Le Luci Della Centrale Elettrica @ Magnolia, Milano

Sappiamo tutti ormai da anni che una delle peculiarità del progetto Le Luci Della Centrale Elettrica è quella di cercare nuove strade musicali sul palco, testandole sulle canzoni già incise su disco e modificandone spesso la natura. Trovo che questa sia una bellissima cosa che, quando riesce bene, è molto emozionante, come ad esempio l’anno scorso nelle date primaverili. Certo, quando riesce male non è mai piacevole, però non è il caso di farne un dramma: semplicemente c’è stato un errore nelle scelte di come manipolare i propri brani e basta, senza disegnare scenari catastrofisti in cui ormai il progetto è artisticamente finito e/o sta cercando di variare target di pubblico.

Questo tour della primavera 2015, almeno questa data milanese, ha effettivamente mostrato scelte totalmente sbagliare, almeno a parer mio, la critica inizia e finisce qui, senza che l’ammirazione per tutto ciò che hanno saputo fare Vasco Brondi e i suoi venga meno e senza perdere fiducia nelle prossime mosse. Sarebbe come dire che un attaccante ha sbagliato un gol e di colpo è diventato scarso, dopo che invece ha segnato a ripetizione per molto tempo.

Brondi ci presentava questo tour come disco punk, ma non c’è stato nulla né di disco, né di punk. Semplicemente, le sue canzoni sono state rivestite di un suono da stadium rock. Nessuna presenza di tastiere o sintetizzatori, sezione ritmica basata su una batteria che si produceva in continuazione in ampie rullate e in giri ritmici che davano un effetto avvolgente, anche per il suono molto grosso e spazioso con cui era stata settata l’amplificazione, chitarre che svariavano tra arpeggi perfettamente rotondi e levigati e vere e proprie cascate di elettricità, voce accompagnata spessissimo da backing vocals. I problemi di questa scelta sono stati essenzialmente due: da un lato, non era affatto un suono consono a un locale al chiuso che tiene un migliaio scarso di persone, poiché l’insieme di questi elementi finiva per ammassarsi, dato che non aveva il necessario spazio per disperdersi quanto bastava e creare un minimo di definizione; inoltre, risultava molto spesso penalizzata la voce, soffocata dalla suddetta massa sonora poco definita. Dall’altro lato, non era nemmeno un’impostazione adatta alle canzoni di Brondi, e qui c’è poco da spiegare, l’integrazione tra il songwriting e questo suono non c’era proprio, troppo agli antipodi questi due aspetti per poter creare un risultato unitario. Si sono salvate solo una cover di La Verità Che Ricordavo degli Afterhours, I Destini Generali e Le Ragazze Stanno Bene, proprio perché suonate con una maggior fedeltà rispetto al disco. Purtroppo, anche quasi tutti i brani suonati con un semplice accompagnamento di chitarra acustica sono risultati fuori fuoco: il caso eclatante è stato una 40 km accompagnata da un giro di chitarra che era praticamente quello di More Than Words degli Extreme. Riuscite a immaginarvi una cosa del genere? Spero per voi di no.

Accanto a Brondi, il ruolo di primattore ce l’aveva Federico Dragogna, il quale ha fatto un ottimo lavoro in sede di produzione del disco, quindi non metto in dubbio che sia un musicista capace e dall’ampio bagaglio tecnico. Peccato che, quando è il momento di mostrarlo sul palco, finisce sempre a fare cose assolutamente standard, senza originalità, senza un’interpretazione propria. Ritengo i Ministri una delle band più sopravvalutate in Italia proprio perché da dieci anni non fanno altro che un rock piatto e banale, tecnicamente anche eseguito bene ma senza nulla che li distingua dallo standard consolidato. In questo caso, il problema è stato esattamente lo stesso. Sarebbe bello che Dragogna facesse più il produttore e meno il chitarrista dal vivo, ma temo che questo mio sogno rimarrà un’utopia.

In conclusione, archiviamo semplicemente via queste date sotto la voce “scelte sbagliate” e aspettiamo che Brondi e il suo progetto tornino a deliziarci come hanno fatto ampiamente in questi anni.

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