R.M. & The Imaginative Orchestra – Mosaix
Ci sono dischi che sembrano nati per essere ascoltati, e altri che danno l’impressione di essere stati abitati per anni prima di trovare una forma.
Mosaix, esordio solista di R.M. aka Raffaele Marchetti, appartiene decisamente alla seconda categoria: più che una raccolta di brani, è un archivio emotivo riemerso dopo una lunga sedimentazione.
Si percepisce subito la maestria di chi l’ha scritto. Ogni traccia sembra costruita come un ambiente fisico, con materiali, attriti e con un’attenzione particolare per le profondità tutte da esplorare. Non è un caso che l’ascolto dia spesso la sensazione di muoversi dentro stanze diverse.
“Inna Kingstone’s Dance Floor” parte come un miraggio dub sghembo, qualcosa che potrebbe collassare da un momento all’altro tra delay e interferenze, salvo poi aprirsi a derive psichedeliche che evocano i fantasmi di Telefon Tel Aviv e una certa teatralità elettrica alla Pink Floyd. Ma non c’è citazionismo: è più una memoria sonora distorta, come un ricordo che cambia ogni volta che lo racconti.
“Good Morning Skid Row!” è probabilmente il cuore più umano del disco. Un beat storto, quasi hip hop, che richiama l’immaginario urbano legato a Dr. Dre, mentre pianoforti esausti e riverberi slabbrati portano in territori emotivi che non sarebbero fuori posto in un lato B dei Radiohead. È musica che sembra svegliarsi con fatica, trascinandosi dietro il peso del mondo.
Il momento più fragile arriva con “ありがとう”, dedicato alla memoria di Ryuichi Sakamoto e attraversato da un minimalismo digitale che richiama le astrazioni di Alva Noto. Qui Marchetti lascia spazio al silenzio, agli interstizi, a quella soglia sottile dove il suono diventa quasi concetto.
“Wandering in Gaza” rompe invece ogni contemplazione: droni, fiati e percussioni si accumulano fino a una deflagrazione controllata che per intensità emotiva guarda alla furia rituale degli Swans e alla visione sonora di Michael Gira. È il brano più duro da digerire, ma anche quello che chiarisce la natura politica del disco: non narrativa, bensì percettiva.
Il finale, “Far East, Where the Ancient Mountains Are”, è quasi un’ascesa. Batteria e piano dialogano in modo jazzistico mentre chitarre dilatate costruiscono orizzonti post-rock che ricordano Mono e Explosions in the Sky, senza però cercare la catarsi. Piuttosto, una sospensione.
Mosaix è un disco che rifiuta la sintesi e abbraccia la stratificazione. Si sente che nasce da anni di studio, registrazioni, collaborazioni, errori, ripensamenti. Non vuole inserirsi a tutti i costi in una scena precisa: sembra piuttosto intento a voler costruire un linguaggio personale dove produzione, composizione e sound design coincidono.
Non è un lavoro immediato, né particolarmente accomodante. Ma è proprio questo il suo valore: somiglia a quei film senza trama lineare che continuano a lavorarti dentro anche dopo i titoli di coda. Qui le immagini non ci sono — eppure si vedono lo stesso.

