Rosendorf: canzoni nuove per Enrico Nanni

Lui che di carriera non è fresco ne alle prime armi. Lui che solo ora approda ad un lavoro dentro il quale c’è un’impronta “anomala” dell’arte di Beatrice Antolini alla direzione artistica. Anomala perché, letto il nome, mi sarei atteso una trasgressione maggiore, poca cura a far quadrare i conti e le battute. Oggi Enrico Nanni si firma Rosendorf e pubblica un disco provocatorio sin dal titolo “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone”, lavoro che avrebbe consegnato nelle mani di Benvegnù se la storia non fosse stata quella che conosciamo. C’è del ferro, della ruggine, viscosità poetiche dentro questo pop nuovo di zecca. Nessuno streaming se non dentro il suo canale Bandcamp. Avanti popolo, torniamo a difenderla la musica…

Non ci vuol molto a scrivere una canzone… forse è una provocazione di come quando si dice che non ci vuol molto a vivere la vita?
È una provocazione a doppio senso. Pare che, ultimamente, chiunque possa scrivere una canzone. Siamo, o almeno io lo sono, bombardati da pubblicità di intelligenze artificiali in grado di realizzare quasi in autonomia una canzone, basta inserire un prompt semplice semplice in un campo di testo e in dieci secondi c’è un brano bello che finito. E così ogni cosa assomiglia o è uguale ad un’altra. E si sente.
Da “spettatore” ho osservato l’evoluzione di fenomeni simili: ci siamo creduti attori solo perché siamo stati davanti ad una telecamera, grafici perché in possesso di un computer, fotografi o registi perché avevamo un telefono cellulare in mano ed ora musicisti. Ma sappiamo, ovviamente, che non è facile. Le cose facili sono quasi sempre effimere e durano solo fino a che qualcos’altro non le sostituisce.
E questa è una chiave di lettura, poi c’è l’altra. C’è un passaggio di una biografia di Robert Fripp, a cui sono parecchio affezionato, in cui Paolo Bertrando, l’autore, riporta la “leggenda” di Fripp che legge su un giornale che un gruppo cerca un tastierista che sappia cantare ed essendo lui un chitarrista che non sa cantare trova più che logico rispondere all’annuncio. Quindi, da non musicista – per come mi sento – e pessimo strumentista, ho trovato logico che fosse venuto il momento di scrivere la “mia” canzone.
Ma la scelta che ho fatto – non c’era, in realtà, altra scelta – è stata affidarmi alla mia sensibilità e al mio orecchio per comporre i brani del disco, a mettermi sugli strumenti che avevo a disposizione, scriverne le parti, cosa da sempre affidata ad altri, e farli suonare anche se non ne ho le piene capacità, e provare a me stesso che potevo essere in grado di farlo. Quel chiunque, alla fine, sono anche io.
Da qui, si prende coscienza che, alla fine, “non ci vuole poi molto a scrivere una canzone”: l’intero processo che va dalla scrittura alla pubblicazione, nel mio caso di un album, è lungo, complesso, sofferto, ma se si vuole, ci si arriva, lo si può portare a termine ed essere soddisfatti di ciò che si è riusciti a realizzare. È una questione di priorità, priorità ed intenti che, a volte, non sono risultati allineati con coloro con cui ho condiviso i miei precedenti percorsi musicali. Quindi “Non ci vuole poi molto a scrivere una canzone” è il suo significato e allo stesso tempo il suo contrario. Affrontare le cose con serenità, che non significa affatto farlo con superficialità, semplicità che non significa facilità. E forse è così anche la vita: lunga, complessa e sofferta, ma la si può vivere con semplicità, consapevoli dei propri limiti, accettando le difficoltà e il fatto che in essa sia contenuto il suo contrario, la morte.

Eppure la potenza di un brano come “Io non ci sarò” credo metta in scena la semplicità che sembra esserci dentro le cose potenti e salvifiche. Come quando vedi un circense fare con naturalezza piroette assurde. Cosa ne pensi?
Credo che il paragone sia azzeccato, almeno per come lo interpreto io. La semplicità, quella di cui parlavamo prima, è potente e salvifica perché scaturisce dal complesso processo che sta alla sua radice. Il circense fa piroette assurde con naturalezza, una naturalezza che, però, è il risultato di un intenso allenamento, di continue prove, di aggiustamenti mirati. La potenza delle sue gesta sta nella passione che a sua volta scaturisce nella necessità di restare in equilibrio, quell’equilibrio che gli permette di essere salvo. Lo stesso equilibrio che ho cercato scrivendo tutto l’album.

Forse macchiato dal pregiudizio di aver letto certi riferimenti, posso dirti che tanto di questo sembra richiamare il modo di Benvegnù? È un punto fermo per te?
Certo che puoi. Che Paolo sia tutt’ora un mio riferimento musicale è fuori discussione, ma non è l’unico, né il primo. Questo disco, per quanto mi riguarda, riprende anche il discorso sfortunatamente interrotto più di vent’anni fa con gli Aut – che vi invito ad ascoltare qui – a cui ho chiesto di suonare nell’album. Dopo una decina d’anni passati con Radio-Line(e), tra chitarre distorte, ritmi serrati e testi in inglese, avevo la necessità di tornare a quelle sonorità che mi sono sempre appartenute e che ho sempre e comunque frequentato. Avevo di nuovo voglia di pianoforti, archi, una dimensione più intima, più cantautorale. In questo ambito, sì, Paolo Benvegnù è un punto fermo del mio ascoltare, ma come lo sono David Sylvian, Andrea Chimenti, David Bowie, i King Crimson, il De André più recente, Ivano Fossati…
Se c’è un richiamo al modo di Paolo, non cercato, non voluto, credo scaturisca da ad una certa visione comune della vita, un’affinità di pensiero che va oltre la musica, ma che nella musica scaturisce perché in perenne ricerca di quell’equilibrio di cui abbiamo parlato poc’anzi, cosa che lui stesso m’ha detto e che l’ha fatto muovere verso di me. Ecco, magari per il prossimo disco, se ne farò un altro, eviterò di dare riferimenti precisi o al contrario, potrei stilare un elenco di un paio di pagine e invitare tutti a individuarli all’interno delle canzoni.

In generale l’ho trovato un disco denso di attese e di spazi vuoti… che sia la maturazione di un artista che ha capito che “correre” serve solo a fare scena?
Mi fa sorridere, ma è un problema mio, sentir parlare di “maturazione di un artista” riferita al mio album, perché, per prima cosa è un esordio e di solito il disco della maturità arriva dopo averne realizzati un po’, ma soprattutto mi fa sorridere perché non mi ritengo un musicista, figuriamoci un artista. Quindi, probabilmente, data la mia età, credo abbia più senso parlare di maturazione umana. Questa maturità, se c’è, si riflette anche nella musica e nel modo di concepirla. Penso che ogni cosa abbia bisogno dei suoi tempi – per arrivare a questo disco, in realtà, ci ho messo quasi trent’anni, ahahahahahah -, e così, per me, anche la musica, sebbene ci facciano credere che sia necessario “stare sempre sul pezzo”.
Forse correre è necessario a chi ha paura di essere dimenticato. Ci siamo abituati all’idea che, se non corri, rischi di stare indietro e chi resta indietro, in una società come la nostra, purtroppo viene escluso. Quindi tutto deve essere fatto di fretta, subito, ieri. Prendi, ad esempio, come si sono ridotti i tempi di una canzone: tutto è condensato in meno di tre minuti, compreso un ritornello che deve arrivare immediatamente, non c’è nemmeno il tempo di comprenderne il senso che già si è passati ad altro.
È come quando una persona ti fa una domanda e poi non aspetta che arrivi la risposta, non lasciandoti il tempo di elaborare, di trovare le giuste parole, per il peso e il significato che hanno. Io non credo di aver bisogno di correre, fino a un mese fa nessuno sapeva della mia esistenza, quindi non rischiavo nulla, non rischiavo di essere dimenticato e non mi preoccupo per quel che arriverà dopo. Mi sono preso i miei tempi ed i miei spazi e come nella musica ci sono i silenzi – gli spazi vuoti -, che di essa fan parte, l’attendere è parte dello scorrere del tempo. Ecco, preferisco “scorrere”, placidamente, come un fiume, anziché correre.

La produzione di Beatrice Antolini dove ti ha portato? Dove sei giunto che da solo non avresti saputo andare?
Di getto, la prima cosa che mi viene in mente è “a un livello superiore”. Credo che l’affinità tra Beatrice e me stia nella stessa voglia e necessità di fare le cose per bene. La grande differenza è che la mia esperienza non è minimamente paragonabile alla sua. Quando hai un vocabolario costituito da mille parole, sviluppi pensieri limitati a quelle mille parole, quando invece di parole ne hai un milione, tutto si amplia. Beatrice mi ha preso per mano e insegnato nuove parole ed è un bagaglio che potrò portare con me sempre, non è limitato alla realizzazione di questo album. Nelle note di copertina ho scritto che ha “messo le mani sul mio cuore, avendone cura come fosse il suo” e credo non ci sia modo migliore per sintetizzare quello che ha fatto per questo album, quello che ha fatto per me. Non so dove sarei riuscito ad arrivare da solo e, in realtà, ormai, poco mi interessa, so invece che oggi, adesso, in questo momento, ho in mano il disco che volevo, orgogliosamente conscio di aver scritto delle buone canzoni, perché se non ci fossero state le basi con cui partire non credo che questa collaborazione sarebbe nata, ma che hanno trovato nella professionalità e nell’umanità di Beatrice quel livello superiore. Spesso abbiamo riso del fatto che realizzare questo disco sia sembrato durare molto di più dell’anno che abbiamo impiegato, ma la vedo come una positività, siamo andati talmente a fondo su ogni cosa che il risultato (posso dirlo?), a parer mio, è pressoché perfetto. È stato un bel lavorare.

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