Intervista: Joseph Martone
Abbiamo sentito Joseph Martone per parlare di Endeavours, il suo nuovo disco. Un nuovo passo verso l’approfondimento del suo percorso artistico, tra radici italo-americane, silenzi, memoria, collaborazioni internazionali e resilienza emotiva .
IR: In che modo Endeavours rappresenta un’evoluzione del tuo percorso artistico e quali sono le principali differenze che percepisci rispetto a Honey Birds?
JM: Più che un’evoluzione in senso lineare, Endeavours rappresenta un approfondimento. Honey Birds è nato da un’urgenza emotiva molto forte e aveva il bisogno di mettere a fuoco un certo buio interiore. Endeavours parte da lì, ma prova a guardare cosa succede dopo: cosa resta, come ci si muove, come si convive con certe fratture. Dal punto di vista musicale ho lavorato di più sugli spazi, sulle dinamiche, sul peso del silenzio. È un disco forse meno immediato, ma più stratificato, che richiede tempo e restituisce molto all’ascolto ripetuto.
IR: Per questo album hai rinnovato la collaborazione con Taylor Kirk (Timber Timbre) e Mike Dubue. Com’è stato lavorare con loro tra l’Italia e il Canada e in che modo hanno influenzato il suono finale del disco?
JM: Con Taylor c’è un’intesa che va oltre il lavoro: condividiamo un certo modo di intendere la musica come racconto emotivo. Con Mike, invece, si è aggiunta una dimensione molto forte legata agli arrangiamenti e al suono degli ambienti. Lavorare tra Italia e Canada ha reso tutto più fluido, meno programmato. Ogni luogo ha lasciato un’impronta precisa: Napoli per il cuore del disco, Ravenna per la rifinitura, il Québec per la profondità e il respiro. Taylor ha aiutato a tenere insieme la visione complessiva, Mike ha spinto alcune canzoni verso territori che da solo probabilmente non avrei esplorato.

IR: Sei un artista italo-americano e la tua musica fonde i ritmi di entrambe le culture. Come riesci a far convivere l’immaginario cinematografico di Sergio Leone e le suggestioni morriconiane con le tue radici campane e l’anima americana?
JM: Il processo di mischiare sonorità e generi è per me un’attitudine naturale. L’immaginario di Morricone e di certo cinema italiano fa parte della mia infanzia tanto quanto il blues, l’Americana o la musica ascoltata negli Stati Uniti. Le radici campane entrano nel modo in cui penso le melodie e gli arrangiamenti, l’anima americana nel ritmo e nel rapporto con il blues e la jam. Sono due mondi che convivono senza conflitto, perché fanno entrambi parte della mia storia personale.
IR: Nelle note di presentazione si parla del vigneto di famiglia come di un’ancora di salvataggio e di un luogo dove, nonostante tutto, bisogna portare a termine il raccolto. Che valore simbolico ha per te la terra e questo ciclo continuo di ritorno alle origini?
JM: La terra rappresenta qualcosa che va portato a termine, anche quando tutto intorno sembra instabile. Il vigneto di famiglia è un luogo concreto, fatto di fatica, stagioni e attese, ma anche un punto fermo. In Endeavours questa idea del “fare comunque il raccolto” diventa una metafora: nonostante le separazioni, i cambiamenti, le perdite, c’è sempre qualcosa che va curato e portato avanti. È un ritorno alle origini, ma anche un modo per andare avanti.
IR: L’album vede la partecipazione di musicisti come Fabio Rondanini e Francesco Giampaoli, oltre alle voci di Rebecca Noelley e Marianna d’Ama. In che modo questi talenti hanno arricchito Endeavours?
JM: Fabio e Francesco hanno dato al disco una solidità e una sensibilità incredibili. Sono musicisti capaci di suonare per il brano, non per se stessi, e questo era fondamentale per un album così atmosferico. Le voci di Rebecca e Marianna hanno aggiunto una dimensione emotiva nuova, quasi cinematografica. Non sono semplici cori, ma presenze che danno valore al lato più intimo del disco
IR: Le tue canzoni esplorano l’infanzia, l’adolescenza e temi come l’amore, il dolore e la famiglia. Quanto è stato catartico trasformare esperienze personali, a volte dolorose, in un cast di “personaggi colorati” che animano le tue tracce?
JM: È stato necessario più che catartico. Scrivere canzoni per me è sempre un modo per prendere distanza dalle cose, per poterle in qualche modo osservare. I personaggi di Endeavours nascono da esperienze reali, spesso dolorose, ma diventano figure autonome, quasi teatrali. Questo mi permette di raccontare storie molto personali senza restare intrappolato nell’autobiografia.

IR: Qual è il segreto del legame artistico con Ned Crowther e come si svolge solitamente il vostro processo di scrittura a quattro mani?
JM: Con Ned c’è una fiducia totale. Ci conosciamo da anni e sappiamo quando intervenire e quando fare un passo indietro. Spesso parto io da un’idea, un testo o una struttura, e lui entra mettendo ordine, suggerendo direzioni, o ribaltando completamente un punto di vista. È un dialogo continuo, molto libero, che si basa sull’ascolto reciproco più che su un metodo fisso.
IR: Il video del primo singolo vede la collaborazione tra il regista Antonio Zannone e il direttore della fotografia Antonio De Rosa. Quanto è importante per te che l’immagine rifletta quel gioco di luci e ombre presente nella tua scrittura?
JM: Credo che musica e immagine debbano andare di pari passo e con Antonio Zannone e Antonio De Rosa c’è stata subito sintonia nel rappresentare visivamente il non detto e le tensioni irrisolte. È stato quindi naturale richiamare una certa atmosfera e certi chiaroscuri, questa sensazione di stare in bilico tra luce e ombra
IR: Riuscirai o hai in previsione di portare live Endeavours? Nel caso con che formazione?
JM: Sì, sicuramente. Faremo una presentazione il 20 febbraio all’Auditorium di Napoli e alcuni showcase in Italia, anche in contesti più intimi come i record store. In autunno partirà poi un tour europeo con una formazione che stiamo costruendo per rendere dal vivo la complessità del disco. Sarà un live in continuità con Honey Birds, ma più orchestrale, più dettagliato, cercando di mantenere quell’equilibrio tra atmosfera e impatto emotivo.



