3 – Erbomb

Con “3”, ERBOMB — alias Francesco Simula — smette definitivamente di essere un progetto “di possibilità” e diventa un linguaggio compiuto. Non nel senso di una forma chiusa o definitiva, ma nel modo in cui ogni scelta sonora sembra rispondere a una logica interna ormai chiarissima: niente è più lasciato alla semplice esplorazione, tutto è controllo, tensione, intenzione.

Il disco si muove in uno spazio dove la distinzione tra strumenti e materia sonora si assottiglia fino quasi a scomparire. Le chitarre — da sempre elemento centrale nel progetto — qui non sono più riconoscibili come tali: vengono trattate, piegate, rese superfici. Non è solo una questione di effetti o post-produzione, ma di approccio: il suono non viene “suonato”, viene costruito. E in questo senso “3” segna uno scarto netto rispetto ai lavori precedenti, dove la componente più istintiva e stratificata lasciava ancora intravedere le origini del gesto.

Uno degli elementi più forti dell’EP è la dimensione ritmica. I brani si sviluppano spesso attorno a pattern insistiti, circolari, che non cercano mai davvero una risoluzione. Non c’è climax nel senso tradizionale, non c’è rilascio: c’è piuttosto un accumulo controllato di tensione, una progressione che sembra promettere uno sbocco senza concederlo mai del tutto. È una scelta che può spiazzare, ma che dà coerenza all’intero lavoro, trasformando l’ascolto in un’esperienza quasi fisica, più che narrativa.

Rispetto a dischi come Stalemate, dove la densità era spesso sinonimo di apertura e proliferazione di idee, qui si percepisce un lavoro più chirurgico. “3” è un disco che taglia, che elimina, che rifinisce. Anche nei momenti più pieni, c’è sempre la sensazione che ogni elemento sia stato lasciato lì solo dopo una selezione severa. Questa economia del suono non impoverisce, anzi: rende ogni variazione — anche minima — significativa.

C’è poi una questione di identità e di distanza. Sapere che ERBOMB è un alter ego di Simula aggiunge un livello di lettura interessante: “3” sembra il punto in cui questa distanza tra autore e progetto si riduce, ma non scompare mai del tutto. Anzi, è proprio in questa zona intermedia che il disco trova la sua forma. Simula appare come un autore che abita un mondo molto chiuso, difficilmente mediato verso l’esterno: comunica poco, non accompagna l’ascolto con spiegazioni, non offre chiavi di accesso immediate, né sui social né nelle interviste. Questa scelta — o inclinazione — finisce per riflettersi direttamente nella musica.

E allora “3” diventa anche questo: un lavoro che resiste alla traduzione, che non si lascia afferrare fino in fondo. Non perché sia indecifrabile in senso assoluto, ma perché rifiuta di esserlo completamente. È un disco che si può attraversare, ma non esaurire; comprendere a tratti, ma non possedere davvero. In questo senso, la sensazione di non entrarci del tutto non è un limite dell’ascolto, ma parte integrante dell’esperienza che propone.

“3” non è un disco immediato né accomodante. Richiede attenzione, e accetta il rischio della monotonia per trasformarlo in linguaggio. Ma è proprio in questa ostinazione, in questo rifiuto della risoluzione facile e della comunicazione esplicita, che trova la sua forza: un lavoro compatto, rigoroso, che non cerca di piacere ma di affermare una direzione precisa — anche a costo di restare, almeno in parte, inafferrabile.


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Copertina di Domenico Montixi

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