Intervista – Kashmere
In occasione dell’uscita del suo singolo, “James Brown”, abbiamo deciso di gettarci nella scoperta di Kashmere, al secolo Luigi Maglione, cantautore toscano classe ’00 ormai da qualche anni trapiantato in Svizzera: il ragazzo sembra avere le idee chiare su quale sia la musica che vuole fare, e il suo brano pare essere la sicurezza di una consapevolezza speciale, che non lascia spazio a pose. Buona lettura!
Benvenuto su Indieroccia, Kashmere. Allora, partiamo dall’inizio: come nasce il tuo rapporto con la musica e quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo delle sette (che poi sono tredici) note…
Ciao Indieroccia! Piacere di conoscervi! Il mio rapporto con la musica nasce con me il 20/12/2000. Spesso i miei genitori mi raccontano che, fin da piccolissimo, passeggiando insieme, capitava che di fronte ad artisti di strada o a qualsiasi altro suono musicale proveniente da qualche locale, iniziassi a ballare cercando di attirare l’attenzione dei passanti. Crescendo ho iniziato a suonare la chitarra e a cantare, perlopiù da autodidatta, fino a quando, a 15 anni, ho incominciato a scrivere e a produrre miei brani. Dopo diversi anni di esperienze, soprattutto in studio di registrazione, che mi hanno permesso di maturare molto artisticamente, ho deciso di uscire allo scoperto, ed eccomi qui.
Se dovessi raccontarti in tre aggettivi, quali sarebbero? Se ti va, spendine anche uno che proprio non ti rappresenta…
Dinamico. Non riesco a stare fermo un attimo. Devo sempre avere qualcosa da fare e, per questo, mi capita di stressare anche chi ho attorno. Diciamo che sono un bel rompi palle.
Ironico. Mi piace ridere, essere spiritoso, cercare di sdrammatizzare, per quanto possibile, e accogliere a braccia aperte i lati positivi che ogni circostanza può regalare. Prendersi troppo sul serio non serve a niente. Farsi una risata piuttosto, può farti sentire meglio.
Perfezionista. Qualsiasi cosa faccia, la devo fare bene, soprattutto se si tratta di musica, altrimenti è un bel casino. Non mi sentirei mai a posto con me stesso, sapendo di non aver fatto del mio meglio.
Un aggettivo che non mi rappresenta? Paziente. Non sono affatto paziente. Sono piuttosto ansioso, a dir la verità!
Passiamo alle cose immanenti. Oggi, esordisci nel mondo dell’”indipendente”. Ma ha ancora senso questa parola, “indipendente”, secondo te? Cosa vuol dire, oggi, essere “indipendente”?
Certo che ha senso! Indipendenza significa non avere vincoli, poter essere libero di scegliere, e per l’artista la libertà è tutto, altrimenti come potrebbe esprimere sé stesso attraverso la propria musica? Gli artisti indipendenti hanno solo la sfortuna di non ricevere le stesse attenzioni di progetti di maggior riscontro nel panorama discografico, ma testimoniano la sopravvivenza della sperimentazione e dell’innovazione musicale italiana, oltre ad essere parte del cuore pulsante dell’economia del nostro settore. Sono molto felice di farne parte.
“James Brown” è un bel modo di dire al mondo che esisti, attraverso un singolo che incrocia pop e funk in una mistura musicale che comunque non declassa il testo a mero comprimario, anzi. Perché proprio “James Brown”? Che rapporto hai con la musica del celebre artista?
Sono sempre stato un fervido appassionato del Funk, e quindi anche di uno dei suoi pionieri, James Brown, che, insieme ad altre icone come Prince e Michael Jackson, rappresentano alcune tra le mie più grandi ispirazioni musicali di sempre. Di conseguenza, non potevo non citare un pilastro come James nel mio singolo d’esordio. Poter condividere con voi e i vostri lettori la mia passione per certi artisti mi fa davvero molto piacere. I feel good, I knew that I would!
Chi meglio di te, ascoltando “James Brown”, può rispondere a questa domanda: come si fa a liberarsi di una relazione che ci inchioda e non ci permette più di sentire il “funky”?
Io credo che nulla, soprattutto in una relazione, debba essere forzato. Se non ci sono più le stesse “funky” positive vibrations con cui tutto è iniziato e che hanno permesso alla relazione di essere portata avanti, forse significa che è davvero arrivato il momento di lasciar scorrere i titoli di coda fino al “The End”. Ma non è mai così semplice, come canto in “James Brown”. Anzi, visto il testo del brano, sono proprio il meno adatto a dare consigli in certi ambiti ahahah.
Consigliaci tre artisti emergenti che magari non conosciamo e dovremmo a tutti i costi scoprire.
Non posso che consigliarvi 2 band e un’artista che conosco personalmente (e con cui collaboro spesso), tutti adepti del G.Lab Studio: i Volpe (Nicola Gaddi, Valentino Monti e Lorenzo Bertoni), i Téracomera (Gabriele Brolatti, Timo Orlandi, Giacomo Loré, Deborah Deste, Filippo Benacci e Matteo Lampis) e Leo Caleo. Sono molto forti, sono felice e fortunato ad averli anche come amici.



