Roccia Ruvida: Carlo Martinelli

Inauguriamo con questo articolo Roccia Ruvida, una nuova rubrica a cura di Paolo Tocco nella quale gli artisti vengono approcciati in modo un po’ meno convenzionale e accondiscendente rispetto al solito, e ci rispondono di conseguenza. Si comincia con Carlo Martinelli.

“…solo nominare Mengoni mi fa venir voglia di estrarmi gli occhi a mani nude…”
Inizio con l’anticipare una delle frasi più d’effetto che segnano il passo di questo nuovo appuntamento. Oggi incontriamo Carlo Martinelli, voce dei Luminal che per un tratto ha messo da parte il rock irriverente e sociale e si è dedicato ai suoi gusti personali. Un disco “privato” dal titolo Caratteri mobili che sinceramente mi lascia ancora irrisolte molte curiosità nonostante questa splendida e “difficile” intervista che solo con l’intelligenza che ha dimostrato di avere poteva essere portata a casa. Tuttavia ancora restano risposte da rispondere, in bilico tra il paraculo d’ufficio e il “sinceramente è andata davvero così”. Noi non c’eravamo e più che affidargli fiducia in segno di rispetto non possiamo far altro. Un disco che ha tanta emozione dentro… sicuramente… però oggi non credo basti un temporale per mandare tutto a… forse… nel 2016… parola a Carlo Martinelli.

La prima cosa che mi colpisce davvero è l’intonazione. Niente di personale ma devo chiederti: hai proprio volutamente ignorato questo aspetto della produzione? Fa riferimento a qualche scuola o stile ben preciso oppure è un tuo personalissimo approccio alla canzone?

No, in realtà è stato tutto un problema tecnico. Durante le registrazioni ci sono stati molti temporali e durante uno di questi se n’è andata la corrente bruciando parte dell’intonazione di alcune tracce vocali. Siamo corsi ai ripati su tutto come potevamo con dei potenti software ma in molti casi non c’è stato nulla da fare. Me ne vergogno ma il disco doveva uscire, ce lo chiedeva il mercato, ce lo chiedeva l’onore. Nella prossima ristampa abbiamo risolto il problema registrando nuovamente la voce, però purtroppo suonano scordate le pelli della batteria, quindi non so qual è più convincente. Credo che la soluzione definitiva sarà mettere in play contemporaneamente le due versioni dell’album, per cui cercheremo di vendere il nuovo cd con uno speciale lettore per risolvere questo problema. Il cazzo è che nessuna ditta specializzata ci sta supportando in quest’idea e ci chiedono dei prezzi assurdi per questo lettore, io mi sto esaurendo. Credo di aver bisogno di una vacanza. Ho visto che ci sono degli hotel eccezionali questa stagione a Terni.
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NON STO EVITANDO LA TUA DOMANDA E NON MI STO NASCONDENDO IN UN ANGOLO A PIANGERE E A MEDITARE TRASFERIMENTI E/O SUICIDI.

Da più parti ho visto che si associa al tuo disco anche la parola cliché parlando di generi. In fondo siamo tutti italiani e le etichette piacciono a tutti. Immagino tu le terrai a debita distanza…o sbaglio?

Questo è un disco la cui base è classica, utilizza schemi classici e prova ad essere personale e diverso nella sostanza e nell’emozione piuttosto che nella forma, però capisco che questa cosa può facilmente essere ignorata o fraintesa, sia ad un ascolto superficiale che ad un ascolto più attento se non si è interessati a questo genere di operazioni, ma è ok, ci sta, se avessi voluto provare a piacere a tutti avrei fatto tutt’altro.

Che poi alla fine, tanta rivoluzione e ribellione ma poi dalla scena underground sbucano sempre i progetti più “pop” possibili. Insomma l’Italia è ferma e consolidata nella cultura del POP?

Per questa vale un po’ la risposta di sopra, che sia pop o che venga definito noise, punk, metal, liscio o altro, la musica mi interessa quando è spinta da un’urgenza espressiva, non c’è nulla di più mortalmente noioso di fare le cose seguendo un copione o con lo scopo di ottenere un apprezzamento che riguardi otto o otto milioni di persone e in questo in Italia siamo terrificanti: quelli che fanno musica “sperimentale” o alternativa sperimentano e sono alternativi meno di Mengoni, e solo nominare Mengoni mi fa venir voglia di estrarmi gli occhi a mani nude, ingoiarli e vomitarli sotto forma di poltiglia che volendo si può afferrare e lanciare addosso al primo che capita.
Il problema non è il pop di per sè, il problema è quella poltiglia.

Un altro tassello che ricorre sempre è la qualità che strizza un po’ l’occhio al “lo-fi”. Di sicuro la tua come tantissime altre non sono produzioni glitterate di grandissimo spessore tecnico e – sicuramente – non lo vogliono neanche. Non so come la vedi ma secondo te esiste una filosofia anche in questo?

A me piace l’ “Hi fi” e avendo i soldi farei un disco veramente “Hi fi”, ma hai una vaga idea di quanto costi fare una cosa del genere?
Utilizzando tanti plugin, facendo mille take di voce e strumenti ed effettando, tagliuzzando, prendendo tutte le tracce e correggendole in ogni minuscolo dettaglio, comprimendo tutto tantissimo e poi sparando a palla in fase di master avremmo fatto un disco in grado di suonare comunque NON hi fi (che poi non a caso vuol dire alta fedeltà) ma arrogante, pretenzioso e fintamente perfetto. Sarebbe stato semplice da realizzare ma sarebbe stato un disco orrendo, senz’anima, e sono felice che abbiamo lavorato nel modo in cui abbiamo lavorato, e di questo devo ringraziare Gianluca Lo Presti per la sua sensibilità e capacità.

Sempre con il dovuto rispetto perché dall’esterno non posso che basarmi su impressioni…con i Luminal ho sentito sempre molta denuncia contro una società diciamo così d’apparenza. Citandovi: “Le parole sono importanti…”. Carlo Martinelli invece sembra tirar fuori dal cassetto il suo diario personale e dimostrare un’ispirazione e un’intensità decisamente più matura e spiccata. Per caso non senti più di appartenere ad un certo tipo di sound e di messaggio?

Si tratta di due cose diverse e in effetti apparentemente in contrasto. Io ho sempre avuto questo problema per cui odio l’appartenenza a un genere, a una cultura o sottocultura, e nel momento in cui sento di starci troppo dentro ne esco. I Luminal faranno il contrario di quello che ti puoi aspettare e io farò il contrario di quello che ti puoi aspettare se provi a incastrarci in una qualche scena, sound, o messaggio (e comunque “il messaggio lo porta il postino”, CIT). Non si tratta tanto di una roba snob o di una ribellione adolescenziale quanto piuttosto di una necessità fisica e profonda. Dentro ognuno di noi ci sono più cose e ognuno di noi è più complesso di un copione che viene ripetuto all’infinito.

La chiusa di questa chiacchierata te la butto la: ma la maledetta e quanto mai funzionale (per certi versi) crisi del disco è anche colpa degli artisti stessi? Secondo te…

È qualcosa a cui ho pensato molto in questi anni e a cui ho dato svariate risposte, per un lungo periodo ho dato la colpa unicamente ai musicisti (nessuno riesce più a fare dischi importanti) poi a internet (abbiamo troppe distrazioni per fare dischi importanti, e anche se riuscissimo a farli, chiunque con un click può ascoltare infiniti dischi più importanti e più simili al suo gusto rispetto al tuo album) ora non so e ho smesso di chiedermelo, quindi mi sento piuttosto meglio e non sto tutto il tempo a piangere su quanto sarebbe stato bello vivere negli anni 60′ e diventare una rockstar.
Ok, almeno ci penso un po’ meno.
Ok, ci penso comunque ma in maniera più razionale e adulta.
OK, DOVE SONO LE MIE TROIE E LA MIA BAMBA E LA MIA PISCINA IN CUI LANCIARE LA MIA ROLLS ROYCE?

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