Roccia Ruvida: Helle

Che bella frase che scrive Helle in questa intervista molto sincera, interessante e decisamente costruttiva. L’ingiustizia che rechiamo al nostro onore è parte integrante di tutto ciò che siamo. E siamo di luce e di ombra e la cosa non va ignorata, non va mascherata con soluzioni ipocrite. Va celebrata con quella sincerità che a volte sembra anche fragilità umana. “Disonore” è il primo disco ufficiale di Helle, al secolo Lisa Brunetti, che qui abbiamo cercato di stuzzicare come nostro solito, con domande spigolose che puntano ad altre angolazioni della storia. Helle ripercorre il passato e esplora il futuro, tra suoni acustici e mestieri digitali… più i secondi che i primi, decisamente. Helle è sottile, fa scena nella sua eleganza di copertina, simboleggia la rinascita e il decadimento, sbandiera la verità dentro il costume laccato di scena. Non sono maschere per coprire. Sono maschere per dimostrare. Punto e a capo.

Siamo sempre più immersi dentro ad un suono indie continuamente alla ricerca del passato. Una facile soluzione quella di usare carte vincenti già testate vero?

Il passato ha il suo fascino: qui vi si gettano le radici per creare qualcosa di nuovo. Non esiste futuro senza un’origine, una partenza dalla quale prendere strade diverse. Ogni modernità nasce dallo scardinamento di un vecchio ordine – ma da un ordine bisogna pur partire.

Canzoni per il sociale se mi passi il termine anche fuorviante a suo modo. Canzoni contro le maschere della società. Ma poi giocare con i giornali, le interviste, scendere in scena con abiti “laccati” non è un po’ come indossare le maschere?

È proprio questo il punto: convivere con le maschere essendo coscienti di tali necessità. Tutti veniamo conosciuti per ciò che mostriamo di noi, è un aspetto della natura umana. “Disonore” non vuole essere un portabandiera di chissà quale giustizia, ma una testimonianza di quanto l’ingiustizia che rechiamo verso il nostro onore sia parte di ciò che siamo. Qua si cela il nucleo che va a generare quella malinconia un po’ cupa, un po’ blu, che permea poi tutto il progetto. Tutti proviamo vergogna, tutti ci danniamo per degli errori commessi: sbagliare è umano, però a volte lo diamo talmente per scontato da non capirlo affatto. Per ciò che riguarda il sociale ed il fuorviante, sono d’accordo. Quest’album parla delle persone, ma non credo sia più di tanto “sociale”.

E che mi dici di un suono che quasi per il suo intero è composto da parti digitali? Anche quelle sono maschere? Che poi oggi tutti possono fare dischi con una buona mano sui computer…

Ogni strumento ha lo scopo di riprodurre delle note (o giocare con le ritmiche), lo fanno sia una chitarra acustica che un sintetizzatore digitale, cambia solo la tecnologia con la quale si veicolano tali fenomeni musicali. Non la vedo come una maschera, no.

E del nome d’arte? Anche quella è una maschera o no? Quanto Helle somiglia a Lisa Brunetti? E perché non usare il proprio nome?

Il mio nome d’arte, pensa, non l’ho nemmeno scelto io: è stato un vecchio collaboratore a suggerirlo. Il mio nome di battesimo è noioso, burocratico – a parte che credo esistano già un sacco di ‘Lisa’ nel mondo della musica. Io ed Helle ad ogni modo siamo diverse: Helle è me, ma senza maschere.

Come di consueto abbassiamo l’ascia di guerra. Davvero “Disonore” sembra un disco per il sociale e sfodera temi molto importanti. Quanto secondo te è fondamentale e salvifico far pace con le proprie ombre?

Non credo sia possibile fare pace con le proprie ombre. Non puoi dire al mostro sotto il letto “va’ via”, perché poi questo ti deride e ti divora i piedi mentre dormi. Con le proprie ombre bisogna parlare, affrontandole costantemente: è negandole o assecondandole che si finisce col portarsi appresso dei pesi indecenti.

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