Interview: Iacampo

Il ritorno di Iacampo meritava attenzione anche solo per l’importante vissuto musicale dell’artista veneto che attraversa tre diversi decenni. I tre singoli anticipatori, poi, hanno creato ancor più curiosità sul Preghiere Contemporanee,, che è uscito lo scorso 20 marzo e non ha tradito le attese. Per questo, non potevo farmi sfuggire l’opportunità di mandare allo stesso Iacampo un po’ di domande via mail, in modo da avere un punto di vista privilegiato sulla realizzazione dell’album e su cosa ha ispirato le canzoni.

Se non è una domanda troppo personale, ti vorrei chiedere se, quando dici di aver preso le distanze da “quel mondo”, ti riferisci solo al canto liturgico o alla religione in generale. Te lo chiedo perché si parla molto raramente di cosa si porta dietro chi ha un passato giovanile di attivismo religioso e poi se n’è allontanato (com’è successo anche a me), e invece penso che possa essere un argomento molto interessante.

Parlo di quando avevo circa 17 anni, e ho lasciato il mondo della parrocchia, dove avevo la fidanzata, gli amici, la compagnia e attorno al quale avevo tarato un po’ tutta la mia esistenza, in cerca di una famiglia che non fosse quella da cui ero nato. Ero si, un attivista in quel campo. Coltivavo già una dimensione spirituale, ma i limiti erano quelli di una religione che ad un certo punto mi stava stretta.
Complici alcune nuove esperienze di vita e un orizzonte che si stava aprendo su “sesso, droga e musica” ho mollato tutto, da un giorno all’altro. La chiamata, quella vera, era arrivata. “SEGUIMI” diceva, e io l’ho fatto. Però la stessa settimana in cui ho preso le distanze da “quel mondo” mi sono comprato una Bibbia e Gesù l’ho portato con me, e non ho mai rinnegato la gioia del cantare in compagnia, a più voci, sentirsi parte di una cosa più grande.
Questo l’ho continuato a cercarlo e a fermarmi dove lo sentivo. Ed è raro. Perché non si tratta di cantare assieme uno slogan o qualcosa di giovanilistico. Quelle sono altre chiese. Vista una, viste tutte.
E’ qualcosa che è difficile trovare nella nostra cultura, qualcosa che ha più a che fare con la tradizione (non i tradizionalismi in cui si cerca conforto guardando al passato), che si apre sui temi giocosi o drammatici, superficiali o profondi della vita.

Parlando del disco, lo descrivi come “essenziale” e “privo di interventi digitali superflui”. Trovo che questi ultimi due aggettivi siano la chiave per capire cosa aspettarsi, perché, appunto, gli interventi non sono né digitali, né superflui, però ci sono, e il suono è sì essenziale ma tutt’altro che scarno. Ti chiedo un approfondimento su questo equilibrio tra essenzialità e cura degli arrangiamenti e dei dettagli.

Si certo, il disco è nato da pochi elementi che sono soprattutto la chitarra e la voce. Il resto degli strumenti sono arrivati piano piano. Il contrabbasso di Alberto Zuanon e poi la percussioni di Leziero Rescigno, per poi arrivare agli archi di Franchellucci o ai cori di Chiara Castello sono arrivati cercando di enfatizzare dei movimenti che c’erano già dentro la mia chitarra. Abbiamo giocato con qualche sincopato in più ma nella chitarra c’era già tutto. Non ci sono aggiunte, ci sono elementi di enfasi musicale.

Parli anche di una scrittura lunga, per cui immagino che tra alcune di queste canzoni e altre ci sia uno scarto temporale significativo. Dentro di te la senti la distanza temporale con le canzoni nate prima? Oppure vivi questo lavoro come un’unica espressione artistica che fa parte del qui e ora?

Dici bene, è una unica espressione artistica e una unica esperienza artistica. Mondo Parallelo è stata credo la prima di tutte, poi con calma sono arrivare le altre. Man mano che l’idea di questo disco cresceva sentivo che volevo stare dentro questo vocabolario e che ne avevo bisogno e così sono nate tutte le canzoni. Sono state scritte a cavallo della pandemia di di Covid. Contengono molto di quello che il mondo ha affrontato e sta continuando ad affrontare in termini di consegna alla paura. La preghiera è un modo per riconsegnarsi al presente e a vivere la paura nel modo migliore. Anche la paura può essere un’ottima consigliera assieme alle altre voci. John Cale cantava “Fear is a best man’s friend”.

Per come sono strutturate le canzoni, immagino che lo scheletro dei brani, ovvero melodie e testi, fossero già pronti prima di iniziare il lavoro sugli arrangiamenti. È andata così? Se sì, ti sei poi trovato a dover cambiare parti di questi scheletri mentre il lavoro musicale andava avanti?

Tutto molto rispettoso rispetto a quello che erano le idee nate su chitarra e voce. Qualche coda si è allungata, si sa, qualche elemento più orchestrale ha preso il sopravvento chiedendo più spazio, ma in generale tutto è rimasto molto fedele all’incipit.

Uno dei motivi che mi ha reso molto piacevole l’ascolto del disco sta in come è stata pensata la tracklist. Soprattutto canzoni come “Quanto Assomigliamo A Dio”, “Anima Piena” e “In Tutti I Miei Guai” siano collocate nei punti giusti per valorizzare ancora di più le loro caratteristiche. Ci avete lavorato molto su questo aspetto?

La scaletta di Preghiere Contemporanee è stata fatta in modo molto naturale e sentito. Il disco è chiaramente un album, non un grappolo di canzoni, un insieme di singoli.
È più uno spiedino di cui ti mangi un pezzo alla volta. Grazie di averlo notato.

 Nel tuo percorso come Iacampo sei passato attraverso proposte piuttosto diverse per quanto riguarda il suono, e di solito quando succede così l’artista tende a adattare alle scelte musicali il proprio timbro vocale, mentre a me sembra che nel tuo caso non sia successo e, anche con impostazioni musicali differenti, il tuo timbro vocale si adatti bene ogni volta pur non cambiando quasi per niente. Cosa ne pensi di questo aspetto?

Forse perché la voce è il centro del mio percorso, tutto il resto gira attorno a quello che, in questo mondo di suoni, arrangiamenti e strumenti, è ancora il perno di questa struttura artistica. Questa ricerca, anzi più questo ascolto è cominciato dopo l’esperienza di GoodMorning Boy il mio progetto in inglese. In quel caso inseguivo uno stile, la mia voce arrivava per ultima. Poi da Valetudo, il primo disco di questa nuova vita, è cominciato a girare attorno alla voce, dalla canzone allo stile. Continuo a fare questo lavoro per la gioia di questo percorso che unisce “voce-lingua-canzone”.

A proposito dell’aspetto vocale, ovviamente qui un ruolo di primo piano ce l’hanno le seconde voci, per cui ti chiedo com’è stato il lavoro con coloro che le hanno cantate. Hai dato tu delle direttive stringenti a loro, o li hai lasciati liberi di esprimersi, o è stato un lavoro congiunto?

Si, le voci hanno avuto da subito un ruolo importante. Volevo dare un senso di coralità. Con Alberto Zuanon e Chiara Castello abbiamo lavorato su quello che erano essenzialmente due binari, il loro timbro e la necessità della canzone. Leziero Rescigno poi mi ha aiutato a scegliere la strada giusta per gli arrangiamenti vocali. Il timbro di Chiara in questi brani si è rivelato incredibilmente bello ed efficace assieme al mio e molte volte abbiamo scelto di tenere la sua voce molto alta nel mixaggio quasi fosse un “featuring”.

Faccio interviste da più di vent’anni, una delle mie preferite rimane quella con Leziero Rescigno alla Casa 139 quando suonava con gli Amor Fou ed era uscito solo il primo album e il singolo seguente. A parte un pensiero del tipo “ah, che bei tempi…” che potrebbe nascere spontaneo, ti chiedo com’è stato lavorare con lui, visto che è uno dei miei preferiti in assoluto in Italia in tutto quello che fa.

Grande Lez, ormai è il terzo disco che faccio assieme a lui: Flores, Fructus e adesso anche Preghiere Contemporanee. Ha una vasta esperienza in vari campi. L’organizzazione dello studio, le relazioni, gli arrangiamenti, il suo strumento la batteria ed è un grande ascoltatore di musica. Ha una capacità di concentrazione molto alta. È fondamentale.
Per esempio in questo disco ha preso una canzone come QUANTO ASSOMIGLIAMO A DIO e l’ha cambiata totalmente, chiedendomi di placarla, trasformandola da un pedalone insistente, ad un insieme di appoggi delicati. Aveva visto lungo, è diventata una delle mie preferite.

A proposito di esperienze giovanili da cui prendere le distanze, confesso che il titolo della canzone “Come Due Cuori” mi ha riportato alla mente la mia passione per Ligabue negli anni della mia adolescenza. Anche tu sei passato da questi ascolti mainstream prima di interessarti a musica di maggior spessore?

Ho fatto un percorso musicale tutto mio, cominciando dai pochi 45 giri di mia madre su cui spiccavano Gianni Morandi e San Francisco di Scott McKenzie per muovermi in adolescenza verso il pop intenazionale di Madonna, Michael Jackson e dintorni. Poi  di seguito il metal, il rock, il cross over, e la musica alternativa di ogni tipo. Poi alcuni ascolti più maturi mi hanno portato verso i maestri della canzone di ogni tempo e ogni luogo, che ogni tanto nella loro storia e per spessore della loro proposta hanno fatto parte anche del mainstream. Paolo Conte, Roberto Murolo, Bob Dylan, Dorival Caymmi non saprei se metterli nel mainstream o altro. Sono onnicomprensivi. Comunque, tornando alla tua domanda, credo di aver amato e integrato ogni cosa che ho ascoltato in questa vita. Sento spesso cose che emergono nella mia scrittura e nell’esecuzione che arrivano da tempi e ascolti di ogni tipo. Nella musica, sento che per me è difficile rinnegare qualcosa.

Sono previsti concerti a supporto di questo disco? Se sì, cosa dobbiamo aspettarci dai live?

Certo, farò un tour per diffondere queste preghiere contemporanee. Il live è un momento di rinascita delle canzoni. I miei musicisti lo sanno. I brani cambiano spesso forma e si adattano al momento.
È un modo di suonare che non si usa molto di questi tempi, anzi è quasi scomparso.
Oggi si tende a sapere già cosa eseguire. Mi piace, dal vivo, non sapere esattamente cosa sto facendo.
Questo incolla me, i musicisti e l’ascoltatore al momento. Niente di più divertente e salvifico.

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