Roccia Ruvida: Pupi Di Surfaro

In Sicilia si dice: “’a meglia parola è chidda ca ‘un si dici”. Ed è con questa citazione che introduco la chiacchierata per questa nuova puntata di Roccia Ruvida. Ospitiamo il gustoso combat folk dei Pupi di Surfaro che sono usciti con un nuovo disco dal titolo Nemo Profeta …che ancora non colgo a pieno nell’intento letterario e soprattutto in alcuni (tanti) messaggi sociali dato che molta parte dei brani è cantata in un siciliano che…boh…non capisco. Certamente, ci diranno che ognuno sceglie ed è responsabile delle sue scelte…ci diranno tante belle frasi che fanno scena sull’etica e l’importanza del linguaggio e della cultura di un popolo…e non manca l’enfasi cinematografica (tutta italiana) nel rispondere quando aggiungono anche “Perché non usare il cinese, l’arabo o il linguaggio dei segni? Perché non annulliamo la musica e le parole così ci capiscono pure i sordomuti?” Scusate gente ma non l’ho capita…cioè??? Un po’ come dire che vado in Africa a predicare la rivoluzione e parlo alla piazza di Bamako in cinese…ma chi mi capisce? Che rivoluzione e che messaggio lascio a quella gente? Hmmmm…forse ho qualche problema io…ma certo è che sono sempre punti di vista…forse. Resta il fatto che dalla loro i Pupi hanno un gran bel disco di folk moderno, digitale quanto serve per suonare meno strumenti possibili…forse…o forse davvero è tempo di rivoluzionare gli stili della tradizione ormai troppo antica per rappresentare il tempo che corre. E loro lo fanno con gusto, con ritmo, con energia e anche con una bellissima sensibilità cantautorale. E siccome questo “Nemo Profeta” è un lavoro che custodisce significati importanti sul piano sociale, non potevamo lasciarci scappare l’occasione di fare qualche domanda…socialmente piccante…e non è che ci abbia capito molto alla fine…

Partiamo dal titolo: Nemo profeta. Credo che gli adagi popolari siano una via di uscita comoda e vigliacca. Come dire: ecco perché non sono riuscito nei miei obiettivi a casa mia…
Nemo profeta prende in prestito una frase biblica, più completa “nemo profeta in patria”. Togliendo la seconda parte, “in patria”, rimane “nemo profeta”, che, letteralmente, diventa “nessuno è profeta”. Nemo profeta è una condanna ai falsi profeti, detentori di false verità. La “Verità” non esiste. Esistono tante piccole parziali “verità”, che da sole non possono autoproclamarsi “Verità” assolute. Ma tutte le infinite piccolissime ed imperfette “verità” formano insieme la “Verità” perfetta, perfetta nella sua incoerenza, nella sua incompiutezza, nella sua insita contraddittorietà. Questo è il senso che noi abbiamo dato al titolo del nostro album. Non era nostra intenzione crearci alibi o attenuanti. Non volevamo fare la parte degli sfigati che hanno bisogno di trovare fuori da sé la causa e il male del proprio fallimento. Malgrado la vostra analisi imprecisa, concordiamo col fatto che un artista per poter dire “ce l’ho fatta” deve avere la capacità di affermarsi, nonostante tutto, rinunciando ai più comodi atteggiamenti vittimistici, semplicistici dettati da una visione egocentrica e provinciale del proprio percorso di crescita umana ed artistica.

Che poi per lo più parlate in dialetto siciliano. Se veramente in patria nessuno e profeta perché non usare l’Italiano per cominciare con il resto del paese?
Perché non usare il cinese, l’arabo o il linguaggio dei segni? Perché non annulliamo la musica e le parole così ci capiscono pure i sordomuti? Perché non stiamo immobili ed in silenzio? In Sicilia si dice: “’a meglia parola è chidda ca ‘un si dici”. Cercatevela sul vocabolario.
L’arte è soprattutto forma, prima che contenuto. Anzi, diremmo che l’arte, per definizione, è solo forma e non contenuto. Il contenuto dell’arte è la forma. Decidere che tipo di linguaggio usare per arrivare al pubblico è, sicuramente, un atto di responsabilità. Scrivere in dialetto è per noi farsi carico di un bagaglio culturale, storico, politico. La lingua è la massima e più complessa espressione di un popolo.
Del resto la musica è un linguaggio universale che agisce a livelli più profondi. Possiamo fare anche a meno del coinvolgimento intellettivo.
Che poi, non è che l’unico nostro obbiettivo deve essere quello di farsi capire da tutto il pubblico, anche quello più superficiale e distratto.

E restando sempre su questo tema del dialetto: il vostro disco è decisamente sociale eppure io – che non sono siciliano – non ho capito niente dei vostri testi (eccezion fatta per quei pochi momenti in italiano). Che disco sociale è?
Pensiamo di avere già, in parte, risposto a questa domanda.
“Li me’ paroli” è il singolo che ha anticipato l’uscita del disco. È un brano che si schiera contro la globalizzazione, vista come una fabbrica di uomini tutti uguali, che parlano la stessa lingua, ordinati e ben vestiti. È un brano che rivendica la nostra identità culturale. Senza rigidità o preclusioni. Un disco sociale è un disco che parla della gente, che parla alla gente. “Li me’ paroli” ha già vinto il “Premio Andrea Parodi”, che è un premio di world music, ha vinto il “Tour Music Fest”, che è contest di musica rock di respiro internazionale, è stato finalista al “Premio De André”. La nostra musica arriva dritto allo stomaco. Ti colpisce, ti accende e poi ti abbandona, lasciandoti un senso di inquietudine, di smarrimento. Il testo è uno strumento ritmico, melodico e armonico. La musica è la musica. Altrimenti avremmo scritto libri di saggistica. Il pittore dipinge un quadro, non si sforza di spiegare male con le parole l’infinito e meraviglioso mondo che il quadro artisticamente esprime.

L’arte del folk è quanto di più storico ci sia. Voi come molti siete li a trasformarlo, contaminarlo e darne nuove vie di espressione. Non sarà mica che è più facile manovrare un computer e una tastiera elettronica che ricercare un vero musicista della tradizione?
Il folk per essere vivo ha bisogno di essere trasformato continuamente, altrimenti rimarrebbe relegato, sepolto, nei musei di etnomusicologia. Per fortuna, c’è tanta gente illustre che fa benissimo un grande lavoro di studio e di ricerca per recuperare e mantenere il grandissimo e ricchissimo patrimonio della musica tradizionale e popolare. Per fortuna, ci sono ancora tantissimi bravissimi veri musicisti della tradizione. Noi abbiamo avuto l’onore e la fortuna di conoscere e collaborare con molti musicisti puristi del folk e, come sempre, è stata opportunità di grande crescita. Compito altrettanto complesso e delicato è quello di riuscire a trovare un equilibrio tra antico e moderno, acustico ed elettronico, tradizione ed innovazione. Noi ci affidiamo alla nostra sensibilità, il nostro istinto, la nostra creatività. E non cerchiamo espedienti o scorciatoie.

Di dischi che sono “bandiera” di rivoluzione e lotta alla libertà ormai ce ne sono a bizzeffe. Un tempo il popolo reagiva. Oggi ne siamo assuefatti. Che non sarà divenuta una moda dare addosso al sistema? Che tanto ormai è facile farlo dato che non ci sono ripercussioni…era un tempo che la lotta al potere si pagava con la vita…oggi al massimo ci sono i post di FB…
Non crediamo che la musica non possa più essere una bandiera. Piuttosto, è il pubblico che sceglie la sua bandiera. Il pubblico si identifica, ha bisogno di riconoscersi in qualcosa. I media spesso fanno la differenza. Se noi ci ritroviamo (e non l’abbiamo deciso) a fare musica con la quale si possa identificare una cerchia di pubblico talmente ristretta da non potere essere definita un sistema, non lo facciamo per farci ammazzare. Ma se, come dici tu, non ci sono ripercussioni, un po’ ci rimaniamo male. Il web è uno strumento che stiamo imparando ad utilizzare, con la dovuta distanza e senso critico. Ma il nostro obbiettivo principale rimane sempre e comunque quello di esprimere, con la nostra arte, noi stessi, schierati dalla parte di noi stessi, bandiera di noi stessi. Il pubblico sceglie con quale bandiera identificarsi, che musica ascoltare, che canzone cantare, cosa vuole capire e cosa far finta di non capire.

Nel disco dei PUPI c’è anche aria cosmopolita: anche qui, la collaborazione del senegalese Jali Diabate a quale bisogno risponde? Ne ho visto troppi di concerti in cui “l’extra comunitario” (le virgolette sono doverose per un senso di rispetto verso le persone tutte) è stata una figura strumentalizzata più per la scena del mostrarsi che per il contenuto davvero sentito. Un po’ come quello che fa beneficenza e non vede l’ora di dirlo a tutti.
Jali è un caro amico ed un grande artista col quale abbiamo avuto l’onore ed il piacere di collaborare per la stesura e la realizzazione di un brano (“’Gnanzou”) che racconta una pagina del nostro tempo tanto delicata, quanto abusata. Oltre alle virgolette, per noi è grande senso di rispetto considerare che Jali Diabate abbia voluto partecipare, scrivendo, cantando e suonando nel nostro disco perché, munito di tutte le facoltà umane ed intellettive adeguate, ha ritenuto il suo contributo importante ed il nostro lavoro onesto. Jali è una delle tante persone, musicisti e non, che abbiamo incontrato nel lungo ed articolato percorso che ci ha portati a partorire il nostro nuovo progetto.

Chiudiamo l’intervista con il video di lancio “Li me’ paroli”. Certamente la sparatoria non è un momento di grande produzione video però rende decisamente bene il concetto. Dunque tra le righe, il sistema non ha faccia, si nasconde e va…ucciso? Quindi la rivoluzione è da fare armata come si fa la guerra? Tutte domande che nascono dalla mia chiave di lettura…magari sbagliata…però sinceramente trovo che non sia così demoniaco il sistema in cui viviamo e di certo far passare la “guerra e la morte” come epilogo ultimo direi di un confronto penso sia assai forte come concetto…non trovate?
Le armi che usiamo nel nostro videoclip sono finte, senza munizioni. Le nostre armi sono la nostra musica, gli strumenti, la nostra voce… “li me’ paroli su’ bummi”. È una guerra che va combattuta, all’ultimo fiato, all’ultimo respiro, se ci è concessa anche un briciolo di ironia e di poesia. Il bene e il male, amore e odio, la guerra e la pace… Per dirlo con Eraclito, gli opposti coincidono. Il fine della guerra è la pace. L’incontro e lo scontro. L’arte ha il compito di destabilizzare, di rompere gli equilibri, di stimolare il conflitto, di innescare la crisi, per approdare ad un nuovo equilibrio e poi un altro e un altro ancora… Un equilibrio in movimento, mai statico. La morte è la vita.

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