Colapesce – Egomostro

PROTAGONISTI: Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, al secondo episodio della sua carriera solista. Al suo fianco un nutrito gruppo di professionisti, capitanati da Mario Conte, (arrangiatore anche per Meg e attivo nel settore dell’elettronica sperimentale), il quale si prende la responsabilità e il merito di una significativa evoluzione dei suoni. Con loro troviamo Giuseppe Sindona (bassista anche di Mario Venuti), Alfredo Maddaluno (Fitness Forever, Atari e Meg), Fabio Rondanini (Afterhours, Niccolò Fabi, Calibro 35), Vincenzo Vasi (Vinicio Capossela), Alfio Antico, Gaetano Santoro (Aretuska), Benz (Meg, Vinicio Capossela). L’album è stato registrato da Giacomo Fiorenza e Mario Conte, mixato dallo stesso Fiorenza con Urciullo e Conte e masterizzato da Andrea Suriani.

SEGNI PARTICOLARI: Egomostro arriva tre anni dopo Un meraviglioso declino, album che ha permesso a Colapesce di farsi conoscere ai più, e di calcare un numero imprecisato di palchi in giro per l’Italia. La distanza temporale tra i due lavori ne amplifica le differenze e permette di vedere come questo album sia più “a fuoco” musicalmente: tanto i fiati quanto le tastiere danno una nuova profondità ai testi, che – seppur seguendo lo stesso stile compositivo del primo lavoro – appaiono più incisivi. La lunga collaborazione con una come Meg ha lasciato il segno, con un approccio più elettronico e sintetico alla composizione dei brani; ad echeggiare, per stessa ammissione del cantante, ci sono un certo Battisti (quello a cavallo tra Mogol e Panella) e molta musica di fine anni Settanta, italiana e non.
Segno particolarissimo è la copertina, in cui una novella statuina da presepe – un reale calco di Colapesce realizzato con una stampante 3D – ci dice indiscutibilmente che fattezze ha l’Egomostro che dà il titolo all’album.

INGREDIENTIEgomostro è un album che mantiene le promesse e le aspettative topiche di un secondo lavoro ma che, allo stesso tempo, si distacca in maniera significativa da quanto fatto finora. Potevamo aspettarci, avendo visto Lorenzo in tour in questi anni, un cambiamento forte per quello che concerne i suoni, eppure ascoltiamo un disco che è chiara espressione del suo stile. Ecco, a voler definire un ingrediente chiave di questo album c’è questo suo modo personalissimo e un po’ strafottente di dar vita ai brani (certe volte sembra che non ci tenga neppure, col suo cantare sussurrato, a farsi capire), tipico di chi non concede nulla a certe mode e va dritto per la sua strada.

Egomostro è un esame di coscienza in musica, una seduta psicanalitica in cui Colapesce fa a pezzi il suo ego – cresciuto forse troppo – e prova a costruirsi un’identità adulta, credibile in primis per se stesso, nonostante le ansie e i destabilizzanti eccessi di “mi piace” che arrivano dal web. Ad aprire l’album c’è l’intro di Entra pure, che mette già le carte in tavola e introduce concetti chiave per comprendere il resto: si parla di io, di crolli e di paure, di vittime e di uccisori. Dopo il diluvio ci sorprende grazie alle sue sonorità ritmate e alle tastiere poste in primo piano, mentre sono i fiati a tenere il ritmo pop e un po’ rétro di Reale, bel pezzo che resta subito in testa, con quel suo “stavolta non consulto più nessuno, amare basta e lo faccio a testa alta” che ti riconcilia col mondo.

Sottocoperta è forse il brano più sensuale del disco, anche grazie alla bella chitarra che sottende tutto il pezzo, mentre per la title track Colapesce tira fuori il cinismo e compone un brano reggaeggiante dal testo disincantato; Le vacanze intelligenti ruba il titolo all’episodio di un film collettivo della fine degli anni 70, e sostituisce Alberto Sordi con lo stesso Lorenzo, che di fronte all’arte (e all’amore) più concettuale risponde “non sono un critico però so valutare quando sto bene, quando sto male, reagisce bene il mio sistema emozionale”. Si resta colpiti dalla capacità compositiva di un Colapesce in stato di grazia, che realizza ritornelli accattivanti e spesso commoventi (come in L’altra guancia o nella deliziosa Copperfield). Brezsny è un funky old fashion e interessante, mentre Sold out e Mai vista sono gli episodi che più ricordano Battisti; Maledetti italiani è il singolo scelto come apripista dell’album, in cui il testo fa il paio con un video davvero riuscito nel volerci raccontare le nostre miserie di italiani da maledire. Ritmica minimal ma interessante quella di Passami il pane, mentre chiude il cerchio e ci accompagna fuori dalla porta Vai pure e il suo memorabile “meravigliosa sarai, amore e fine hanno in comune l’età, con un leggero malessere riconquistiamo la bellezza”.

DENSITÀ DI QUALITÀ: un disco compatto e senza sbavature, in cui poco è lasciato al caso e il malessere individuale di chi ha fatto i conti con i suoi personalissimi mostri interiori diventa un pretesto per raccontare i mostri di una generazione.

VELOCITÀ: generale omogeneità ritmica, in cui gli episodi di lentezza vengono bilanciati da momenti più sincopati e ritmi più frenetici.

IL TESTO: “Dentro la bocca dell’io, estraggo il dente crolla la mia integrità / hai un fucile già carico, carico a paure che vuoi spararmi contro.” da Entra pure

LA DICHIARAZIONE: “No, nessuna invettiva. Nessuna velleità politica. Non è di destra né di sinistra. È voglia di azzerare tutto per ripartire daccapo. Forse è sì un’invettiva, ma solo contro me stesso” – da un’intervista a Repubblica.it.

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