Pit Coccato: le dissonanze di un quasi post rock

Intimo e introspettivo nel tema di questo EP di 5 nuovi brani… intimo e solitario come ci rende la sospensione che nei toni diventa dal sapore “post rock” quando le chitarre regalano scenari nucleari, quasi modi shoegaze di indeterminazione. E la tintura acustica della title track in chiusa non sorprende, anzi amplifica tutto quello che ci siamo prefigurati nel viaggio fino ad ora. Pit Coccato torna con un lavoro firmato anche dalla produzione artistica di Daniele Celona: “Corso Cavallotti 28” non è solo un luogo ma anche una scusa buona per contemplare il mondo attorno, farne di conto e magari perdersi un poco…

Tra le collaborazioni spicca, per quanto mi riguarda, quella con Daniele Celona. A lui rimando anche un certo suono “pieno di ruggine”, quasi distopico… non è un incontro nuovo per te o sbaglio?
Con Daniele ho lavorato anche sull’ep precedente, è sempre un piacere avere a che fare con lui in studio.
È una persona che ti mette con le spalle al muro, specie se non è d’accordo con alcune scelte, ma lo fa perché è estremamente appassionato e coinvolto in quei pochi progetti con cui sceglie di lavorare.

E in generale questa collaborazione dove pensi abbia portato il disco?
Proseguendo il discorso della domanda precedente lo ha sicuramente messo alla prova: alcune cose le abbiamo riscritte dopo un confronto con lui, è una persona senza peli sulla lingua che non ha problemi a dire fuori dai denti quello che pensa. Altre le abbiamo tenute con lo stesso testo perché ci ero troppo affezionato, ma anche qui Daniele mi ci ha fatto riflettere molto. In questo “sparring” di produzione avere un partner che ti evidenzia i punti deboli è fondamentale.

Quanto di questo suono è rimasto “chiuso” in casa? Ad esempio la title track che storia ha? L’unica ad essere lasciata “nuda”…
“Corso cavallotti 28” dà il nome all’ep, lo chiude e descrive un momento ben preciso: quando sei da solo, sei costretto a pensare e non sempre i pensieri che affiorano in certi momenti sono costruttivi. L’arrangiamento di questo brano ricalca questo stato d’animo e il testo parla di una casa dove sono successe tante cose, la prima fra tutte è che ci sono nato. La casa è per ognuno di noi il posto dove si consumano i principali traumi, questo brano è il collegamento con la realtà di tutti i discorsi affrontati nelle canzoni precedenti.

Un disco che parla della “tua gente”… della vita che vivi ogni giorno… più che altro del come percepisci il modo di vivere di chi sta intorno. Secondo te pensi possa essere un lavoro di canzoni utili a chiunque? Dunque ha un qualche “sfondo” sociale?
È un disco corale non solo perchè parla della “mia gente” o della “mia generazione”, ma anche perchè non l’ho scritto da solo. Due amici sono state fondamentali per la scrittura: Carlo e Kush. Ci siamo messi nella condizione di poter descrivere una generazione in forte contrasto con la precedente raccontandone i punti deboli. Questo disco in particolare è dedicato alle persone che crollano sotto le pressioni del mondo esterno, o persone che fanno fatica con le proprie piccole battaglie quotidiane, chi viene lasciato indietro da una cultura che premia il successo a prescindere dall’impegno.

Dal vivo come pensi di farlo suonare?
Per la maggior parte del tour lo porterò in giro assieme alla mia amica AgneMag, fotografa e musicista molto talentuosa. L’idea è di ridurre all’osso tutto quello che è la parte musicale e costringere il pubblico a stare attento sul testo delle canzoni. Il risultato è un duo chitarra elettrica, chitarra acustica e due voci con un’anima fortemente grunge: un po’ come l’MTV unplugged degli Alice in Chains, ma con tutti i denti in bocca.

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