Robbè: la delicatezza popolare di un cantautore
Sembra uscire da tempi antichi un disco che in fondo, chiede anche al suono moderno di avere forma e sostanza. Eppure Robbè con questo “Chiacchiere da bar” mi riporta a quando la vita era analogica, fatta di racconti di periferia, volendo anche anatemi e credenze magiche, superstizioni per veicolare l’amore e qualche portafortuna da mettere a favore di luce. E tantissimo altro dentro un suono che sa di terra e di uomini senza tradirsi nel tempo moderno… non so bene come spiegare questa contraddizione… mettetevi in ascolto. La semplicità è una sintesi potente di questo disco…

Un disco che se vuoi è pieno di vite reali prese a prestito e poi tradotte in musica, storie e canzoni. Come ci si riesce? Cosa ti spinge verso queste storie?
La prima domanda, lo ammetto, non ha una risposta facile. Nel senso che non riesco a trovare un vero e proprio “come”, è una cosa che mi viene naturale, come se fosse un’esigenza interiore. Da qui mi collego alla seconda domanda: è la stessa esigenza che mi spinge a parlare di queste storie perché, a mio avviso, la musica italiana al momento parla troppo poco di attualità, manca quello che definirei “impegno sociale” e non sto parlando di politica, se non nel senso più ampio del termine. Da un punto di vista prettamente egoistico, è il mio modo per elaborare determinate cose e sentirmi meno impotente nei confronti del mondo che corre (e, troppo spesso, inciampa e cade) intorno a me. Dall’altra parte, spero che accendere una, seppur piccola, luce su alcuni temi possa smuovere gli animi di chi ascolta le mie canzoni.
Tutto questo ha anche un contributo di responsabilità? Un disco porta con sé il peso di una responsabilità?
Assolutamente sì, ogni volta che si decide di trasmettere un qualsiasi tipo di messaggio bisogna assumersene la responsabilità. Non soltanto quando si tratta di parlare di temi sociali come nel mio caso, ma in generale. C’è un contributo di responsabilità anche nel decidere di non parlare, perché è a tutti gli effetti una scelta precisa, una presa di posizione.
La figura di Khalid rappresenta una ferita collettiva: pensi che la musica possa ancora incidere nel dibattito sull’immigrazione o solo testimoniare?
Onestamente, non so quanto la musica possa incidere nel dibattito sociale attuale, mi sembra che pochissime cose riescano a farlo. Quello che può fare la musica, così come tutte le arti in generale, ma anche le manifestazioni, le proteste, è un atto di resistenza: esprimere dissenso, informare, tenere viva la luce su questi argomenti, provare a smuovere coscienze e trasmettere messaggi importanti.
È importante provare a cambiare le cose, tanto quanto lo sarà in futuro ricordarci di come sono state e, magari, evitare di ripeterne gli orrori.
Emblematica la copertina… il cantautore ormai è nudo, non impiccato ma addirittura libero di suonare a testa in giù… siamo liberi di fare tutto purché legati. Chiediamo libertà in questo forse… ma ne abbiamo consapevolezza? A te la palla…
Mi complimento per l’interpretazione, devo dire che mi piace molto! In realtà il senso originario viene da L’Appeso, un arcano maggiore dei tarocchi, che rappresenta sacrificio e accettazione, attesa e pazienza ma anche un nuovo modo di vedere le cose, un equilibrio precario. In fase di creazione, ci è sembrato quello più idoneo a rappresentare i temi del disco. Tornando al discorso libertà: penso che sia una libertà illusoria, siamo semplicemente liberi di muoverci dentro schemi predefiniti, che generano profitti per pochi e disuguaglianze per tanti. Siamo addirittura liberi di uscire dagli schemi, per rientrare in uno schema più grande ed aumentare la nostra illusione. Citando Giovanni Truppi “la libertà, che è stata lo spauracchio di tutte le tirannie nei secoli dei secoli, adesso non fa paura ma fa soldi”.
E se è vero che ci sono cose e luoghi intramontabili allora il bar è uno di questi simboli. Non trovi? Laboratori di osservazione umana… e non cambia mai, nonostante la rivoluzione di ogni altra abitudine…
Sono assolutamente d’accordo con te. Il bar rimane un luogo/non-luogo della cultura italiana, che sia per un caffè o per una birra. Si ha la possibilità di osservare frammenti di umanità eterogenea, scorsi di vite, si ascoltano i discorsi più straordinari ma anche quelli più banali, è un luogo di incontro, di condivisone di contaminazione. Forse è uno dei pochi luoghi di aggregazione sociale che ancora resiste, anche perché rientra nel schema del consumo (e rieccoci a parlare di libertà illusorie).
Un disco molto acqua e sapone nei suoni e nella direzione artistica.
La voce sembra molto folk, molto “scollata” dal mix degli strumenti. Che scelte hai perseguito?
La scelta principale è stata quella di creare un qualcosa di molto meno folk e più da cantautore, anche per mettere in risalto i testi, che per me sono una parte fondamentale. Volevo qualcosa da poter portare in giro dal vivo anche soltanto con chitarra e voce, senza avere uno “scollamento” dalla versione in studio. Mi piaceva l’idea di una dimensione più intima, anche pensando ai concerti: penso di avere qualcosa da dire e vorrei che le persone mi ascoltassero senza troppe sovrastrutture.



