Interview: Marquez
Il curriculum di Andrea Comandini, in arte Marquez, parla da solo. La musica di Marquez parla da sola, perché intensa, suggestiva, ricca di fascino e particolari. Ogni album diventa viaggio importante in territori pop-rock mai banali o scontati. L’11 aprile uscirà Lo Stato Delle Cose, la nuova fatica del compositore romagnolo. Certo, nel mio preambolo ho ben accenntato a una facilità di parola che emerge quasi da sola, ma, questa volta, mi sono permesso di esortare io Andrea a raccontarci qualcosa del successore di Figlio Del Diavolo, album che usciva nel lontano 2012…
Ciao Andrea, come stai? Da dove ci scrivi?
Scrivo dal cuore di un viaggio, decisamente un’occasione che ci si regala per stare bene.
4 anni tra Figlio Del Diavolo e questo nuovo album: anni anche di pausa musicale o di continua ricerca?
Forse ho rallentato un po’, ma non mi sono mai fermato, mi sono preso i tempi per realizzare un album sul quale mi sembrava giusto riflettere molto, sia in termini di scrittura che di produzione. La ricerca è inevitabile, è lei stessa a guidare e io non mi sento stanco di farmi trasportare, alla velocità che serve.
Lo stato delle cose: sembra quasi un titolo rappresentativo di una necessità di fare un punto della situazione e ci tenessi a mostrarlo a tutti quelli che ti ascoltano. Quasi più di altre volte.
È vero, me ne sono reso conto non appena il disco ha incominciato a prendere forma. Sono partito da me per raccontare qualcosa di più universale, l’essere umano che perde la consapevolezza della sua responsabilità nei confronti di un tutto del quale è inconsapevole parte integrante. La socialità, la condivisione sono diventati concetti che hanno a che fare con la vendita di prodotti, abbiamo distrutto la purezza del loro significato semantico, così come la necessaria idea di vivere nel rispetto dei nostri simili e dei luoghi in cui viviamo. Lo stato Delle Cose grida i dolori del mondo, fortissimo, perché tutti possano sentire.
Leggo di un lavoro autoprodotto, registrato in casa, ma poi noto anche la presenza di Michele Bertoni in fase di produzione. Come avete collaborato insieme? E come mai questa voglia di muoversi fra le mura conosciute?
Michele ed io ci conosciamo sin da quando eravamo ragazzini, ho registrato i suoi primi demo con gli Aidoru e lui ha suonato con Marquez fino al momento in cui il progetto ha avuto sembianze di band; una storia di amicizia più che altro, stesso motivo per cui ha lavorato con noi anche Fabio Ricci, già con me negli Mwb dai primi 90. L’idea di realizzare il disco in una casa sulle colline è figlia di un’intimità probabilmente necessaria per un lavoro che ha avuto bisogno di tanta calma, silenzio e calore per venire alla luce. D’altronde, la mia idea di produzione musicale è radicalmente cambiata con Figlio Del Diavolo, non mi interessano più le modalità, mi interessa riuscire a fissare su un qualsiasi supporto di registrazione l’emozione precisa che ha in sé il momento della scrittura.
Non hai mai avuto paura a mescolare le carte nella tua musica e nella tua produzione, spostandoti tra generi e sonorità. Eppure a volte sembra proprio che tu ti “diverta” a giocare con i contrasti. La verità sta nel mezzo o quello che cerchi sono i bordi più estremi?
La mia verità sta in mezzo ad una serie di esperienze che ne comprendono inevitabilmente anche di marginali, definire un “mezzo” senza l’esistenza di almeno due estremi credo non sia possibile. È diventato fondamentale per me per esempio, sperimentare il rumore all’interno delle canzoni che scrivo, a volte se sento che scorrono in maniera più classica mi pare inevitabile di doverle sporcare, di renderle più ruvidamente inaccessibili e credo che questo sia un modo per manifestare il mio dissenso nei confronti della fruizione musicale troppo spesso facile e semplicistica di questi anni.
In alcuni brani, quelli più raccolti e intensi (Ballata per questo settembre o Orsa Minore) ma anche in Sirena Muta, ad esempio, ti metti a nudo, con una semplicità disarmante, senza aver paura di mostrare anche i tuoi punti deboli e le speranze: la musica riesce ad essere terapeutica per affrontare queste debolezze?
Mi interessa la realtà ad ogni costo e credo che mettersi a nudo sia un atto di onestà estrema nei confronti di chi si avvicina a quello che ho scritto. La società in cui viviamo non prevede debolezze, difficoltà, errori e contribuisce a creare modelli falsi, idoli dei quali dovremmo liberarci. Io lo faccio scrivendo, perché si, credo che la musica possa avere poteri terapeutici; da piccolino lessi un’intervista a Santana dove dichiarava tra l’altro, qualcosa come “We heal the people with music, we free the people with music”, la musica come guarigione e libertà. L’ho trovato un concetto così incredibilmente potente che ancora oggi ogni tanto mi torna in mente.
La partenza dell’album, con i primi 3 brani, è intensa, forte anche dal punto di vista sonoro e chitarristico: distorsioni, ritmi accelerati, chitarre ben in vista. Poi il disco prende anche una via meno fisica. Come mai questa tripletta di brani di tale fattura così, proprio in apertura di album?
La ragione è puramente funzionale alla track list. Abbiamo preferito tenere una partenza più violenta per scendere lentamente verso atmosfere più dilatate e intime.
Mi piacciono molto le scelte dei fiati in Su Un Diligenza o degli archi (struggenti) in Orsa Minore. Li avevi già in mente fin da subito o sono idee che si sono concretizzate dopo?
Avevo già tutto in mente, poi, grazie all’aiuto di Enrico Farnedi, che ha seguito gli arrangiamenti, ho potuto concretizzarlo. Sono i due brani meno prodotti del disco, i più scarni, pensa che Orsa Minore l’abbiamo registrata dal vivo in un paio d’ore nel mio salotto di casa.
Di Quando Invece Provai a Volare è un brano che mi mette i brividi. Giuro, lo adoro. Con la musica riesci proprio a trasmettere l’idea del muoversi nell’aria, librandosi al di sopra di tutto e tutti. Mi dici com’è nato questo brano?
Grazie, mi fa piacere che ti piaccia. Immagino che la sensazione ascensionale ti sia data dalla progressione armonica dell’assolo di chitarra e dai più espliciti riferimenti all’immaginario sci-fi di alcuni synth. In questo caso, è stata la musica ad ispirare la storia di questo sogno di volo infranto.
La tua “biografia” musicale inizia nel 1987. Ora siamo nel 2016. Immagino che molte esperienze ti abbiano veramente segnato, in positivo o in negativo. Ci sono degli insegnamenti, nella tua lunga carriera, che hai appreso e mai più dimenticato?
Ci sono tante persone che porto sempre con me, dalle quali ho preso un pezzettino della mia esperienza, e ci sono tanti aneddoti. Ti racconto quello in cui Ivan Graziani imbraccia la mia chitarra, pronuncia la frase “la chitarra bisogna farla piangere” e lancia un assolo memorabile, con un suono che io non ero mai riuscito a produrre con quello strumento. Ogni storia racchiude in sé un energia fondamentale per la creazione di tutto quello che faccio.
Grazie ancora per la tua gentilezza Andrea, con quale canzone potremmo chiudere questa nostra chiacchierata?
Grazie a te, è un piacere rispondere a domande come quelle che mi hai fatto. (Ma non mi fare scegliere una canzone ti prego!)

