Bad Profile – The Other Side

È uscito il 21 settembre The Other Side, il nuovo ep dei Bad Profile, band alternative rock di Milano. Sono cinque brani autoprodotti, registrati, mixati e masterizzati nel febbraio 2026 al BRX studio di Milano da Marco Barusso, e arrivano sette anni dopo l’esordio One More Time. In mezzo c’è una storia che spiega parecchio di come suonano queste canzoni.

Dopo il primo ep il gruppo si è fatto le ossa sul palco: l’Italia, poi Barcellona, San Diego e il Whisky a Go Go di Los Angeles, uno dei club storici del Sunset Strip. Poi la pandemia ha chiuso i locali e la band si è fermata, prendendosi un periodo che descrive come di riflessione e trasformazione creativa. The Other Side esce da quella pausa, e si sente che l’ha scritto gente che aveva voglia di tornare a suonare davanti a qualcuno: l’intenzione dichiarata è portarlo dal vivo il più possibile.

Il suono è quello delle radici che la band rivendica, alt-rock americano, post-grunge e un hard rock con molta emotività dentro. Le chitarre stanno davanti a tutto e la voce canta in inglese testi che non cercano metafore difficili. Screaming at the Sun parte da una confessione, quella di uno che si definisce “the biggest fake” e che nel ritornello prova a ritrovare un nome (“I know my game / I know my name”). Honestly le sta vicino: una vita ridotta a “great image”, e sotto una frattura che chiede di essere guardata in faccia.

Il terzo pezzo cambia aria. The Man from the Future si apre nel 3047, in un futuro dove la tecnologia non ha mantenuto le promesse e l’amore è rimasto quello di sempre, e arriva fino allo spegnersi del sole. È il momento più visionario dell’ep e anche quello che dà fiato alla scaletta, prima che It’s Only Rock and Roll riporti tutto a terra. Il titolo richiama per forza di cose i Rolling Stones, ma qui la frase diventa un mantra da ripetersi prima di uno scontro, con un “final blow” che aspetta il momento giusto.

Chiude Follow Me Down, il brano più scuro: una telefonata arrivata tardi, “I feel this is your last breath”, e poi soltanto “I pray for you”, ripetuto fino in fondo. Qui il titolo del disco trova una seconda lettura, l’altro lato come confine tra quello che si riesce a trattenere e quello che bisogna lasciare andare.

Se c’è una cosa che su disco pesa un po’, è l’uso della ripetizione. La frase portata avanti fino allo sfinimento torna in tre brani su cinque, e in un ep così breve la soluzione si riconosce presto. Dal vivo, dove queste canzoni vogliono arrivare, è probabile che diventi il loro punto di forza, perché sono frasi fatte per essere cantate in coro sotto il palco. Ed è lì che i Bad Profile vanno ascoltati.

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