Interview: Sofia Gobbi
Lo scorso 16 gennaio è uscito Bigger Man, il debutto sulla lunga distanza di Sofia Gobbi, figlia di padre italiano e mamma californiana e attualmente di stanza a Londra. Sono stato subito colpito da un lavoro che attraversa con naturalezza e personalità tre decenni di indie-rock, mettendo assieme con gusto e personalità la botta sonora e emotiva dei primi Garbage, l’esuberanza degli Yeah Yeah Yeahs e la sfrontatezza delle Lambrini Girls e di altre band più di nicchia come le concittadine Dream Nails. Per questo, sono stato molto contento di poter mandare una serie di domande via mail all’artista e, soprattutto, di aver ricevuto le interessantissime risposte che potete leggere qui sotto.

I tuoi primi singoli “Ten” (2022) e “Waiting Room” (2023) hanno sonorità piuttosto diverse da quelle dell’album appena uscito, a parte un paio di brani che le riprendono. Come si è sviluppato il percorso che parte da quei suoni acustici e dal fingerpicking e arriva all’indie-rock molto più deciso e risoluto che proponi oggi?
Quando mi sono trasferita a Londra ho iniziato a suonare a ogni open mic possibile. Fino ad allora avevo suonato quasi solo nella mia camera da letto in Italia. Le mie canzoni erano molto intime e introspettive, quindi ritrovarmi improvvisamente in pub rumorosi, dove spesso nessuno ascoltava davvero, è stato un po’ frustrante: mettevo tantissima cura nei testi e desideravo che venissero ascoltati. Dopo una di quelle serate ho scritto “Waiting Room”: un brano che parte delicato e poi cresce fino a un’esplosione finale. Il giorno dopo l’ho suonato dal vivo e, alla fine, nella sala c’era silenzio. Tutti ascoltavano. In quel momento ho capito che non dovevo scegliere tra intimità ed energia: potevo avere entrambe. Vedo “Waiting Room” come un ponte tra il mio suono più acustico e quello attuale, più deciso e indie-rock. Con questo album sento di aver trovato davvero la mia voce: è un suono che rispecchia di più la mia personalità, il modo in cui voglio stare sul palco e le emozioni che voglio far vivere a chi ascolta i miei brani o viene ai concerti.
Il progetto è a tuo nome, ma il suono dell’album è più da band che da artista solista. Chi ha suonato e sta suonando con te e come funziona l’interazione fra te e i tuoi musicisti?
Il disco l’abbiamo scritto e suonato solo io e il mio co-writer/co-produttore. Anche se il suono può sembrare “da band” per energia e dinamica, è sempre stato pensato come un progetto solista con una visione precisa. La full band la stiamo mettendo insieme adesso per i live. Lì l’interazione diventa fondamentale: ognuno porta la propria sensibilità e i brani prendono una forma nuova grazie allo scambio, anche con il pubblico. Quando scrivevamo, però, volevo già che fosse un album divertente da suonare per tutti sul palco, non solo per me: per questo abbiamo curato arrangiamenti e dinamiche pensando anche alla dimensione live, e questo ha influenzato molto il suono finale.
In particolare, nella parte musicale e di arrangiamento mi sembra di percepire una forte importanza del ritmo, sia quello propriamente prodotto dalla sezione ritmica che quello “interno” dato dalla cadenza dei giri di chitarra. Cosa ne pensi?
Hai colto un punto importante. Per me il ritmo non è solo quello della batteria o del basso, ma anche quello della chitarra e della voce. Anche quando scrivo in acustico penso già alla pulsazione del brano. Alla fine voglio che queste canzoni facciano muovere le persone, soprattutto dal vivo. Per questo il ritmo è così centrale nel mio modo di scrivere.

Al primo ascolto, non essendo madrelingua inglese, mi sono subito fatto catturare dalla musicalità e dalla vocalità del disco, ma approfondendo si nota moltissimo l’importanza dei testi, per cui ti chiedo se, secondo te, le parole che canti sono il vero cuore della tua proposta.
Ho sempre nutrito un profondo amore per il linguaggio e per le sue sfumature. Lavoro sui testi con grande attenzione e rispetto perchè le parole hanno un peso e una bellezza che meritano cura. Essendo cresciuta tra Italia e Stati Uniti, ho capito presto che c’è chi ascolta soprattutto la melodia e magari non comprende il testo, e chi invece mette le parole al centro. Con questo disco volevo offrire entrambe le cose: melodie forti e immediate, a cui potersi aggrappare anche senza capire l’inglese, ma anche testi curati per chi ha voglia di andare più a fondo.
Nei tuoi testi ti mostri come una persona forte e in grado di stare in situazioni anche scomode perché riesci a sfruttarne solo gli aspetti positivi senza lasciarti buttare giù da quelli negativi. Quanto è importante credere così tanto in sé stessi secondo te, sia per far strada nella musica che per vivere nel mondo di oggi?
Penso sia importante sentire tutte le emozioni, anche quelle più scomode. Ci sono momenti in cui gli aspetti negativi mi buttano giù eccome. La differenza sta in quello che fai dopo: rialzarti, ricordarti chi sei, trovare persino un po’ di ironia dentro una delusione — quello per me è potente. Ed è proprio di questo che parla il disco. Credere in sé stessi per me vuol dire sapere chi sei, con i tuoi punti di forza e i tuoi limiti, e continuare comunque a provarci. Accettare che sbaglierai, che imparerai strada facendo, e non smettere per questo di darti una possibilità. Nella musica come nella vita è fondamentale: se non credi tu in quello che fai, difficilmente lo farà qualcun altro.
Dall’altro lato parli di maschi insicuri, indecisi e incapaci di prendere iniziative, ma purtroppo le cronache sono ancora piene di persone di sesso maschile che, invece, di iniziativa ne prendono fin troppa e decisamente nel modo sbagliato. Immagino che di maschi arroganti e prevaricatori ne abbia incontrati anche tu, nel mondo della musica e non. Cosa vuoi dire su questo argomento?
Quando parlo di uomini insicuri mi riferisco a una fragilità che spesso non viene riconosciuta o affrontata. Il problema nasce quando quell’insicurezza si trasforma in bisogno di controllo, arroganza o violenza. Sì, ho incontrato atteggiamenti prevaricatori e violenti, come purtroppo molte donne. E credo che il punto sia proprio questo: imparare a riconoscere le proprie fragilità invece di scaricarle sugli altri. Negli ultimi anni si è iniziato a parlare di più di salute mentale e a incoraggiare anche gli uomini a parlare delle proprie fragilità e a farsi aiutare, ma c’è ancora tanta strada da fare. La vulnerabilità non è una debolezza: diventa pericolosa quando viene negata e si trasforma in qualcosa che fa male agli altri. Serve responsabilità individuale, ma anche un cambiamento culturale profondo su cosa significhi essere uomini oggi.
In tutto questo non ti ho ancora chiesto della tua voce, che mi piace tantissimo per espressività e versatilità. Con un ventaglio vocale così ampio a tua disposizione, il modo di cantare ogni volta usato è frutto più dell’istinto o di uno studio attento?
Direi che la risposta è: entrambe le cose. Ho studiato e continuo a studiare, perché la voce è uno strumento e va conosciuto a fondo. Però quando registro o salgo sul palco cerco di non pensare troppo alla tecnica. Il modo in cui canto nasce soprattutto dall’emozione che voglio trasmettere: a volte serve controllo, altre volte quasi lasciarsi andare. Mi affido molto all’istinto, ma è un istinto che poggia su una base tecnica solida.
La mia canzone preferita è l’iniziale Trouble, che fin dai primi secondi mi ha catturato e mi ha invogliato a mantenere alta l’attenzione per tutta la durata del disco. Ti chiedo semplicemente di dirmi tutto quello che vuoi su questo brano.
Trouble è una vera e propria dichiarazione di intenti. È un brano molto energico, ma sotto c’è un messaggio preciso: parla di quella rabbia che spesso alle ragazze e alle donne viene insegnato a reprimere, della frustrazione di sentirsi messe in una scatola o giudicate secondo standard impossibili. È uno sfogo, ma anche un atto di liberazione. Mi piace che abbia un tono un po’ ironico, quasi provocatorio, perché non è un brano vittimista: è più un “se essere me stessa è un problema, allora sarò un problema”. È la porta d’ingresso ideale per questo album.

Di solito non chiedo della parte di artwork perché mi sembra una domanda troppo scontata, ma nel tuo caso mi piace così tanto che non posso non chiederti, anche qui, di dirmi tutto ciò che vuoi su questo aspetto.
Avevo in mente il concept fin da quando ho iniziato a scrivere l’album. Mentre lavoravo alla copertina pensavo spesso a Rough Trade East a Londra, che è il mio negozio di vinili preferito. Mi immaginavo il disco lì, tra tutti quei grandi album, e mi chiedevo: cosa potrebbe farlo spiccare? Cosa potrebbe farti venire voglia di avvicinarti e prenderlo in mano per curiosità? È stato proprio questo pensiero ad aiutarmi a capire che tipo di immagine volevo creare. Non volevo un’immagine solo estetica, ma qualcosa che raccontasse una storia e rispecchiasse la stessa tensione tra forza e vulnerabilità dei brani. Per me non è un dettaglio decorativo, ma parte integrante del progetto. La copertina è stata scattata da Ryan Saradjola, con l’aiuto di mia sorella Julia: è stata una giornata divertentissima. Ho trovato molta gioia anche nel processo di editing. Essendo un progetto completamente indipendente, è stato un percorso molto personale e organico.
Cosa prevede l’attività live ora che il disco è uscito? In quanti sarete sul palco e c’è speranza di una o più date italiane?
Ora che il disco è uscito voglio portarlo il più possibile dal vivo. Saremo sul palco in formazione band, siamo in quattro, e sono super entusiasta perché dal vivo queste canzoni prenderanno vita in un modo diverso. Sarà davvero divertente suonarle insieme. Le ho scritte pensando proprio alla dimensione live, immaginando l’energia del palco, quindi non vedo l’ora di condividerle così come le avevo in testa fin dall’inizio. E sì, verrò a suonare in Italia quest’estate: stiamo ancora definendo le date, ma le annunceremo presto.


