Interview – Metcalfa

Metcalfa, la musica come luogo da attraversare

Ci sono dischi che si ascoltano e dischi che sembrano chiedere di essere attraversati. Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song, il nuovo lavoro di Metcalfa, alias di Metello Bonanno, appartiene alla seconda categoria: undici tracce che costruiscono una geografia fatta di luoghi reali e immaginari, memorie, suggestioni cinematografiche e paesaggi sonori. Dalla Shangri-La di Orizzonte perduto a Lund, passando per l’universo enigmatico di Twin Peaks, il disco non racconta tanto dei luoghi quanto il modo in cui quei luoghi possono sedimentare dentro di noi e trasformarsi in emozione.

Al centro c’è una ricerca musicale che sfugge alle classificazioni troppo rigide. Batteria e pianoforte dialogano con l’elettronica, il jazz incontra il sound design e l’improvvisazione diventa parte integrante della scrittura: è quella zona di confine che Metcalfa definisce hybrid jazz, un linguaggio che nel tempo ha smesso di essere una semplice somma di influenze per diventare una cifra personale.

Ma forse la caratteristica più interessante di questo nuovo lavoro è proprio la sua disponibilità a non spiegare tutto. I titoli evocano immagini precise, mentre la musica lascia volutamente sfumati i contorni, permettendo all’ascoltatore di completare il paesaggio con il proprio immaginario. È una dimensione che attraversa anche le parole di Metcalfa, musicista curioso e poco incline a considerare la musica come un territorio già mappato. E allora, tra jazz, elettronica, Twin Peaks e persino la scrittura stenografica, abbiamo provato a capire da dove nasce questa geografia così personale e dove potrebbe portarlo.

In questo disco ci sono luoghi reali, come Lund, e luoghi che esistono soprattutto nell’immaginario, come Shangri-La e Twin Peaks. Che cosa deve avere un luogo per diventare, per te, materia musicale? È più importante averlo vissuto o averlo immaginato?

Io credo che sia importante sentirne l’energia. A volte capita che ci sentiamo a casa in luoghi dove siamo stati per pochissimo tempo o che addirittura non abbiamo ancora visitato. Credo che sia un insieme di cose e, soprattutto, di come noi viviamo il “luogo” attraverso le nostre emozioni e le nostre suggestioni.

Quali sono le tue influenze musicali, e in particolare quelle che ti hanno portato qui? C’è qualcosa che, ascoltando l’album, non potremmo mai immaginare?

Le mie influenze sono tantissime, ma se dovessi citarne un paio e basta direi Yussef Dayes e Richard Spaven. Mentre per quanto riguarda l’influenza insospettabile direi assolutamente Solar Fields, musicista svedese che si è occupato della colonna sonora di Mirror’s Edge, uno dei miei videogiochi preferiti in assoluto.

Il termine “hybrid jazz” sembra descrivere non solo una fusione di generi, ma proprio un modo di pensare la musica: batteria e pianoforte da una parte, elettronica dall’altra. Nel momento in cui componi, però, senti ancora il bisogno di distinguere questi mondi oppure ormai per te fanno parte di un unico linguaggio?

Assolutamente sì, per me è proprio un modo di pensare la musica e soprattutto la composizione. E per quanto riguarda la seconda domanda: no, ormai è la base da cui parto. C’è stato un tempo in cui tendevo a separarli perché sentivo di dover dimostrare (a chi non si sa) di conoscere entrambi i mondi. Grazie al cielo questa dinamica me la sono lasciata alle spalle.

Ascoltando il disco si ha quasi la sensazione di attraversare una serie di scenari più che di seguire una narrazione lineare. Quanto è importante per te lasciare degli spazi vuoti, delle immagini non completamente definite, perché sia l’ascoltatore a costruire il proprio significato?

Per me non importante, ma FONDAMENTALE. Io sono sempre stato un grandissimo fan del non detto, del chiaroscuro, dei contorni sfumati e dei finali aperti. Per un semplicissimo motivo: stimola il cervello. Che poi in alcune persone stimoli la creatività mentre in altre la curiosità o metta anche “a disagio”, poco importa. L’importante è pensare fuori dagli schemi. Dove non arriva il talento, arriva la fantasia.

Quale domanda avremmo assolutamente dovuto farti, e invece qual è la risposta?

“Che programmi hai per il futuro?” Non ne ho la più pallida idea raga, pensate che stamattina mi sono alzato con l’impulso di imparare la scrittura stenografica. Lo scopriremo andando avanti, giorno per giorno.

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