Interview: Massimo Martellotta

Oltre che ad essere il chitarrista e tastierista dei Calibro 35, Massimo Martellotta vanta una carriera che pochi in Italia possono vantare, sia per credibilità che qualità. Abbiamo parlato con lui a proposito dei cinque capitoli solisti dal titolo One man session che in questi mesi stanno uscendo (siamo al terzo) che lo vedono impegnato in solitaria con i più disparati strumenti. Ovviamente abbiamo strappato anche qualche indiscrezione sulle prossime mosse in casa Calibro 35 e la ricetta del riso all’arancia e taleggio.

IR: da solista in passato avevi solo lavorato a colonne sonore o spot, come mai hai avuto l’esigenza di dare alle stampe i volumi della serie One Man Sessions?

MM: quello che ho fatto finora è rimasto tra gli addetti ai lavori ho composto quella che si chiama musica funzionale, cosa che mi diverte molto fare. Questo tipo di musica riguarda più l’aspetto della comunicazione, un aspetto di questo lavoro che mi è sempre interessato.

Per One Man Sessions ho semplicemente palesato quello che ho sempre fatto fin da quando iniziai a suonare il pianoforte, la chitarra e tutto il resto, cioè produrre musica sia per allenamento sia per il piacere di farla. Succede che quando lavori dietro le quinte come nella produzione di dischi o anche nei Calibro 35, capita di acquisire delle abilità o affrontare delle problematiche che altrimenti non avrei mai affrontato.

Da un po’ ho questo studio in casa, dove riesco a lavorare da solo e in questi due anni ho preso tutti gli strumenti, me li sono messi attorno e ho suonato come se fosse un flusso di coscienza e piano piano ha preso forma il progetto.

IR: la scelta di farli uscire solo in vinile e digitale da cosa è stata dettata?

MM: essendo nell’ambiente da un po’ di anni ho notato, me compreso, che chi è nato nella generazione dei cd ora non li compra più. Io credo siano due ma anche tre anni che non ne maneggio uno, a parte i demo che ci mandano. Uso di più il vinile e questa cosa le vedo dalle vendite dei Calibro, che è vero che è un progetto che si presta al vinile, ma la differenza si vede. Il formato ‘solo vinile’ mi è sembrata la scelta giusta. Mi sono chiesto che a chi poteva interessare e a chi potevo “parlare” e ho deciso che lo avrebbero voluto in digitale o in vinile.
Mi ha sorpreso che il box con tutti e cinque i vinili sia quasi esaurito, figurati che è una cosa che io non volevo neanche fare ma mi ha convinto il discografico, Cinedelic, e soprattutto ad oggi siamo al volume 3 e ne mancano ancora due, quindi molti stanno acquistando al buio, sulla fiducia!

IR: come hai scelto le tematiche per ogni volume? È stato semplice suddividere i brani nei cinque capitoli?

MM: molto è venuto da un mio problema/qualità che arriva dai lavori di musica funzionale cioè di doverti prestare a tante cose e dalla mia curiosità attorno agli strumenti e a qualsiasi cosa che emetta musica, sono attratto da ciò che emette suoni.

Ogni volume ha una storia un po’ a sé ma almeno tre su cinque sono nati dalla coscienza di farli in un certo modo. Per ognuno ho scelto i “pennelli” e ho spento tutti gli altri strumenti. Ad esempio Sintesi è nato così, in un paio di notti abbastanza oniriche l’ho inciso e ho reputato ci fosse della narrativa interessante dentro tanto da essere pubblicata.

Mi interessava anche come cosa puramente personale per puntare l’occhio su un sacco di gente che mi vedeva solo come il chitarrista o il tastierista dei Calibro 35, ora è palese che so maneggiare anche altro.

IR: l’ultimo dei cinque volumi si intitolerà Just cookin’, ha a che fare con la tua passione per la cucina?

MM: (ride ndr) in realtà ti anticipo che l’ultimo sarà quello più in linea rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare da un componente dei Calibro. Il titolo viene dal jazz: il cooking è un groove che tieni e lo “cucini”, se vedi Jimmy Smith e Wes Montgomery fecero un disco (Dynamic Duo ndr) dove mangiavano un panino in copertina, il cooking è proprio nell’estetica del jazz. Il taglio è anche ironico perché i groove sono anche abbastanza “happy” per farti un esempio più the di Convergere in Giambellino è sullo stile di Travelers e poi ci ho messo la mia passione per la cucina chiudendo il cerchio. Se pensi che il primo era solo sintetizzatori! (ridiamo ndr) Lo scopo è far vedere che entrambi gli aspetti mi appartengono.

Pensa che ogni brano avrà il titolo di un piatto.

IR: hai idea di quanti strumenti hai suonato?

MM: un numero preciso non lo so, sono tanti ma non tantissimi.

IR: ma su ognuno avevi un’esperienza significativa o su alcuni ha imparato al momento?

MM: dipende, su alcuni avevo esperienza, su altri no. In One Man Orchestra le parti di clarinetto le ho dovute studiare e imparare. Questo è un modo di lavorare abbastanza comune nelle registrazioni dei dischi, soprattutto con le percussioni mi piace usare delle cose particolari come nell’ultimo volume si possono ascoltare dei paper shaker.

Ogni volume ha la sua storia, ad esempio One Man Orchestra è scritto dall’inizio alla fine, mentre per gli altri ho provato a catturare il momento in cui arrivava l’idea della scrittura della melodia e mi sono tuffato. Le scelte sono state solo per gli strumenti.

Altro esempio per Underwater, che in realtà è nato per primo, mi sono immaginato immerso in un acquario, cosa che mi sembra di essere quando si è in uno studio di registrazione con le vetrate davanti che volendo puoi chiudere e non sentire nulla. Ho sempre amato l’idea che immergersi nella musica sia simile ad immergersi in acqua.

IR: tra gli strumenti di cui non avevi tanta esperienza quale ti è sembrato il più ostico?

MM: ti parlavo prima del clarinetto che però, suonando il flauto traverso nei provini dei Calibro 35, e avendo le stesse posizioni non è stato uno scoglio così enorme, il problema è l’utilizzo della bocca e trovare l’ancia giusta.

Avevo provato ad approcciarmi alla tromba tempo fa. Ha un suono che mi piace moltissimo ma da autodidatta è difficile, c’è bisogno di qualcuno che ti aiuti perlomeno ad iniziare, per ora l’ho abbandonata. Invece amore a prima vista l’ho avuto per i sintetizzatori, mi hanno sempre affascinato ma non avevo mai capito quanto fossero simili ad uno strumento acustico anche a livello delle dinamiche del suono.

IR: questo progetto lo possiamo collocare vicino ai lavori di artisti come Nils Frahm o Olafur Arnalds, più in generale ai compositori che mischiano la musica classica con l’elettronica?

MM: quello che descrivi è un tipo di mondo che mischia delle estetiche molto ampie e che sia un fenomeno molto interessante e ad esempio Nils Frahm mi piace moltissimo, ha un gusto assoluto e riesci a vedere quando crea una cosa e la crea dal vivo. In lui non trovo nessuna deriva classica anche se l’immaginario che crea lo evochi. Di lui mi piacciono molte cose, meno quelle dove ha fatto i remix, lo trovo più interessante quando è da solo come l’ep di qualche anno fa (Solo del 2015 ndr). Le performance live sono bellissime.

IR: certo non saranno tutte uguali!

MM: ne ho viste due o tre dello stesso tour e ha dei pattern che ripete, d’altronde è solo con ha intorno venti tastiere, qualcosa può variare ma ne non si dà una scaletta è perso. Adoro la colonna sonora di Victoria, ha la copertina rossa, il film immagino l’abbiano visto in tre (ridiamo ndr) ma lo riascolto in continuazione.

IR: cosa dobbiamo aspettarci dalle nuove date dei Calibro 35?

MM: la risposta ufficiale è: sarà una grande sorpresa (ridiamo ndr), la mia è che non avendo ancora fatto le prove non lo so con certezza. Ora che è uscito il rifacimento di Travelers cantato da Elisa Zoot l’idea sarebbe portare dal vivo qualche pezzo cantato in queste tre date ma è tutto ancora da mettere in piedi.

IR: vedremo quindi qualche pezzo cantato

MM: l’idea è tornare più compatti dopo il tour in dieci sul palco.

IR: Elisa come l’avete conosciuta?

MM: Elisa la conosciamo da tantissimo tempo. Ha vissuto a Londra tanti anni per poi tornare nella scena romana ed è una ragazza, come Serena Altavilla che canta nel b-side del 45 giri che è appena uscito(Travelers ndr), è una di quelle voci di cui ti innamori al primo ascolto. Visto che noi scegliamo con le orecchie, piuttosto che chiamare dei guest con un “nome” preferiamo chiamare chi sappiamo che ci piace. In questo caso la prima take è stata quella buona (ridiamo ndr). Lei ha la fortuna di essere dotatissima e ha tanto “mestiere”. E’ la cantante dei Black casino and the ghost ed è una ottima producer e con il ragazzo a Londra lavora nelle sincronizzazioni dei brani nei film.

IR: ci si domanda sempre come possano sopravvivere gli artisti con la sola musica e non si pensa ai lavori “collaterali”

MM: sì certo c’è tutto un mondo dietro ai film e alla musica che genera vite più che dignitose

IR: tempo fa avevamo intervistato Alessandro Raina (Amor fou ndr) che ci disse che da quando aveva iniziato a scrivere testi per artisti “mainstream” aveva scoperto un mondo di arrangiatori e parolieri che ad orari d’ufficio vivevano di quello.

MM: sì certo, anche se quello è un mondo che sta scomparendo ma a me piace molto. Se pensi ai dischi storici ad esempio i primi dischi di Ray Charles non era sempre lui che scriveva e componeva, ma si limitava a cantare e suonare. C’era uno staff notevole, lo si vede anche nel film (Ray ndr) e ancora meglio nel documentario su Quincy Jones. Lui aveva iniziato come arrangiatore di Frank Sinatra a 29 anni ma era un ripiego, lui in realtà voleva suonare la tromba, di cui però non era un fenomeno e se ne rende conto e capisce che la sua strada è un’altra, che poi costruirà Michael Jackson è un’altra storia…

IR: la prima volta che ti ho incrociato è stato in una data live del tour Anima Blues di Finardi, 2005/2006, dove suonavi la chitarra, poi mi aveva parlato Daniele Tenca di te e ho visto che hai collaborato con Nina Zilli sempre con ruoli diversi.

MM: io non sono un session man, l’ho fatto all’inizio, ad ogni porta che si apre ti infili. Ho iniziato la professione sonorizzando un cortometraggio in modo quasi casuale un produttore aveva l’urgenza di finire questo lavoro. Mi presento con la slide mi spiegano due cose, attaccano la chitarra in diretta e io suono per otto minuti. Mi divertii come un pazzo: l’imprevisto e la pressione mi fanno tirare fuori il meglio, ed è il modo con cui mi piace lavorare, attaccare la spina e vedere cosa succede senza programmare quasi nulla.

E’ un metodo che ha i suoi pro e i suoi contro. In ogni caso questa persona poi mi ha presentato Finardi, con il quale sono stato reclutato come chitarrista per una settimana ed è finita che siamo diventati amici e abbiamo scritto e prodotto insieme Anima blues. Da sette giorni sono diventate quindici settimane cosa che poi mi ha portato a trasferirmi Milano. Da Finardi ho imparato la professionalità e trovarsi carta bianca da un cinquantenne affermato a meno di trent’anni è stato incredibile. Lì chiamai Tommaso Colliva per la prima volta.

IR: visto quello che hai suonato negli anni successivi e anche quello che sta uscendo di tuo, il blues non c’entra molto.

MM: mi appartiene perché comunque da chitarrista anche se non vuoi ci passi. Non mi è mai piaciuto il ‘giro’ del blues perché non mi sento di appartenere, come non mi sento di appartenere al giro dell’indie anche se ci siamo dentro con i Calibro, a me piace suonare musica tendenzialmente evocativa e il blues ha una matrice molto forte. Se senti Doctor, Doctor di Anima Blues è quello che intendo.

Comunque, se lavoro con qualcuno mi piace creare e lasciare la mia impronta. Anche con la Zilli mi sono divertito molto anche se lì ho fatto solo qualche chitarre, Tricarico l’ho aiutato anche a scrivere, fare il session man puro non è più nel mio modo di lavorare.

IR: faccio la stessa domanda che avevo posto ad Antonio ‘grammo’ Gramentieri (don Antonio, Sacri Cuori ndr): quando farete qualcosa insieme?

MM: con Grammo siamo amici da tanti anni, ecco proprio da quando è nata Anima Blues, quando faceva ancora il giornalista. Anche lui me lo chiede sempre quando ci capita di incrociarci. L’ultima volta gli ho detto: “però niente chitarre, quelle le suoni tu e io faccio altro” (ridiamo ndr) prima o poi…

IR: per concludere la tua altra grande passione: la cucina. Cosa ti piace e ti piace cucinare? Improvvisi anche lì?

MM: eh beh la cucina è anche quello poi sono un golosone, tanto quanto mi piace suonare e annusare e assaggiare gli strumenti. Mi prendono sempre in giro i Calibro perché ovunque andiamo tocco e provo tutto. La stessa curiosità ce l’ho sugli ingredienti e la cucina in generale: se vai in un posto nuovo e non assaggi qualcosa di local è come se ti fossi perso un pezzo e mi piace anche cucinare perché mi piace la convivialità. Mi è servito molto quando mi sono trasferito a Milano da Roma per ricostruire una cerchia di amicizie. E’ una passione che mi hanno trasmesso mia mamma e mia nonna che cucinavano in modo particolare.

Il mio piatto preferito da mangiare sono le crepes ai funghi, mi mandano fuori di testa, invece da fare Milano mi ha fatto innamorare dei risotti, la mia specialità è quello con arancia e taleggio.

IR: mai assaggiato

MM: provalo, da un normale risotto con cipolla, nel brodo metti il succo di un arancio spremuto poi dai una grattata di scorza d’arancia e dei cubetti di taleggio per mantecare.

IR: mi è venuta fame

(ridiamo ndr)

 

 

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