Roccia Ruvida: Michele Coletta
Dirà una bella frase Michele Coletta nell’intervista acida che segue: “…forse la libertà sta anche nel modo in cui scegliamo di usare gli strumenti che abbiamo”. Ed io gli risponderei quasi subito: sicuro che veniamo messi in condizione di essere capaci di fare giuste scelte? Facile cadere in temi importanti quando hai di fronte chi ha la capacità di fare sintesi… il che significa, a mio modo di vedere, che costui è in possesso di una visione del tutto dalla quale trascendere e arrivare al succo. Suona bene e denso di nostalgia il pop di “Piano piano”, che sa inevitabilmente di quel funk / dance / glamour anni ’90 di locali notturni e di cocktail che chissà poi a cosa porteranno. E si veda anche il video che troviamo in rete e che rimettiamo a seguire. L’ho provocato come al mio solito ma dall’altra parte della penna digitale ho trovato un’anima buona, capace di vedere il tutto e dunque ha strumenti per giocare con i duri…
Beh, di sicuro il suono sembra provenire da un tempo e da un’Italia che non c’è più. Finalmente, per molti aspetti. E tu la vuoi riportare alla luce… ma perché?
Non so se vorrei riportare alla luce quell’Italia. Ogni epoca ha le sue conquiste e le sue ombre e non credo che guardare al passato significhi volerci tornare. Mi interessano alcune espressioni musicali di quel periodo, il modo in cui il funk e la dance riuscivano a essere sofisticati e popolari allo stesso tempo, il valore degli strumenti, del groove, di una certa libertà espressiva. Sono elementi che non appartengono soltanto a un’epoca. Possono continuare a vivere anche oggi, in un contesto completamente diverso. Se il suono del disco evoca un mondo che non c’è più, forse è perché quel mondo ha lasciato delle tracce dentro di noi. Non voglio ricostruirlo: voglio capire che cosa può ancora dirci.
O forse pensi che, prendendo a prestito le soluzioni di moda di un tempo, puoi far leva sulla nostalgia dei “vecchi” che non sanno stare al mondo oggi?
Non penso che la musica abbia un’età, né che chi ascolta certe sonorità sia necessariamente legato al passato. Un groove può parlare a chi quegli anni li ha vissuti e a chi è nato molto dopo, per ragioni completamente diverse. A me interessa proprio questo: prendere un linguaggio che ha una storia e vedere se riesce ancora a essere vivo, non soltanto riconoscibile. Se il brano funziona solo perché ricorda qualcosa, allora forse non basta. Vorrei che avesse una sua ragione di esistere anche per chi non possiede alcun ricordo di quel periodo. E tutto questo me lo conferma il fatto di avere tra i miei ascoltatori anche persone molto giovani.
Tutto questo colore sgargiante… parli tanto di verità e di lentezza e poi ti vesti come uno non si vestirebbe mai nella realtà di ogni giorno. Come a dire: predico la verità mascherandomi?
Osservazione interessante. Non credo che la verità coincida necessariamente con l’assenza di una maschera. Anche il modo in cui ci vestiamo è un linguaggio, una forma di espressione. Non è detto che ciò che indossiamo ogni giorno sia più autentico di quello che scegliamo per salire su un palco o per accompagnare un progetto artistico. A volte un colore acceso può esprimere una parte di noi che nella quotidianità lasciamo in secondo piano. Per me l’estetica deve dialogare con la musica e creare un immaginario. La contraddizione ci sarebbe se cercassi di vendere un personaggio spacciandolo per la mia intera identità. Ma interpretare una visione, anche attraverso un abito, non significa necessariamente nascondersi. Può essere un altro modo di rivelarsi.
E come sempre anche a te la domanda di rito. Parli tanto di lentezza, di preservare la verità dei rapporti, di tornare alle radici, ma tutti – tu compreso – finite poi su Spotify, cioè dentro un sistema che non soltanto regala il frutto del lavoro, ma lo rende liquido, quindi veloce. Michele Coletta parla della lentezza pagando di tasca propria per portare il suo lavoro dentro un contenitore che celebra la velocità. Non trovi che sia tutto assurdo?
Sì, una contraddizione c’è e non credo serva negarla. Oggi puoi desiderare un ascolto più consapevole e, nello stesso tempo, avere bisogno degli strumenti attraverso cui le persone ascoltano la musica. Le piattaforme digitali hanno reso la musica accessibile come mai prima, ma hanno anche contribuito a inserirla in un flusso continuo, nel quale spesso si passa da un brano all’altro senza concedergli il tempo di sedimentare. Il problema, però, non è soltanto Spotify: è il modo in cui abbiamo imparato a consumare le cose, spesso anche le relazioni e le esperienze. Non penso che la soluzione sia necessariamente sottrarsi a tutto il sistema, anche perché sarebbe una scelta che comporterebbe altre esclusioni. Preferisco abitare questa contraddizione con consapevolezza. Posso pubblicare un brano su una piattaforma veloce e, allo stesso tempo, invitare chi lo ascolta a fermarsi, a tornare su un passaggio, a sentire il suono senza fare altro. Non è una rivoluzione e non pretendo che un disco possa cambiare le regole dell’industria musicale. Ma forse la libertà sta anche nel modo in cui scegliamo di usare gli strumenti che abbiamo. La lentezza, per me, non significa essere fuori dal mondo: significa provare a non subirne sempre il ritmo. E comunque resta una delle soddisfazioni più grandi per un artista sentire il proprio pezzo passare nelle radio, dalle più piccole alle più grandi, o suonarlo dal vivo, nei piccoli locali come nelle grandi piazze.
E come sempre chiudiamo abbassando l’ascia di guerra. Grazie per esserti prestato a queste domande. Ma tornando seri: hai un grande background classico. Parti dal pianoforte e passi poi all’elettronica. Oggi, con un click, puoi bellamente evitare tutto. Stiamo perdendo qualcosa o ci stiamo soltanto evolvendo?
Credo che stiamo facendo entrambe le cose: perdiamo alcune competenze e ne sviluppiamo altre. La tecnologia non è il nemico della preparazione musicale, così come lo studio classico non è una garanzia automatica di qualità. Un click può sostituire un gesto tecnico, ma non necessariamente il pensiero che dovrebbe esserci dietro quel gesto. La mia formazione al pianoforte mi ha dato un modo di ascoltare, di costruire le armonie, di comprendere il rapporto tra le parti. Quando lavoro con l’elettronica, tutto questo non scompare: cambia lo strumento, cambia il processo, ma la sensibilità musicale rimane. Naturalmente oggi è possibile ottenere risultati sorprendenti senza seguire un percorso tradizionale, e trovo che questa sia una grande opportunità. Il rischio è confondere la facilità di realizzazione con la profondità del risultato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che una musica sia valida soltanto se richiede anni di studio. La domanda, alla fine, non è quanti click servano per fare un brano, ma che cosa hai da dire attraverso quei click. La tecnologia ci dà possibilità nuove: sta a noi decidere se usarle per semplificare il pensiero o per portarlo più lontano.



