Interview – Luisenzaltro
C’è un punto, nella musica di Luisenzaltro, in cui il linguaggio smette di essere un semplice mezzo e diventa materia viva, instabile, quasi scivolosa. Con “Irragionamorevole”, il suo quinto album, Alessio Luise continua a esplorare quella zona grigia tra comprensibile e incomprensibile, tra forma e deviazione. Otto brani che sembrano nascere da un lessico parallelo, fatto di equivoci e intuizioni più che di definizioni.
Abbiamo chicchierato con lui per provare a inseguire il senso (o forse il non-senso) di un disco che sembra voler sfuggire a ogni tentativo di interpretazione lineare.
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Irragionamorevole” sembra un titolo che contiene già una tensione irrisolta. Da dove nasce questa parola e cosa tiene insieme?
In “Incredivisiblu” del 2023, nel brano “deformidabile” dico che ci si innabionda di una mora..(perchè ci si innamora di una bionda…). Lì mi uscì per la prima volta anche il neologismo “Innamoragionevole”. L’ho messo via e solo un anno e mezzo dopo ho realizzato che avrei aperto un nuovo corso proprio con quel fonema. “Innamoragionevole” è diventata poi open track del disco “Irragionamorevole”, che è uno sviluppo postulteriore del concetto. Quando si vuole avere ragione per forza, c’è guerra. Quando si da ragione, invece, si ama.
Parli spesso del concetto di incomprensibile. Per te l’incomprensibile è qualcosa da attraversare o da accettare con rassegnazione?
Come insegna Rudolf Otto c’è un totalmente altro, un mistero tremendo e affascinante al contempo, che sfugge a ogni comprensione umana. Non basta la razionalità per spiegare o raggiungere certi stati di cose. L’essenza del sé come differenziata dalle sue manifestazioni è inconoscibile ma percepibile. Nel mio libro “Introduzione all’asprofisica” ho ben esposto il tema di questo attraversamento. Possiamo solo essere aspronauti.
Quanto c’è di istinto e quanto di costruzione nel tuo processo di scrittura?
L’istinto è la parte indecidibile che proviene dalla propria sorte ingovernabile, la nostra condizione e conformazione. Il nostro stesso limite. Lo stato di natura direi. Il processo del montaggio della canzone è invece decidibile, controllabile e sovvertibile con la cultura, la regola e la tecnica. Lo stato di diritto. MI sa che la mia ricerca si colloca tra questi indecidibili opposti per provare a fondare uno stato d’ immaginazione che chiamerei stato di tortuosità.
In questo disco sembri avvicinarti alla forma pop, ma allo stesso tempo la metti in crisi. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio?
Senz’altro volevo infrangermi sui codici della cosiddetta “musica leggera” di fine Novecento, a mio modo. Volevo spappolarmi nella bellezza di certi canoni pop. La vera sorpresa è che il mio io attuale ha recuperato dal proprio subconscio tutta una serie di cose sentite pur non avendole mai volontariamente ascoltate, se non da adulto. Echi di Dalla, Carboni, Mango Venditti, Matia Bazar. Tutta roba che certamente ho assimilato passivamente da bambino negli anni 80.
Dopo cinque album, come sentiresti di definire la tua direzione artistica? E soprattutto, ha senso definirla?
Preferisco indefinirla. Non è una direzione artistica. È una tortuosità irrinunciabile. La vera direzione artistica è quella che mi ha dato quel visionario di LUCA URBANI che ha collaborato scrupolosamente alla produzione di tutto l’ultimo lavoro. Ad ogni modo, qualche anno fa Francesco Carrubba recensendo il mio secondo album “Aspronautica” su Rockit ha definito la mia musica “Cantautoraltro”. Affacciato come sono sull’abisso di tutto quello che ancora io non so, e dunque su tutto ciò che è appunto “Altro”, mi sembra che funzioni.
Che rapporto senti di aver costruito con l’irrazionalità?
La nostra irrazionalità origina nell’antica Grecia. Ippaso il pitagorico finì molto male per la scoperta dei numeri irrazionali. Alogon significa privo di discorso (logos), dunque ineffabile, contrario all’aspettativa e al calcolo, inverosimile, assurdo. Ecco più che con l’irrazionalità ho imparato ad avere a che fare con l’assurdo. Essere umani significa anche accettare le stravaganze dell’incommensurabile. Cerco e consiglio a tutti, come scrive Camus, di imparare a scoprire che in ognuno di noi c’è un’invincibile Estate nel bel mezzo dell’Inverno.


