Interview: Renico

Complanari è il titolo del secondo singolo di Renico che anticipa l’uscita del suo EP in primavera. Il brano è un racconto della mancanza in tutte le sue forme, rappresentata tramite immagini apparentemente distanti che fanno da cornice alla storia di un rapporto senza tempo, sesso né contesto. Non a caso il linguaggio è caratterizzato dalla polisemia di alcuni termini: “E allora aspetterò che tu ritorni ad albeggiare qui”, questa una delle immagini finali del brano che lascia un dubbio: è una giovane storia d’amore appena finita o il desiderio irrealizzabile di chi ha passato una vita amando qualcuno che ora non c’è più? Ecco cosa ci ha raccontato…

Cominciamo parlando un po’ di te! Prima di tutto, da cosa nasce ‘Renico’?
Renico nasce con Enrico. Credo sia una parte di me che si è fatta avanti solamente dopo un po’. È il risultato della mia attitude ad osservare, dei racconti di mio nonno e della necessità di evitare le imposizioni.

Le tue tematiche sono molto profonde, al limite del nichilismo, quanto c’è di te in quello che scrivi?
Molto più di quanto credevo. Ciò che scrivo rappresenta perfettamente le varie sfaccettature del mio carattere e del mio modo di vedere le cose.

Quello che racconti nella tua musica lo vedi come sintomo di questo specifico contesto storico-sociale?
Non ho mai cercato un nesso tra ciò che scrivo e ciò che vivo. Ma questo non significa che non ci sia. Alla fine siamo tutti falsi indipendenti che dipendono da quello che ci circonda o, che meglio, ci colpisce. Sicuramente avverto una sensazione generale e generalizzata di instabilità.

Quanto pensi che possa essere condiviso dalla tua generazione e anche dalle altre?
Beh la mia speranza è che le parole abbiamo un valore transgenerazionale. Il mio modo di scrivere lo definirei induttivo proprio perché l’intenzione è quella di rendere il ‘mio’ particolare quanto più generale e condivisibile. Non so se ci sono ancora riuscito!

Ti sei visto cambiare ultimamente?
Sotto alcuni aspetti si, sono più critico e meno frettoloso.

La tua musica sembra aver optato per delle sonorità più fresche, questo come si concilia con te e il tuo percorso?
La scelta delle sonorità più che stilistica credo sia temporale ma in ogni caso mi ritrovo molto. Da un lato voglio raggiungere delle strutture musico-testuali distintive e dall’altro non voglio pormi dei limiti perché ho ancora molto da dire e soprattutto da imparare.

Se ti dovessi proiettare in un film, che ti rappresenti, quale sceglieresti?
“Miseria e nobiltà” di Mattoli. Rappresenta la sintesi della mia veduta.

C’è qualcosa che ci vuoi dire, che magari non hai messo nella tua musica, ma pensi sia importante da condividere?
Sarebbe bello meravigliarsi più spesso, senza cerca di meravigliare nessuno.

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