Roccia Ruvida: ABAN

Ecco quando si dice che l’intervista diviene pungente. ABAN, MC pugliese sforna “Rap Inferno” a breve disponibile anche in vinile, un disco assai importante, interessante, nei suoni come nelle intenzioni, nei cliché che il genere spesso impone come anche (e soprattutto) nelle sue evoluzioni di stile, marchiate a fuoco come sempre dalla sua voce inconfondibile, scura come a raffigurare il buio che arriva dai bassifondi di periferia (come direbbe il buon Benni).

Intervista questa che però raccoglie acido e scontro come accade a volte e che ahimè mi lascia l’amaro in bocca. Mi chiedo sempre come sia possibile… e se la professionalità che mi si accusa di dover ancora raggiungere mi impone di non gettar benzina sul fuoco, lo sconcerto di alcune evidenze mi spinge a dovermi difendere un poco e, ad esempio, rispondo che la quarta domanda, quella sul vinile, caro ABAN, domanda che lascio inevasa come da tuo consiglio che sembra suonare quasi come una sfida di trasparenza, temo non si possa scrivere in modo più chiaro di quello. E dunque quando poi perdi l’occasione di rispondere all’ultima domanda invitandomi invece a chiedermi “ma ce cazzu aggiu scrittu?”, io ti risponderei un sommesso ed incredulo “mah”…

E questo tanto per mostrare una delle numerose occasioni che in questa intervista abbiamo perduto, occasioni buone per connetterci dentro temi sociali tutt’altro che banali. Forse il mio modo, forse la scelta delle mie parole, forse altro che non so capire… ma davvero tutto questo non meritava una simile battaglia. Anzi…

Roccia Ruvida nasce con l’intento di “provocare” con leggerezza e non per cercare lo scontro ma per dare agli artisti l’opportunità di cacciare acido e rabbia contro argomenti non sempre toccati nella consuetudine delle interviste che ricevono. E le domande sono anche assai volutamente “pop” per abbracciare “problematiche” (e le virgolette sono dovute) aduse ad un pubblico che vive fuori i confini di un genere come il Rap che (e qui per fortuna dico io) ha quasi sempre proliferato e di buona salute dentro recinti poco contaminati dalle infrastrutture del grande mercato e dell’omologazione culturale di massa. Caro Aban: non ho paura di lasciare l’intervista così come me la restituisci. Dietro il team che conduce la redazione di questa rubrica ci sono io, Paolo Tocco, un omino poco empatico che ha la tua stessa età e che fa questo mestiere da oltre 20 anni… non è un MC e non vive questo genere di musica… come altrettanto poco vive e conosce quelle problematiche sociali che sono radici storiche di questo modo di pensare al suono e alla metrica delle liriche. Tuttavia la musica è uno strumento che a tutti arriva e ad ognuno sa presentarsi a proprio modo com’è giusto che sia, un modo che pretende rispetto qualunque ragione abbia. Agli artisti il compito di saper dialogare con ognuno di noi, estranei, neofiti e veterani, anche quando le parole utilizzate suonano poco comuni o apparentemente stupide. Disse il saggio (che non ricordo mai chi sia ma che di saggezza ne aveva da vendere): non esistono stupide domande. Esistono solo stupide risposte.

Tornando alla musica: “Rap Inferno” dimostra l’importanza che deve al suo pubblico e la solida istituzione che una realtà collettiva come la Sud East Records ha fortificato nel tempo… e tutto questo, da oltre 15 anni senza la mediazione dei grandi colletti bianchi seduti dentro i palazzi del potere. Il resto, questa intervista compreso, ha davvero poca importanza. Il resto è rumore di fondo a partire dal mio cinguettio. La musica di Aban parla e sa parlare e non va confusa con un vociare di massa, di fondo, inutile e soffocante.

Decisamente un disco che urla contro l’omologazione di massa… però poi anche le voci di chi come te urla contro il sistema, al sistema aderisce per far circolare la propria musica. Non trovi sia un controsenso?

Dipende da cosa intendi per sistema. Far “circolare” la propria musica per vent’anni senza aver mai avuto bisogno di inchinarsi ad una major o al culo di chi, più in vista di te, ti offriva un posto da schiavo, non è cosa per tutti. Questa è una delle differenze nette che prende la Sud Est Records, un’etichetta coerente e indiscutibilmente integra nonostante lo stretto rapporto durante gli anni anche con artisti che sono stati in grado di cambiare bandiera al momento più comodo. Quando parlo di sistema, io intendo il mercato discografico diviso e settorializzato ormai da anni in base alla forza economica delle grandi industrie discografiche. Sistema nel quale la SER non è mai stata presente per dato di fatto. Quindi interessante la tua domanda provocatoria, ma fondamentalmente inutile nel momento in cui si analizza l’attività pluri decennale della Sud Est Records. Se per sistema invece intendi l’utilizzo di canali mediatici come le varie piattaforme digitali che oggi regolano la notorietà e il guadagno, si chiama evoluzione del mercato nel quale essere tagliati fuori significa chiudere battenti. Combatti il sistema con le sue stesse armi, fight fire with fire.

E altra contraddizione che mi piace sottolineare sempre. Tutti urliamo per la salvaguardia dei diritti della musica e del mestiere. Il denaro, i diritti… tutte cose da salvaguardare. Poi però, dopo aver speso giorni di lavoro, moneta sonante per la produzione, finiamo per aderire al sistema regalando a tutti l’ascolto attraverso spotify e altro. Insomma, cosa ci lamentiamo a fare se poi siete voi artisti a rendere gratuito il vostro lavoro? A questo punto suonate anche gratis direi… cosa mi rispondi?

Ti rispondo che la metà dei miei live da ormai quasi vent’anni sono live no profit nel quale il cash viene devoluto (spesso quasi interamente) a cause sociali (assistenza ai rifugiati, sostentamento di detenuti legati a cause sociali di matrice antifascista) con un’importanza ben più rilevante dell’idea di musica che puoi avere tu data la tua domanda. Quando ci si approccia ad una realtà indipendente come la nostra sarebbe bene per un giornalista informarsi dettagliatamente prima di cercare la polemica spicciola. Siamo legati e sosteniamo da sempre, economicamente e moralmente, realtà direttamente connesse alla vera e propria lotta.

Se da una parte va di moda il denaro e i suoi eccessi luccicanti, le droghe e altro… dall’altra va di moda il centro sociale, la vita un poco tanto ai margini, i problemi con la giustizia. Anche questi sono cliché e anche questi li ritrovo pari pari dentro questo disco. Dunque anche questo disco se vuoi è un disco di cliché o sbaglio?

Non lascio che la mia disapprovazione verso la tua idea di musica prenda il sopravvento facendomi chiudere a priori quest’intervista, ma probabilmente sei molto giovane, se non di età sicuramente di esperienza nell’ambito di ciò di cui stiamo parlando. Io non posso stare a spiegarti cosa significa lotta, centro sociale, problemi con la giustizia, ma ti assicuro che sono temi  di cui tu non hai la più’ pallida cognizione, perché difficilmente chi va in galera lo fa per moda… evito di andare a fondo al discorso perché non posso insegnarti  io ad avere una cultura personale che ti porti a renderti conto di quanto ridicola è la tua provocazione. Perdonami ma ora devo andare a fare un paio di rapine e un omicidio per essere sempre alla moda. Cambia lavoro.

Così come il vinile… sta tornando (anzi è ormai tornato) di moda. Credo fermamente che siano pochissimi quelli che siedono ad ascoltarlo come si deve. Ormai si compra più per fare scena con gli ospiti che arrivano a cena. Poi benedetti siano coloro che davvero li rispettano. Stampare dunque in vinile? Moda conveniente o appiglio sincero ad un modello antico di cultura? Sii sincero…

E come sempre chiudiamo abbassando l’ascia di guerra… trovo che questo disco prenda dalle radici del Rap la giusta personalità e sicurezza per dare alle forme un quid in più. Come a dire che il disco di ABAN lo riconoscerei tra tanti. Ci sono messaggi importanti che dovrebbero far parte del nostro quotidiano. Però poi si scontrano col mondo di oggi… pensi che arrivino come meritano o pensi che finiscano come molti altri a contribuire al rumore di fondo? Che aspettative e che responsabilità restituisci ad un disco così importante?

Chiudo qui saltando la quarta domanda per lasciarti il tempo di chiederti tra te e te “ma ce cazzu aggiu scrittu?”. L’ascia la puoi tenere anche alzata, “Lo scontro non fa male, mette a nudo l’anima” cit. Luigi Lou X Martelli. Non cambiare una sola fottuta parola né delle tue domande né delle tue risposte se hai un minimo rispetto per te stesso e per il lavoro che dici di fare.

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