The Soul Sailor & The Fuckers – Multicolour Brain!
GENERE: Psych’n Roll
PROTAGONISTI: The Soul Sailor (voce, chitarra, organo, mellotron); Franz Mara (chitarra elettrica); Magic Toad (batteria); Edward Roger (basso); Manu (voce femminile)
SEGNI PARTICOLARI: Il sesto album di Simonfrancesco Di Rupo (aka Soul Sailor) artista in attività dal 2006, inizialmente come solista poi accompagnato a partire dal 2011 dal gruppo strumentale The Fuckers, mette in evidenza ancora una volta la sua ossessione per gli anni Sessanta. Se nel precedente album “The Effects Of Getting Wilder And Wilder” del 2012 l’intento era stato quello di incidere un album capace di far emergere le tipicità del suono live della band e di rappresentare le sfumature 60’s e 70’s che ispirano il compositore, in questo ultimo lavoro le lancette sembra spostarsi verso una direzione decisamente più psichedelica.
INGREDIENTI: In questo disco Soul Sailor ci svela la sua anima, quel sogno/ossessione che scuote il rock. Affascinante nella sua insostenibile leggerezza della musica, l’album si colora a tinte lisergiche anche attraverso la particolare cover che riporta il dipinto del XIX secolo “Le rose di Eliogabalo” che racconta come l’omonimo l’imperatore uccise gli ospiti di una sua cena – i suoi detrattori – soffocandoli con una massa di petali di profumate rose fatta cadere dal soffitto. L’album offre punti di vista differenti spaziando fra pezzi dall’indole britpop, folk rock e psichedelici e si arricchisce della sempre più preziosa seconda voce femminile di Manu.
DENSITA’ DI QUALITA’: Si parte con ‘Sad But True’ pezzo carico di citazioni ’60 nel testo, ma originale nel conciliare elementi psichedelici con il rock. Quel ‘triste ma vero’ molto ricorrente nella musica rock è una delle chiavi per capire quanto Soul Sailor sia artigiano di studio riconducibile agli stilemi della Swinging London seppur la sua casa base sia alla Urban Rec.
Il secondo pezzo ‘Ha-Ha, Well Well’ era già noto a quanti partecipano ai concerti della band perché eseguito durante i live ben prima dell’uscita dell’album. Testo molto semplice farcito di ripetizioni e allitterazioni lessicali che sembrano voler scandire il tempo del pezzo. Si arriva alla prima ballad del disco ‘She came to me singing la la la’ che mette in evidenza la composizione di alto livello dei testi “In the air there’s a wind of change / your face is looking strange oh no, oh no! / She came to me singing “la la la don’t worry!” / I’m in a hurry… ”. La canzone introduce alle atmosfere di ‘Sunny (Eyes Of Pearls)’ in cui sono riconoscibili echi dei Beatles di Revolver e di “Try A Little Sunshine” dei Factory oltre che atmosfere orientali alla Kula Shaker.
L’apporto di Manu – nei live anche come solista – appare con forza in ‘Move Over’ dove va a formare con Soul Sailor un duetto in cui la parte vocale prevale sugli strumenti particolarmente intenso e intimo. ‘Living In A Ballroom Scene’ è il pezzo che emerge con maggiore energia da questo disco non solo per il ritmo sostenuto sin dalle prime battute, ma anche per la connotazione betlesiana e psichedelica che condivide con ‘Weak Week’ (altra allitterazione). Sul finale un altro pezzo lento ‘Don’t Give It Up’ e la strumentale ‘Heliogabalus Revenge’ conducono alla chiusura con ‘Democracy Is Just An Old Illusion’ una sorta di racconto medioevale in cui si recita “I’m a king but now I look like a dead vulture / Lost in the dark side of my culture”.
VELOCITA’: pezzi veloci e incisi si alternano a ballate lasciando un gradevole sapore british
IL TESTO: ‘Sunny, Sunny! Take me where the light explodes. Swimming through pages I found out how deep is the world / I’d like to see everything with my eyes of pearls / Eyes of pearls…’ da ‘Sunny (Eyes Of Pearls)’
LA DICHIARAZIONE: “Nel pezzo che chiude l’album la voce che si sente in sottofondo è Johnny Rotten in una intervista del 1977. Da anni la ritengo esemplificativa del mio atteggiamento musicale (pur non essendo un punk), e al tempo dell’incisione della epica “Democracy Is Just An Old Illusion” trovai perfetto il legame fra le sue parole e il concetto della canzone. In effetti giunge a chiosa del testo, in cui un re, deluso, se ne fugge in introspezione. La frase “I’m not trying to impress anybody but myself” è come un decreto morale che il personaggio di fantasia pone all’apice di tutto” in esclusiva per ‘indie-roccia.it’
UN ASSAGGIO: ‘Living In A Ballroom Scene’

