Polaroid interview: Lowinsky

Esce proprio oggi, 22 febbraio, Oggetti Smarriti, il primo lavoro sulla lunga distanza dei Lowinsky per Moquette Records Con l’occasione, ci siamo scambiati una serie di domande e risposte con la band via mail, e ci è stata data la possibilità di arricchire il contenuto con delle polaroid scattate in vari momenti della vita del gruppo. A rispondere alle domande è il leader Carlo Pinchetti.

Come dite voi stessi, si sente molto nel vostro lavoro la devozione al modo in cui, negli anni Novanta, venivano unite chitarre ruvide e un po’ cupe e melodie, invece, limpide e immediate. Credo che nessuno, però, abbia mai osato applicare questa idea a un songwriting di stampo italiano, e dico questo non solo per la lingua che usate nei testi, ma in generale per lo scheletro delle canzoni. Siete d’accordo? Cosa ne pensate?

Mi fa veramente molto piacere che tu abbia identificato questa caratteristica, perché si tratta a mio parere dell’aspetto che più ci contraddistingue rispetto al resto di una scena peraltro molto interessante. Diciamo che il motivo è molto semplice e naturale, mi spiego meglio: fin da piccolo ho sempre e solo ascoltato musica americana o inglese, ricordo ad esempio che ai tempi, in macchina con i miei, nei lunghi viaggi vacanzieri, si ascoltava Simon&Garfunkel. Sono sempre stato abbastanza impermeabile alle proposte italiane, non necessariamente per una scelta consapevole, forse per un condizionamento ambientale o semplicemente per una preferenza a pelle. Questo fa sì che nel mio scrivere io mi rifaccia, come fanno tutti del resto, a quei suoni che mi girano in testa da sempre; la differenza è che tempo fa nei Daisy Chains sceglievo l’inglese, ora l’italiano. Scrivere nella mia lingua mi ha reso senz’altro più “libero”, per ovvie ragioni: posso esprimermi meglio, i concetti sono migliori ed esposti con più gusto e compiutezza, per non parlare poi della soddisfazione nel vedere gente che canta le tue parole. L’inglese per me era limitante, anche se ai tempi mi sembrava l’unica opzione, ora invece onestamente non potrei più tornare indietro. Tutto ciò mi ha permesso di evitare quel particolare uso delle sillabe e della melodia tipiche della scrittura italiana pop/rock “classica”, a cui invece si rifanno molto spesso i musicisti italiani nel passaggio dall’inglese alla madrelingua. Non si tratta ovviamente di decidere cosa sia meglio o cosa sia peggio, sono semplicemente approcci diversi. Questo è il mio.

Collegandomi alla domanda precedente, vi chiedo: le canzoni vengono scritte già pensando che suoneranno in un certo modo, oppure la composizione avviene solo pensando alla canzone in sé, e il lavoro sul suono arriva dopo?

Diciamo che è un po’ una via di mezzo, nel senso che ogni canzone nasce nel salotto di casa mia o in camera da letto, quindi l’attenzione è innanzitutto per la melodia di base, il giro di accordi e un’idea di argomento o testo che può anche, a livello di bozza, essere preesistente. Successivamente la direzione sonica che dovrà prendere è quasi la canzone stessa a suggerirla, riesco a percepirla chiaramente a scrittura completata. Nella fase successiva viene portata in sala prove e ci si lavora insieme, pensando ad arrangiamenti e singole parti, ognuno ci mette il proprio gusto e la propria abilità. Non siamo però una band che scrive partendo da una jam, trovo insopportabile stare ore in sala prove tentando giri e melodie a caso, mentre si prova inutilmente a comunicare tra un colpo di ride, un feedback e suggerimenti quasi obbligati (ma non necessariamente azzeccati). Non ce la faccio proprio, non riesco a creare niente e mi infastidisco. Mi piace molto, in compenso, lavorare insieme su una canzone già ben strutturata, lì sì percepisco la creatività positiva di ognuno, ottimizzata e incanalata. Siamo una band con dei ruoli ben precisi, forse anche per ottimizzare il relativamente poco tempo che abbiamo a disposizione.

Secondo me, per la riuscita di questo lavoro, sono importanti le atmosfere create dai testi, perfettamente complementari a quelle date dall’unione dei suddetti elementi musicali. Anche qui, vi chiedo se siete d’accordo e cosa ne pensate.

Sono d’accordo, è certamente il disco nel quale ho prestato più attenzione ai miei testi, sono ormai un aspetto della scrittura che mi affascina tantissimo, pur essendo forse quello più complicato, viscerale. Bisogna riuscire ad essere sempre in equilibrio tra semplicità e poesia, senza mai troppo cedere all’una o all’altra componente, e, nel contempo, aderire all’indirizzo della canzone, ai suoni e alle atmosfere. Insomma l’esatto opposto di un cantautore la cui esigenza è prettamente il messaggio, eventualmente accompagnato, rivestito dalla musica, ma come aspetto secondario. Nel nostro caso, seppur nell’ambito di canzoni molto semplici, i testi sono parte essenziale ma componente di pari peso rispetto al resto degli elementi.

Forse, l’aspetto un po’ più in dissonanza rispetto al resto è il timbro vocale, nel senso che, di solito, con questi suoni c’è un cantato più deciso, mentre quello di Carlo sembra quasi volersi adagiare. Però trovo che questo sia un bell’elemento di particolarità e che contribuisce a dare ulteriore interesse al risultato. Voi come la vedete?

Negli anni ho imparato ad apprezzare molto il mio timbro vocale e a sfruttarlo al meglio, però è vero che, come dici tu, con questi suoni ti aspetteresti un cantato più deciso. Ciò detto questa è la mia voce, ed è certamente un tratto distintivo dei Lowinsky e poi…non puoi fare Frank Black se non sei Frank Black… Probabilmente le canzoni nelle quali le mie caratteristiche vengono messe più in risalto sono quelle più acustiche, è una cosa che peraltro noto anche dal vivo.

I riferimenti culturali nei testi sono ampi e variegati, siete tutti e tre eclettici o qualcuno è più appassionato di alcune cose e qualcun altro di altre?

I testi e relativi riferimenti sono farina del mio sacco, mi piace molto la letteratura e ogni tanto provo a riprendere qualcosa nelle canzoni, è un aspetto che mi ha sempre affascinato in tante band che apprezzo. Ne “L’ennemi” addirittura mi sono permesso di riprendere un intero testo di Baudelaire e musicarlo, pensandoci bene forse in questo caso ci siamo macchiati un po’ di hýbris, però credo che, in fin dei conti, la resa sia buona e rispettosa e forse siamo riusciti ad interpretare quelle parole eterne nella maniera corretta. All’interno della band abbiamo gusti molto diversi e ci appassioniamo per aspetti del mondo, della vita e dell’arte a volte anche molto distanti. Giusto per darvi un’idea, se vi interessa l’esoterismo, allora la persona giusta a cui rivolgervi è certamente Tasso, il nostro bassista…

Macigno è la canzone che preferisco, perché l’amalgama tra tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato mi sembra particolarmente riuscito. Vi chiedo di dirmi tutto quello che volete sulla canzone.

Tra quelli che hanno già ascoltato il disco sei il primo a preferire Macigno, il che mi fa molto piacere, perché significa che i pezzi interessanti forse non sono solo due o tre. È stato uno dei primi scritti tra i 10 di Oggetti Smarriti. Nella sua forma embrionale era un pezzo che non aveva trovato posto tra le bozze del secondo disco Finistère (mai registrato), il che, tradotto, significa che l’avevo mandato a Matteo e lui l’aveva bocciato o non l’aveva proprio cagato..ahahah Al momento poi di partire seriamente con il primo nucleo Lowinsky l’ho rispolverato, ho modificato qualcosa, aggiunto qualcosa, ed è diventato un punto fisso del nostro repertorio. Ne esiste anche una versione demo registrata un paio di anni fa sempre da Giacomo Corpino, il produttore del disco, se vuoi te la mando! Il testo è semplice, parla di un rapporto di coppia tossico e della scelta di proseguire per la propria strada, nella seconda strofa c’è peraltro una citazione indiretta di un gruppo francese.

Con l’arrivo del disco, ricominciano i live. Cosa dobbiamo aspettarci da un concerto dei Lowinsky?

Abbiamo già una bella manciata di live programmati, nello specifico segnalo la release ufficiale sabato 22/02 all’Edonè a Bergamo e lo showcase al Rocket Bar a Milano il 25/02. I nostri live sono sempre molto diretti, non siamo tipi da effetti speciali o lunghe prediche, ci piace suonare e interagire con il pubblico, senza essere invasivi. Un tempo ero solito dire che tra un pezzo e l’altro erano consentite solo quattro parole: “one, two, three, four”, poi col tempo, e soprattutto con i live chitarra e voce ho capito il valore della comunicazione e magari qualcosa lo racconto, ma senza esagerare, eh. La vera novità sarà Daniela Fantoni che, dopo averci regalato le sue stupende parti sul disco, il 22 all’Edonè e magari in qualche altro live ci seguirà con il violino, il che per noi è un’opportunità incredibile di cui siamo molto grati, anzi ne approfitto per ringraziarla anche qui. Grazie Daniela!

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