Interview – [lessness]
“Movida”, il nuovo album del progetto [lessness], è un disco da interno notte. Un viaggio notturno e intimista che esplora le incognite e le gioie della solitudine e dell’incontro. Pur rispettando lo stile dei dischi precedenti, esplora sonorità pop minimaliste e influenze new wave e dark, portando l’ascoltatore in un mondo di atmosfere sensuali e movimentate, dove la notte diventa un rifugio per perdersi, ritrovarsi e perdersi di nuovo in un loop infinito, inevitabile specchio dell’opera di Samuel Beckett da cui il nome del progetto è tratto.
Ispirato dalle atmosfere di artisti come Trentemoller, Cigarettes After Sex e The Cure, “Movida” è un disco che ti avvolge e ti fa sentire meno solo, con la sua miscela di scura emotività. L’atmosfera notturna e intimista è sottolineata da un uso profondo e avvolgente del basso elettrico e dalla morbidezza dei synth, che creano un sound unico e ipnotico. Le melodie vocali accompagnano con discrezione le atmosfere del disco evidenziando in ogni canzone una sorta di malinconica ricerca di speranza.
Il tuo progetto nasce da un forte immaginario letterario. Quanto è ancora centrale oggi questo approccio nella tua scrittura?
È rimasto centrale, forse ancora di più con il tempo. La letteratura non è un riferimento estetico per [lessness] — è un modo di pensare la musica. L’economia di mezzi di Carver, l’assurdo ironico di Beckett, la densità stratificata di Eliot: sono approcci alla scrittura che cerco di tradurre in note, in testi, in silenzi. Non si tratta di citare o omaggiare — si tratta di applicare alla musica la stessa cura, la stessa precisione, la stessa onestà che i grandi scrittori applicano alle parole.
Come si distingue il tuo nuovo disco rispetto ai lavori passati?
Dopo due EP e un LP, Movida rappresenta un passo ulteriore verso l’essenziale. Ho cercato maggiore morbidezza, un viaggio ancora più emotivo, con arrangiamenti minimali pensati non per riempire lo spazio ma per esaltare il più possibile l’emotività e l’espressività delle canzoni. Niente trucchi, niente elementi di distrazione — solo quello che serve davvero. È il disco in cui ho tolto di più, e paradossalmente quello in cui sento di aver detto di più.
Quanto è importante per te mantenere un’identità sonora riconoscibile rispetto alla voglia di sperimentare?
Le due cose non si escludono — anzi, si alimentano. L’identità sonora di [lessness] è abbastanza definita: il basso come centro di gravità, le atmosfere notturne, una certa malinconia che non chiede scusa di esistere. Ma dentro quella cornice c’è spazio per muoversi, per cercare nuove soluzioni, per sorprendersi. La sperimentazione che mi interessa non è quella che stravolge tutto per il gusto di farlo — è quella che approfondisce, che scava più in fondo nello stesso territorio. Come Beckett, che ha scritto sempre delle stesse cose ma ogni volta in modo diverso.
Hai lavorato molto come produttore per altri artisti. Queste esperienze hanno influenzato le tue decisioni anche quando lavori su te stesso?
Sì, in modo sottile ma continuo. Produrre per altri ti insegna ad ascoltare — a mettere da parte il tuo ego e capire cosa serve davvero a una canzone, indipendentemente dalle tue preferenze. Quella capacità di ascolto critico è rimasta anche quando lavoro su [lessness], anche se il processo è completamente diverso. Con gli altri medii, trovi compromessi, ti confronti. Con te stesso fai i conti solo con la tua coscienza — il che è più libero ma anche più impietoso. Non hai nessuno a cui dare la colpa se qualcosa non funziona.
C’è un momento del processo creativo in cui capisci che un brano è davvero finito?
Sì, ed è quasi sempre una sensazione fisica prima ancora che razionale — una specie di pace, di quiete improvvisa. È quello che ho sentito con Wherever: quando ho concluso l’arrangiamento in studio, la canzone mi ha dato subito un senso di serenità che di solito non arriva così presto. Quando quella sensazione c’è, so che non devo toccare altro. Quando non c’è, potrei lavorarci all’infinito. Il rischio vero non è lasciare un brano incompiuto — è non riconoscere quando è già finito.


