultimo periodo, di chi a suonare si diverte davvero, al di là delle scene romane, milanesi e altro, it-pop, indie e underground: quattro musicisti capaci che che forse non sanno quel che fanno, ma che ci riescono dannatamente bene.

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