Interview – ERBOMB

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio – e per questo affascinante – nel modo in cui ERBOMB costruisce la propria musica. Da una parte il controllo quasi maniacale del suono, fatto di micro-variazioni, cesellature e stratificazioni invisibili; dall’altra una tensione continua verso la perdita di forma, verso un linguaggio che si mette costantemente in discussione. In “3” queste due spinte convivono più che mai: il risultato è un disco che lavora sull’ipnosi, sulla ripetizione e su una dimensione ritmica che si fa sempre più fisica, senza mai rinunciare a una ricerca timbrica estremamente raffinata.

Dietro ERBOMB – alter ego di Francesco Simula – c’è un percorso che attraversa l’elettronica più “colta”, ma anche territori meno prevedibili: dalla patchanka alle suggestioni latine, fino allo studio del tres cubano. Un background eterogeneo che emerge in filigrana anche quando le chitarre perdono completamente la loro identità, trasformandosi in materia sonora pura.

In questa intervista abbiamo provato a entrare nel cuore del processo creativo di “3”: dal rapporto tra scrittura ed editing, alla dimensione live, fino al significato stesso di un progetto che sembra rifiutare qualsiasi forma definitiva. Il risultato è un racconto lucido e stratificato, che riflette perfettamente la natura del suo autore.

In “3” sembra che tu abbia portato ancora più all’estremo l’idea di controllo del suono, con brani che lavorano su micro-variazioni e tensioni sottili: quanto tempo dedichi alla fase di editing rispetto alla scrittura iniziale, e quanto cambia un pezzo tra la prima intuizione e la versione finale?

A volte dedico molto tempo; mi piace soffermarmi sul cesellamento e sulla lavorazione di particelle sonore a volte minuscole. È una pratica spesso utilizzata nel genere elettronico un po’ “colto”: penso ad artisti come Aphex Twin, Amon Tobin o Squarepusher, che sono dei maestri in questo e da cui cerco di imparare qualcosa. Questo tema delle mini variazioni sonore è molto interessante; mi soffermo un attimo per citare un brano, “Cowdome”, che feci nel marzo 2020 in piena pandemia. Ricordo che passai diversi giorni lavorando in modo ostinato e continuo a editare ogni tipo di suono; mi piace paragonare questo tipo di lavoro a chi si occupa di microtecnologie o a un orologiaio che deve operare su parti meccaniche molto piccole.

Il risultato mi piacque molto, così feci una video animazione ingaggiando il mio amico Massimo Dasara, che stava a Milano; il video è molto carino, all’interno ci sono dei frame delle breaking news (che realmente erano quelle che uscivano a rotazione nei telegiornali quando scoppiò il Covid) che però collegammo a una storia buffa inventata lì per lì. Qualche anno dopo il singolo finì nell’album “Stalemate”.

Per rispondere alla domanda su come lavoro all’editing: dipende. Cambia in base al tipo di brano, a come si sviluppa e anche a come è concepito.

Rispetto ai lavori precedenti, qui la dimensione ritmica è molto più insistita e quasi ipnotica: è un modo per guidare l’ascolto dentro strutture più chiuse oppure nasce da un’esigenza più fisica, legata anche a come immagini il live?

Entrambi; per quanto riguarda il live i brani sono concepiti con strutture molto semplici e cicliche. In questo copio pari pari il modo di scrivere song dei grandi compositori di Broadway come George Gershwin o altri che scrissero brani celebri del repertorio americano. Pensare le composizioni in questi termini è per me molto utile perché mi rende più semplice l’inserimento dei soli e perché posso utilizzare il “giro di accordi” del brano come base per poter anche jammare con un ipotetico musicista esterno.

Quali sono le tue influenze musicali? C’è qualcosa che non immagineremmo mai, ascoltandoti?

Le mie influenze musicali sono varie, cerco sempre di aumentare la mia cultura; mi ritengo una persona molto curiosa e aggiorno costantemente album e artisti. Manca nel mio background la musica classica “di default” che, a parte Bach, ancora non ha avuto grande presa su di me; penso sia un fatto di mentalità, e comunque mai dire mai. Poi non so se può creare stupore, però da poco tempo sto studiando il tres cubano (strumento tradizionale simile a una chitarra) e sto suonando con un quartetto dove proponiamo musica “son tradizionale”. È un genere molto bello che dà tanto spazio all’interpretazione e all’improvvisazione.

Comunque la musica latina è presente da un po’ nel mio background: suonavo in un progetto di musica patchanka che si chiamava “BarrioSud”, con loro abbiamo fatto tanto e abbiamo anche avuto la fortuna di suonare nel 2008 con il nostro mentore, ovvero Sergent Garcia – un bel traguardo di cui vado fiero.

Le chitarre in “3” spesso diventano materia astratta, difficilmente riconoscibile come tale: lavori più sulla trasformazione del suono in fase di registrazione o è in post-produzione che avviene davvero la “perdita di identità” dello strumento?

Anche lì dipende: tutto deve essere per ed in funzione della musica, e non di meno del mio personale edonismo. Per la serie: se non provo piacere in quello che faccio, c’è qualcosa che non sta funzionando.

Essendo ERBOMB un tuo alter ego, con “3” hai avuto la sensazione di avvicinarti di più a una tua forma personale definitiva oppure continui a usarlo come spazio per mettere in crisi il tuo stesso linguaggio?

Decisamente la seconda: è un progetto in continuo modellamento, non so se troverà mai un indirizzo definitivo.

Quale domanda avrei assolutamente dovuto farti, e invece non ti ho fatto? Quale invece la risposta?

Mi hai fatto domande molto interessanti; anche se non ci conosciamo percepisco che conosci bene la materia. Comunque una domanda che mi sarei fatto è: “È per te la musica più una passione o un lavoro?”. Per rispondere quoto Francesco Guccini, che dice: “la musica è diventata un lavoro attraverso un percorso graduale, trasformandosi da una passione giovanile e un passatempo a una professione solida, consolidatasi pienamente solo nei primi anni ’70”.

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