Foxhound-In Primavera
PROTAGONISTI: Riccardo Salvini (voce, chitarra) – Lorenzo Masoero (voce, basso) – Filippo Vindrola (batteria) – Luca Morino (chitarra).
SEGNI PARTICOLARI: lo splendido delirio sonoro di Dejeja, (testo cantato interamente in lingua araba e descritto dagli stessi autori come un ponte tra l’occidente e l’oriente), rappresenta il salto definitivo tra l’esordio “Concordia” e il sophomore “In primavera”. Nella nostra recensione sul primo album targato Foxhound avevamo evidenziato l’ottima resa globale dei pezzi, molto catchy e coinvolgenti, ma segnalavamo un deficit di personalitˆ.
Bene. Dopo 2 anni la crescita è stata talmente impressionante che il quartetto torinese ha bruciato le tappe rischiando di affrettare troppo i passi. Ascolto dopo ascolto l’allarme rientra, i testi acquisiscono potere, il ritmo coinvolge e ci troviamo di fronte ad una giovane band che in Inghilterra sarebbe costantemente inseguita da riviste e webzine del settore. I Foxhound dimostrano di possedere gusti e conoscenze musicali invidiabili sulla base dei quali aggiungono una profonda ricerca di suono unita alla tracotante voglia di lasciare una propria impronta personale.
INGREDIENTI: isolarsi da tutto. Oggi, nel 2014, ci sono pochi fortunati che riescono a collocarsi in un preciso spazio tempo e si fermano a pensare, senza contaminazioni esterne. Tracciare una linea e decidere per un periodo limitato di esiliarsi per recuperare le proprie emozioni è l’obiettivo dei nostri. Il mondo di oggi è brutale e la tecnologia allo stesso tempo ci aiuta e ci logora. I Foxhound hanno trovato il luogo adatto per separarsi dalla frenesia del mondo d’oggi e, uniti dalla stessa forte vena artistica, hanno raggiunto la loro Primavera, intesa come resurrezione e rinascita.
Ho avuto la fortuna di incontrarli a Torino nel periodo a cavallo fra il primo e il secondo disco. Nell’interpretazione acustica di alcuni pezzi di Concordia già si poteva facilmente percepire un coacervo d’influenze e culture del passato. Ma la loro ricerca non si è fermata qui. Senza porsi particolari barriere mentali hanno esplorato culture non convenzionali e, lasciando libera la mente, sono riusciti a imprimere il loro tocco personale in ogni traccia.
DENSITA’ DI QUALITA’: “All alone in my own” sintetizza brillantemente il mood del disco, quasi un concept album sull’isolamento, visto non tanto come accezione negativa quanto come una conquista personale supportata al meglio dalle crescenti chitarre distorte e travolgenti.
Ogni pezzo è costruito in chiave pop, molto catchy, immediato e danzereccio, con una base ritmica sempre in primo piano a reclamare un ruolo da protagonista.
Il pezzo chiave che riassume la fusione sonora sulla quale maggiormente hanno lavorato è indubbiamente “I just don’t mind“, con il tipico incedere dub che avrebbe strappato un sorriso al compianto Joe Strummer. Rappresenta una ribellione contro chi ci impone inutili seghe mentali su cose in definitiva di poca importanza. I fiati contenuti in “Out” e “Gasulì” ben arricchiscono il suono e trasportano l’ascoltatore in questo mondo alternativo ma temporaneo, ben sapendo che prima o poi tutti dovremmo tornare al “world as we know it” una volta trovate le risposte che stavamo cercando (“I am just searching my way out“, un’espressione davvero potente, quasi il biglietto per uscire gratis di prigione del Monopoli). “I don’t want to run today” enfatizza ancora una volta l’insofferenza verso il ritmo frenetico che subiamo ogni giorno dal mondo esterno. Il basso vibrante alla Depeche Mode di “Just can’t get enough” la fa da padrone in una divertente e godibile “Summer yeast“, seguita a ruota da “Stars“, un po’ meno convincente ma in grado di stupire grazie al delirio sonoro finale, probabile “jam session” durante i prossimi live.
Secondo chi scrive, il pezzo piì onesto, visionario e sincero è “That’s the sky” che porta con sà© un’innocente voglia di libertà primordiale.
Un disco fresco, frizzante e tutto da ballare, ma che racchiude al suo interno un forte disagio nei confronti della vita moderna che impone una fuga dalla realtà quotidiana. “The kids aren’t alright”, ma faranno strada.
VELOCITA’: Vivace ma non troppo, 100% groovy.
IL TESTO: “I’d rather be alone, I should be blind if I didn’t hold you tight. All that I need is a place to fly, that’s the sky” da ‘That’s the sky‘.
LA DICHIARAZIONE: “il disco ha avuto origine in quella che è, di fatto, una comune vicino a Brescia in un luogo isolato da tutto e da tutti. Durante il tour ci è capitato di dormire in questo posto del quale ci siamo innamorati a tal punto da ritornarci durante l’estate successiva. Siamo riusciti a restare 10 giorni in totale isolamento, no internet, no tv, no telefono. La definiamo una giungla occidentale, una sorta di italian jungle. Ci siamo portati i nostri strumenti e abbiamo suonato giorno e notte. Per noi “I just don’t mind” può essere presa come manifesto dal punto di vista musicale perchà© unisce l’anima “nera” e l’anima “bianca” della musica mondiale: da un lato il dub di “Scratch Perry”, la Black music dei grandi del passato, i Clash di Sandinista e dall’altro nuovi gruppi contemporanei come i Tame Impala o i Django Django. Un po’ come David Byrne dei Talking Heads, abbiamo cercato di creare un nostro personale meltin pot musicale e culturale. Per esempio, Dejeja è stato un ponte importante tra il primo e il secondo disco in quanto ci ha permesso di esplorare nuovi territori e contaminazioni, come il canto del muezzin, una voce unica ed inimitabile.” da una veloce intervista dopo il recente concerto milanese al Gattò.
UN ASSAGGIO ‘Erase Me’
IL SITO: foxhoundband.com

